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Masters Of Sex Recensioni

Masters Of Sex | Recensione Stagione 4

Avevo iniziato a scrivere questo articolo fiduciosa di poter avere in seguito ed invece la notizia della cancellazione è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Di solito non entro nel merito di specifiche tecniche come gli ascolti o i contratti del cast, non mi interessano; cerco semplicemente di godermi uno show, quando questo è curato e ben fatto come “Masters of Sex”, per cui a malincuore ho dovuto accettare la notizia e rivedere tutto quanto successo in questa quarta stagione come l’epilogo di una splendida avventura durata quattro anni. In quest’ottica, sebbene le storyline siano lasciate con un finale aperto, posso dirmi abbastanza soddisfatta: ho visto situazioni peggiori e tutto sommato, benché inaspettato, questo non è certo un series finale che lascia con la voglia di prendere a sassate lo schermo del pc.

A partire da Bill e Virginia, pionieri della rivoluzione sessuale (giunta in questa quarta stagione al suo apice) e disastrosa coppia di amanti. Il loro è stato un percorso straordinario e la loro storia d’amore ha dettato l’andamento di questa serie: nella prima stagione si sono conosciuti e hanno sperimentato la passione travolgente, non solo da un punto di vista fisico, ma anche nel brillante connubio di menti che ha dato origine a quello studio che ha sconvolto le loro vite; nella seconda stagione c’è stata la consacrazione di questo rapporto, lo scoprirsi fin nel profondo e l’esporre quelle cicatrici del passato che avevano lasciato dei segni incancellabili dentro di loro; con la terza è arrivata la stasi, la monotonia dell’essere intrappolati in una relazione a tre, del dover giocare al gioco degli amanti senza però assaporarne più il brivido, contemporaneamente puntando lo sguardo anche all’esterno, a quelle due famiglie altrettanto incasinate dall’essere una semplice condizione al contorno nel teatro del celebre duo Masters and Johnson; e infine questa (purtroppo) ultima stagione, dove è servito arrivare all’annullamento dei due protagonisti per vederli risorgere dalle ceneri di un rapporto ormai consumato, non più come coppia lavorativa ma semplicemente come Bill e Virginia, in tutte le loro fragilità.

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Questo focus mi ha permesso di stravolgere completamente le mie opinioni. Ho sempre visto Virginia come il personaggio più umano, una vera fonte d’ispirazione per tutte le donne moderne in cerca di un cambiamento, e Bill invece, seppure con un passato difficile e tormentato, sempre e comunque come la mente razionale e chiusa di fronte a qualsiasi tipo di emozione. Eppure quest’anno, vedendoli per la prima volta così divisi, mi sono ritrovata a dover ribaltare del tutto ciò che avevo sempre pensato di questi due personaggi, in maniera del tutto sorprendente.

Il Bill Masters di questa stagione è quasi un uomo nuovo, sulla strada del cambiamento. Il rifiuto da parte di Virginia nel finale della scorsa stagione l’ha fatto precipitare in un abisso dal quale sorprendentemente riesce a riemergere, imparando finalmente il vero senso dell’amore e del lasciarsi sommergere dalla felicità che anche in una vita disperata come la sua può accadere. A inizio stagione è un uomo distrutto, che muove quasi a compassione: abbandona le sue responsabilità nei confronti della clinica, affronta il divorzio dalla moglie e la separazione dai figli con assoluto scoraggiamento, si lascia consumare dall’alcool. Iniziare a frequentare gli alcolisti anonimi diventa inaspettatamente la soluzione a questa spirale di tormenti, portandolo involontariamente a compiere un percorso alla scoperta di se stesso, delle sue debolezze e dell’origine della sua infelicità. Di fronte ad una platea di sconosciuti, di addicted come lui, realizza improvvisamente che il problema non è mai stata la sua “dipendenza” da Virginia, ma piuttosto la sensazione che l’aggrapparsi a quest’idea lasciava nella sua anima spezzata, il sentimento di continua autocommiserazione che derivava dal cedere ai loro vizi e la debolezza nel non riuscire a riemergere dal baratro e quindi a dichiararsi sconfitti in partenza; il suo vero problema è sempre stato abbandonarsi a questa infelicità e non credere di meritare nulla di meglio. Virginia non è quindi la causa, ma potrebbe essere la soluzione: permettersi di amare è l’unica alternativa per non rimanere soli.

