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Michele Masotti | Sotto le mura di Siena.

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“Ci sono anime seta e anime juta; le anime seta, inconsistenti leggere e volubili come le nuvole, sognano gli stessi sogni delle stelle. Le anime juta invece sono ancorate alla terra, concrete come la terra stessa. Quando si incontrano è difficile tenerle assieme, ma se riescono a trovare il modo allora l’unione è perfetta.”

 

Probabilmente non inizio in modo canonico la mia avventura su questo blog. Questo non perché stia ammiccando direttamente ad un lettore immaginario, intraprendendo in realtà un dialogo con me stesso. Non perché stia mettendo nero su bianco un soliloquio a cui sto dando voce nel buio della mia stanza, insomma. Non inizio in modo canonico questo mio articolo perché sto cincischiando in cerca di parole. O più semplicemente perché vorrei che prima di leggere quanto sto per scrivere, portassi alla memoria uno dei brani più famosi di Niccolò Fabi: Il negozio di antiquariato.

Credo fortemente che ad ogni libro, ad ogni autore, sia facile accostare un brano che pensiamo li rappresenti. Questo è quanto meno ciò che capita quasi costantemente a me nella mia esperienza di lettore. Non so se conosci il pezzo che ti ho appena citato, ad ogni modo racconta del coraggio di avventurarsi negli anfratti più reconditi dell’esistenza perché è proprio lì che generalmente si nascondono le cose più preziose.

Parla della capacità di meravigliarsi di fronte a quanto diamo per scontato; di quell’essenziale, invisibile agli occhi, ma necessario all’uomo affinché possa maturare e crescere; dell’indispensabilità e della fortuna di perdersi perché queste sono spesso la chiave per ritrovarsi, per andare oltre. Questo brano, a mio avviso splendido, può calzare a pennello su tanti romanzi ma, se dovessi citare un solo titolo, un solo scrittore, io non esiterei a dire, in questo caso a scrivere, Sotto le mura di Siena di Michele Masotti.

A pensarci bene è stato un caso fortuito il mio approccio a questo autore. E’ stato accidentalmente che mi sono imbattuto nel suo primo romanzo, La follia del Palio, che ho amato in modo viscerale  per le sue atmosfere tipicamente senesi, per la passione di quella che non è solo una semplice corsa di cavalli, ma che è vita di tutti i giorni. E tale amore è continuato, oltre che con il libro in questione, anche con il suo ultimo romanzo, Il tesoro di Siena, che va chiudere quella che l’autore stesso chiama la sua trilogia balzana. Questo perché non serve avere un nome altisonante per avere qualcosa da dire, né per essere meritevole di essere letto. Questo, appunto, perché le migliori scoperte sono quelle a cui si arriva non solo per caso, ma da cui non ci si aspetta e non si pretende nulla. Perché un libro deve essere preso per quello che è, senza sovraccaricarlo di troppe responsabilità. E’ unicamente questo, credo, il modo affinché una storia raccontata possa vivere in noi e con essa anche colui che l’ha scritta. Se non sei di Siena e non conosci bene la città, la suddivisione in contrade, la mentalità costantemente contaminata dall’amore e dall’ossessione per il Palio, non so quanto riusciresti ad apprezzare il testo sopra citato. E’ per questo che ho pensato che l’approccio migliore con questo gradevolissimo autore sia in realtà con il suo secondo romanzo, Sotto le mura di Siena, pubblicato da Leone Editore nel 2014, ad un costo di copertina di 12 euro. Si tratta di un libro bellissimo, con una trama semplice ma affascinate; una storia che racchiude in sé più storie tra loro intrecciate, legate da un destino che ha le sembianze di una vecchia valigia, che tanto mi ricorda i pezzi di antiquariato cantati per l’appunto da Fabi. Un destino che ad alcuni toglie e ad altri dà.

Coincidenze che a taluni personaggi permettono di incontrarsi, di conoscersi e di innamorarsi, mentre talaltri li dividono inesorabilmente causando fratture portate avanti negli anni, a cui con il passare del tempo si guarda con occhi carichi di rimpianto, di chi ha vissuto diversamente da come in realtà avrebbe voluto. Di chi non ha vissuto affatto ciò che invece ha continuato a far vivere silenziosamente in sé. È una storia diversa questa, sospesa tra Siena e Salonicco, e che abbraccia un lasso di tempo piuttosto vasto. Una storia di famiglie, di destini legati tra loro da una semplice e apparentemente insignificante valigia, ma che invece rappresenta quel fil rouge che intreccia tra loro uomini al di là di ogni generazione. Bianca, Lucio, Niccolò, Annalisa, Kostantin, Morike, sono solo alcuni dei personaggi che popolano le pagine di questo romanzo. Personaggi che è facile incontrare in città, a Piazza del Campo, nella contrada dell’Onda o in quella della Giraffa, nell’ambiente caldo e profumato della pasticceria Il Capriccio o nelle mura di una scuola in piena occupazione. E’ la storia di due amanti ormai quasi anziani, separati per più di trent’anni a causa di un destino beffardo; di un amore di cui ormai non rimane che un lontano ricordo, risvegliato dalle note e dagli accordi di un brano dal titolo Anime seta. E’ la storia di sentimenti che nascono e che si concretizzano; di vite che scorrono sotto il cielo di una città spesso avvertita come stretta, ma alla quale ci si sente di appartenere in modo indissolubile.

