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Dexter

Michael C. Hall parla del finale di Dexter e di Cold In July

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Quando Sam Mendes ha raccomandato Michael C. Hall allo sceneggiatore di American Beauty Alan Ball per il ruolo di David Fisher, tra i protagonisti di Six Feet Under di HBO, è iniziato un periodo di 13 anni in cui l’attore ha preso parte a due serie via cavo acclamate dalla critica, rivestendo il ruolo principale in Dexter di Showtime dopo la conclusione di Six Feet Under.

Hall è ora nel cast del film indie Cold in July, disponibile al cinema e on demand, in cui interpreta un killer con “un enorme senso di rimorso umano”.
L’attore ha recentemente parlato con The Hollywood Reporter del controverso finale di Dexter e di come ha intenzione di andare avanti dopo il suo ruolo di serial killer nominato agli Emmy.

Dexter è un ruolo unico che può davvero definire e classificare un attore. Quanto sei consapevole del “bagaglio di Dexter” quando scegli i ruoli da interpretare?
Non c’è un ruolo individuale che possa smantellare l’immagine che hai della Dexter-izzazione, ma è bello semplicemente andare avanti e iniziare a confonderla. Il cambiamento più grande è il fatto di non essere legato alla tabella di marcia per cui si deve tornare ancora e ancora allo stesso show televisivo.
Quanto sono consapevole? Ne ero consapevole quando ho letto il copione di Cold in July e ho visto che il mio personaggio uccide qualcuno nelle prime pagine. Tuttavia, il contesto in cui succede è completamente diverso, sia per quanto riguarda il personaggio stesso sia il mondo in cui vive. Francamente è stato terapeutico lavorare a questo ruolo subito dopo Dexter e interpretare qualcuno che ha un enorme senso di rimorso umano. È proprio come mi sono sentito dopo la conclusione di Dexter. Mi sono reso conto che c’era una parte di me che probabilmente aveva avuto un corto circuito per cui potevo interpretare qualcuno che era in grado di uccidere e poi andare a mangiarsi un sandwich. Uno dei primi pensieri spontanei che ho avuto quando è finito tutto è stato: “Che cosa ho fatto?”.

Dopo aver interpretato David Fisher [in Six Feet Under] e Dexter, com’è ora interpretare un personaggio con una storyline finita, che sai come si concluderà? C’e qualcosa di liberatorio in questo?
C’è qualcosa di molto divertente. È come avere delle relazioni dopo un matrimonio. Le stai vivendo e poi finiscono. È una ventata d’aria fresca abbandonare qualcosa che sai che non riprenderai più.

Quando hai saputo come sarebbe finito Dexter?
L’ho saputo a grandi linee quando ci stavamo avviando alla stagione conclusiva. Avevo un’idea di come sarebbe potuto finire Dexter in punti diversi nel corso dello show, ma le mie supposizioni hanno iniziato a svanire con il procedere della serie.

Intendi che il successo dello show ha portato all’aggiunta di stagioni e alla necessità di creare nuovi finali?
Già, se ci fossimo fermati alla stagione 4 sarebbe stato un finale davvero figo. Ma siamo andati avanti e il personaggio da quel momento era sconvolto. Penso che dopo l’omicidio di Rita (Julie Benz) abbia davvero perso l’accesso al suo centro. E il resto dello show ha mostrato un mondo e un personaggio che sono cresciuti a dismisura.

Che cosa pensi di come si è concluso lo show?
Mi sento bene nel senso che Dexter si è reso conto del mondo in cui ha vissuto la sua vita e del modo in cui ha influito sulla vita di chi gli era vicino, il che lo ha portato ad inscenare la propria morte ed esiliarsi dal mondo. Il modo in cui è stato eseguito forse non è stato ottimale. Penso che si spenda una sempre maggiore quantità di capitale narrativo con il continuo procedere dello show e penso che ci siamo sforzati di concludere in modo inerente a come abbiamo iniziato.