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Un percorso sensazionale, meraviglioso, che mi ha fatto apprezzare Bill Masters come mai prima d’ora, e che ha raggiunto il suo apice, a mio parere, nel riavvicinamento con Libby. Frequentare gli alcolisti anonimi l’ha portato a fare ammenda con tutte quelle persone che, volontariamente o meno, sono state per anni trascinate nella sua spirale autodistruttiva… e chi più di Libby. Per la prima volta nella loro relazione, Bill si apre con una sincerità totale: ammette il suo tradimento con Virginia (non che ormai ce ne fosse bisogno), ma soprattutto ammette di non averla mai amata quanto avrebbe meritato e di non aver dedicato alla loro famiglia l’impegno e la costanza che ci si sarebbero aspettati da lui, anche solo come tentativo per redimere quello che era stato il comportamento di suo padre. Ha sempre e solo causato torti alla moglie, riversando su di lei e sui suoi figli l’insoddisfazione e la rabbia repressa dovute alla sua perenne infelicità, ma ora, finalmente a cuor sereno, può cercare di riscattarsi e sperare che il tempo perduto non sia del tutto irrecuperabile.

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Il viaggio di Virginia ci porta alla medesima meta, ma con un percorso del tutto diverso. Gini era uscita vincitrice (se così possiamo definirla) dalla scorsa stagione: dopo anni passati a nascondersi e a mentire per proteggere la sua relazione con Bill e la sua integrità professionale, aveva preso la sofferta decisione di abbandonare tutto e sposare Dan Logan, che, seppure con i suoi difetti, almeno le aveva dimostrato completa sincerità. Ma Dan sicuramente non era uno stupido, per cui il suo progetto di matrimonio con Virginia è naufragato immediatamente, non appena si è reso conto che il legame tra lei e Bill non poteva essere così facilmente spezzato. Virginia, però, si convince di non poter perdere la sua posizione di superiorità rispetto a Bill: è stata lei a chiudere la relazione, lei che dei due ha sempre dovuto dimostrare al mondo di valere qualcosa, e quindi lei che ora non può permettersi di dimostrarsi debole, sola e abbandonata, e porre a rischio la sua carriera per ricadere in una relazione drammatica. Si trasforma in una macchina da guerra, mentendo ed esasperando al limite la sua immagine di donna forte e indipendente, fino a risultare quasi fastidiosa, forse proprio perché dall’altra parte abbiamo visto un percorso basato invece sulla fragilità e sull’abbattere quelle barriere che Virginia tiene ostinatamente alzate.

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Il cambiamento, però, arriva anche per lei durante il confronto con il nuovo collega Art – senza dubbio il suo momento migliore dell’intera stagione: ammette per la prima volta, di fronte a un estraneo, di non aver mai amato nessuno quanto Bill, forse addirittura di aver amato SOLO Bill, per la profondità immensa del loro legame, per essere riusciti a guardarsi attraverso e aver imparato a conoscere l’altro meglio di quanto si conosca se stessi, perché entrambi sono stati piegati e spezzati dalla vita quanto nessuno a parte loro potrebbe mai capire. E in quel momento anche Virginia capisce che se c’è ancora una possibilità per lei di essere felice, questa è accanto a Bill, e che deve lottare per riconquistare la sua fiducia.

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Ci sono volute quattro stagioni ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Dopo aver condiviso tutto, finalmente hanno deciso di condividere anche il resto della loro vita, non come Masters and Johnson, ma semplicemente come Bill e Virginia. Guy è stata l’incarnazione di tutti gli shipper di questa coppia che finalmente li hanno visti convolare felicemente a nozze. Ammetto che avrei voluto vedere di più, dopo aver tanto penato avrei assolutamente voluto vedere anche degli sprazzi di questa nuova vita matrimoniale, con tutte le possibili difficoltà del caso. Lo sguardo di Bill e l’affermazione di Virginia lasciano presagire che non saranno sempre rose e fiori, che l’ombra della celebrità di Masters and Johnson peserà sempre come un macigno, ma non ci resta che arrenderci: la storia ci ha consegnato il ritratto di Masters and Johnson, pionieri della rivoluzione sessuale, e, grazie a “Masters of Sex”, abbiamo avuto la fortuna di poter gettare uno sguardo dietro la cronaca degli articoli scientifici, imparando a conoscere e amare non i professionisti ma le persone, semplicemente Bill e Virginia.