E’ la storia di genitori e figli, di nonni e nipoti, di amiche del cuore che non sempre sono destinate a rimanere tali. E’ suggestivo il modo in cui Masotti inventa le vite di coloro che danno anima al suo libro. La sua capacità di raccontare storie intime e familiari fa sì che tu, lettore, rimanga inchiodato alle pagine del romanzo. Con poche pennellate, ma studiate in ogni minimo dettaglio, l’autore ti conduce per mano nel suo mondo; un mondo fatto di persone comuni, persone semplici. Persone come me, persone come te. Masotti è lì con te, e lo senti, salvo poi sparire quasi per incanto. E tu ti ritrovi lì, orfano del tuo Virgilio, ma ora in compagnia di Bianca, poi di Lucio, poi di Annalisa e Niccolò, poi di Kosta e Morike, poi di nuovo di Bianca e Annalisa. E vorresti non lasciarli mai. Vorresti lavorare anche tu alla Pasticceria Il Capriccio; vorresti essere testimone dell’incontro tra Konstantin e Morike; vorresti tornare indietro di qualche pagina per abbracciare nuovamente il piccolo Lucio, ferito dalla sua prima delusione amorosa. Vorresti tornare a ringraziare il piccolo Lucio perché, se non avesse rubato la valigia a Kostantin nel suo albergo di Salonicco, non avrebbe incontrato e sposato Serena. E se non avesse sposato Serena, non sarebbe  nata Annalisa. Se non fosse nata Annalisa, Niccolò sarebbe forse rimasto un ragazzo arrogante e presuntuoso e tu ne avresti perso le tracce.

E se non ci fossero stati Annalisa e Niccolò, forse Kosta e Morike non si sarebbero mai rincontrati. Lucio insomma come colui che ha dato inizio ad un giro di giostra che ha coinvolto, a sua insaputa, i destini di altre esistenze. In un certo senso un personaggio chiave a cui va detto grazie. A lui, come a Bianca. Il mio modo per ringraziarlo di aver contribuito a sua insaputa ad aver dato vita a questa storia, è riportare un aneddoto da lui raccontato a Serena durante il loro primo, fortuito incontro. Ma vorrei che leggessi queste parole stavolta mettendo in sottofondo il brano di Fabi. Ti lascio il tempo di aprire una schermata affianco a questa che hai già sotto gli occhi. Il tempo di un clic, della ricerca di una canzone, e di nuovo di un clic. Vorrei che ti lasciassi cullare dalla melodia e dalle parole di quel testo, per accogliere al meglio il piccolo, grande insegnamento che Lucio ci ha regalato. Ora che la base è partita, ti ringrazio per avermi prestato attenzione e ti auguro non solo di trarre giovamento dall’estratto che sto per riportarti, soprattutto, di godere della lettura di questo bel romanzo.

 

“[…] un pomeriggio lo sentii raccontare alla mia vicina di casa di un barattolo.

– Un barattolo? Serena sorrise.

– Sì, un barattolo, di quelli dove ci si possono mettere le pesche sciroppate, hai presente? Ecco, la storia è questa: ammettiamo di riempirlo con delle palle da tennis. A quel punto il barattolo sarebbe pieno.

– Ovvio, disse Serena facendo una smorfia.

– E invece no. Prendiamo delle biglie di vetro e rovesciamocele dentro. Le biglie andranno a coprire i vuoti lasciati dalle palle da tennis più grandi. È solo a quel punto che, forse, risulterà pieno.

– Credo di sì disse Serena, che non capiva bene dove volesse arrivare.

– Ma ancora no, poiché possiamo aggiungerci anche un sacchetto di sabbia.

– Arguto.

– E non è finita. Una volta riempito di sabbia c’è ancora un posto, che so, per una tazza di caffè, proprio quello che stai bevendo adesso. Serena staccò la bocca dalla tazzina.

[…]

– E qual è il significato?

– Molto semplice. Le palle da tennis rappresentano i capisaldi della vita, i sentimenti, le cose a cui si vuol dare la priorità, quelle che vengono prima. L’amore, la famiglia, gli amici. Le biglie sono i sogni. Ma se mettessimo prima quelli non si potrebbero aggiungere nel barattolo le palle da tennis, e senza concretezza, solo con i sogni diventa un po’ dura.[…] – E la sabbia?

– La sabbia sono le cose che ti accadono tutti i giorni, quotidianità e passioni leggere. Un libro all’ultima pagina, il tramonto, andare al mare la domenica…Siena. […] Siena in un giorno di pioggia come questo, d’estate. Quando la notte passeggi per la piazza…[…]

– E il caffè?, chiese la donna. Lui l’aspettava al varco.

– Ah già il caffè!, si finse sbadato; poi prese la sua tazzina e l’alzò sorridendo.

– Il caffè significa che per quanto le cose della vita possano essere importanti, amori, famiglia, sogni e quotidianità, per quanto possano occupare il tuo tempo…come vedi si può sempre lasciare un po’ di spazio per un caffè con una persona.”

 

Danilo.

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