È questo il caso in cui avere uno show di successo crea la sfida aggiuntiva di avere bisogno di più storie?
Si, ma era un mostro a più teste. Clyde Phillips, nostro leader per le prime quattro stagioni, aveva abbandonato la nave e noi eravamo senza quel capitano decisivo: è stato un periodo difficile, contando che le fondamenta dello show erano state distrutte.

Il presidente di Showtime David Nevins ha detto che stanno prendendo in considerazione uno spinoff di Dexter in cui il personaggio prende una direzione completamente nuova: è qualcosa di cui hai parlato con loro?
In un certo senso ho mantenuto le distanze da questo progetto. Non è qualcosa che posso davvero prendere in considerazione. Per quel che mi riguarda, non riesco ad immaginare che venga pensato e scritto qualcosa che sia sufficientemente intrigante. Non sto dicendo che sia impossibile che qualcun altro ci riesca.

In altre parole, “Fatemi vedere il copione”?
Già, esattamente.

In aprile si vociferava che fossi stato preso in considerazione per Daredevil di Netflix: è qualcosa per cui sei stato effettivamente interpellato?
No, era solo una voce nata su internet. Penso che il personaggio, per come è stato pensato per quel progetto, sia sui vent’anni, quindi non penso che accadrà. Sono lusingato, tuttavia, dal fatto che qualcuno abbia pensato potesse essere una buona idea.

Le tue radici sono nel mondo del teatro e ora sei tornato sul palco con The Realistic Joneses fino al 6 luglio: è stato strano stare lontano dal teatro così a lungo?
La prima volta che ho recitato in teatro avevo sette anni, quindi si tratta del periodo più lungo in cui sono stato lontano dal palcoscenico, il che, a pensarci, è piuttosto folle. Tornare sul palco è stato fantastico.

Hai pensato a come il teatro sarà parte della tua carriera post-Dexter?
Vorrei continuare a lavorare in teatro regolarmente, ma voglio continuare a tenere il piede in più scarpe: è divertente rilasciare queste interviste e parlare della mia carriera: non c’era nessun piano, sono semplicemente andato dove le occasioni mi hanno portato. Vorrei continuare a lavorare regolarmente in teatro e girare film. Inoltre non escluderei la possibilità di fare un altro show in TV ad un certo punto, magari qualcosa che non abbia un finale così aperto, o forse qualcosa con un finale aperto se non fosse un’altra versione di qualcosa che ho già fatto…Non ora, però.

Lo scorso anno hai detto di volerti dedicare a progetti più spensierati e divertenti dopo Dexter, eppure Cold in July è dark e molto intenso. Che cosa è successo, dunque?
Cold in July è molto intenso, ma è stato molto divertente. Lavorare con Sam Shepard e Don Johnson è stato molto divertente; è stato molto divertente essere sul set di Jim Mickle e avere l’impressione di essere stato ben accolto; è stato molto divertente interpretare uno qualunque. E sì, ha dei temi dark e affronta situazioni serie, ma penso che abbia anche senso dell’umorismo.
Già, [ride] ho fatto quell’affermazione e le prime due cose a cui ho lavorato sono stati Cold in July e un documentario sui cambiamenti climatici [Year of Living Dangerously di HBO] girato in Bangladesh, che non è esattamente qualcosa che ti fa ridere a crepapelle. Lo spettacolo a cui sto lavorando al momento è molto divertente, anche se affronta i problemi di base dei pericoli nelle relazioni. Ma è assurdo ed esilarante e ricevere la risposta immediata del pubblico è corroborante.

È facile immaginare che se non avessi speso gli ultimi vent’anni in show televisivi di successo, avresti lavorato in film indie come Cold in July.
Giusto.

Sei attratto da questo mondo di riprese low-budget che durano 25 giorni?
Lo adoro, è come unirsi al circo. Non ci sono padroni. Certo, ci sono persone con i soldi e produttori, ma non è questo gigante in stile Grande Fratello. Vieni lasciato a recitare e fare quello che devi al volo. Sì, è molto divertente. Be’, può esserlo. Può anche essere un incubo se le cose si mettono male.

Cold in July è ora al cinema e on demand.

Fonte

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