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Questa stagione ci ha permesso di avere una maggiore introspezione sulla coppia protagonista anche grazie all’introduzione di due nuovi personaggi, Nancy Leveau e Art Dreesen: un’altra coppia, nel lavoro e nella vita, che ha seguito le orme degli ormai celebri Masters&Johnson e ne è diventata una sorte di controparte. Lei, una dottoressa con un curriculum invidiabile (proprio come Bill) e una donna forte e indipendente (come Virginia); lui, uno psicologo (quindi più vicino al ruolo di Virginia dal punto di vista lavorativo), capace di scrutare in profondità nell’animo umano, ma al contempo un uomo fragile schiacciato dalla personalità di una compagna decisamente più intraprendente (un po’ come è successo a Bill). Art è decisamente il “buono” della situazione, talmente innamorato della moglie da assecondarla nella sua sete di successo nel lavoro e nei suoi desideri nell’intimità (i due appunto hanno un matrimonio aperto); è impossibile non simpatizzare con lui, perché risulta fondamentalmente una vittima e perché è grazie al suo riscatto finale che lo studio non cade in rovina. Nancy, al contrario, è uno dei personaggi più antipatici mai apparsi in questo show (tanto da superare Tessa, il che è tutto dire), spietata e arrivista, pronta a scavalcare tutto e tutti, marito compreso, pur di raggiungere fama e successo. È interessante, però, vedere la sua diretta contrapposizione con Virginia: Nancy ha raccolto il frutto del lavoro fatto da pionieri proprio come Virginia e si propone come una sua versione nuova e migliorata, più competente e più emancipata; ma si dimostra infine solo una sua brutta copia, o meglio, lo spettro di come Gini sarebbe potuta diventare se non avesse deciso di abbassare le sue barriere e lasciare entrare qualcuno nella sua vita. Il leit motif di questa stagione per Virginia è stata proprio la paura di rimanere sola e che per lei non fosse rimasta alcuna possibilità di essere felice, così come le ripetono il padre e la stessa Nancy, che alla fine invece si ritrova in prima persona nel finale amaro che aveva predetto per la collega, sconfitta e abbandonata.

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Nancy non è stata di certo l’unica a pronunciare parole dure nei confronti di Virginia. Anche Barton non si è risparmiato, sentendosi però punto sul vivo. Quest’anno, infatti, dal punto di vista dei progressi dello studio sulle disfunzioni, viene introdotto un altro tema decisamente interessante e quanto mai attuale, ovvero quello dell’omosessualità. Bill è stato testimone di quanto distruttivo possa essere il processo di accettazione di se stessi, vista l’esperienza di Barton, ma è comunque figlio del suo tempo, per cui non mi sento di giudicarlo troppo severamente per la sua ingenuità nell’affrontare il tema della “conversione”. Ovviamente per Barton (e anche per noi, cinquant’anni dopo) la sola parola è inaccettabile e pensare di usarla come leva per ottenere più consensi nelle nuove pubblicazioni lo è ancora di più, tanto da farlo esplodere. Se dovessi scegliere il tasto dolente di questa inaspettata cancellazione, sarebbe proprio questa storyline: per gli altri protagonisti abbiamo potuto vedere una sorta di conclusione, o almeno abbiamo potuto immaginare la strada lungo cui procederanno le loro vite, ma in questo caso è tutto lasciato totalmente aperto. E non parlo solo di Barton, che rimane comunque un personaggio straordinario, interessante e che avrebbe potuto dare molto più di quello che si è visto, ma anche dello studio di per sé, che, attraverso i vari casi visti, è diventato un vero e proprio protagonista di questa serie: contrastato, osannato e infine anche emulato, il lavoro di Bill Masters e Virginia Johnson ha avuto uno sviluppo proprio, come se fosse fatto di carne e sangue, legando imprescindibilmente, come un fil rouge, le vicende di tutti i protagonisti.

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La storia di Betty mi ha letteralmente lasciato senza più lacrime da versare, mi ha strappato il cuore dal petto e l’ha gettato a terra calpestandolo. Specifico che ho sempre nutrito un affetto particolare per questo personaggio, sin dalle prime stagioni, per la sua genuinità, il suo atteggiamento sprezzante e ironico e per la sua capacità di osservazione, di intuire la natura di chi le sta intorno e di non giudicare mai. Seppure con il problema di non essere riconosciuta dalla famiglia di Helen come compagna della figlia (problema certo da non sottovalutare, ma come detto prima, il tutto va contestualizzato da un punto di vista storico), la sua vita sembrava finalmente piena di quella gioia che le è sempre stata negata: amore, famiglia e una bambina in arrivo a coronare il tutto. In poche ore tutto le è stato portato via. La scena della morte di Helen è stata straziante: vederla in fin di vita invocare ancora la madre, quella stessa donna che l’ha ripudiata non appena ha saputo del suo amore per Betty e che ha rifiutato ogni tentativo di rappacificazione, e vedere Betty mentirle su questa donna terribile pur di non turbare Helen nei suoi ultimi istanti… nessuno con un cuore avrebbe potuto trattenersi dal versare un mare di lacrime.

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E quando pensavo di aver sofferto abbastanza, eccomi sbattuta di nuovo a terra alla vista della madre di Helen che porta via la bambina appena nata, quella neonata che non era solo il simbolo del loro amore, ma la rappresentazione della famiglia che avevano costruito insieme, delle lotte e del dolore di troppi anni passati a nascondersi. Vederla sola in quella casa che doveva essere un nido… beh, mi sembra di aver già ribadito più volte di non essere una dal cuore di pietra. Confidavo in un happy ending per Betty, perché lo meritava, accidenti se lo meritava, e invece ora non mi resta che immaginare e sperare che, come i suoi amici e colleghi, anche Betty diventi una pioniera nel suo campo, e che con il suo piano contorto (che tra l’altro richiama in causa anche Austin, il primo soggetto della sperimentazione, chiudendo così il cerchio) riesca nell’obiettivo di riportare a casa sua figlia, sfidando tutte le convenzioni e le barriere dell’epoca.

E infine, almeno per uno dei protagonisti il lieto fine è arrivato, e inaspettatamente si tratta di Libby Masters: da casalinga disperata a padrona del suo destino in sole quattro stagioni. Libby è sempre stata inquadrata come la tipica casalinga degli anni ’50, avvolta in splendidi abiti, con il trucco perfetto, e una famiglia da pubblicità del Mulino Bianco. Sfortunatamente per lei si è sempre e solo trattato di una facciata per nascondere un matrimonio infelice con un uomo che non la ama e che la tradisce per dieci anni con una donna che riteneva amica e una vita fatta solo di insoddisfazione. In questa stagione, però, finalmente Libby decide di mettere al primo posto se stessa e di diventare il simbolo della rivoluzione. In questo contorto triangolo amoroso è passata dall’essere la moglie tradita a fare da terzo incomodo, negandosi sempre ogni possibilità di essere veramente felice pur di preservare la sua immagine di casalinga e madre perfetta, ma in questa stagione ha finalmente anteposto i suoi bisogni a quelli di chiunque altro. È arrivata a una risoluzione con Bill, ammettendo che non c’è mai stato amore nel loro matrimonio; e ha iniziato una nuova relazione con Abe Perlman, l’avvocato del marito, per la prima volta non come un metodo per fuggire alla noia della sua vita, ma vivendo quel sentimento in piena libertà, non piegandosi alle esigenze di un uomo ma conquistandolo con la sua ritrovata sicurezza.

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Decide anche di non costringersi più al solo ruolo di casalinga e madre, ma di inseguire le sue aspirazioni, tanto da lasciare Saint Louis per trasferirsi a Berckley e diventare un avvocato. Alla luce di questa cancellazione, quella di Libby è senza dubbio la storyline più completa, un vero e proprio percorso di rinascita. Su di lei non avrei null’altro da aggiungere e nemmeno mi rimane la curiosità di sapere come sarebbe potuta procedere la sua vita, perché c’è talmente tanta serenità e tanta fiducia nel futuro nei suoi occhi, da non farmi temere minimamente per la sua nuova vita.

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Rimarrà invece in sospeso il rapporto con i figli di questa famiglia allargata. Sui figli di Virginia sappiamo poco o niente: il figlio arruolato per la guerra non è praticamente stato nominato, la piccola Lisa tanto meno e Tessa si è vista per una frazione di secondo, giusto il tempo di rinfacciare per l’ennesima volta alla madre il suo pessimo comportamento. Di Bill invece sappiamo che, durante il suo percorso di cambiamento, c’è stato un riavvicinamento con i figli, con i quali non aveva mai avuto un rapporto molto amorevole, ma non ci è stato mostrato come questo legame sia stato ricostruito; in particolare per quanto riguarda il piccolo John, che ho sempre adorato, e la cui presenza avrebbe potuto aiutare ancora di più a dare spessore al cambiamento profondo che Bill ha affrontato in questa stagione (a maggior ragione in funzione del suo violento rapporto col padre). Per quanto le dinamiche della serie si siano sempre concentrate sulla coppia Bill-Virginia e sullo studio, credo che tralasciare il loro background famigliare sia stata una pecca non poco rilevante, soprattutto dopo averci fatto intendere quali siano le difficoltà delle loro interazioni come genitori; ma ormai quel che è fatto è fatto.

Il mio bilancio su questa quarta stagione è nettamente positivo, mi ha appassionato e mi ha tenuta incollata allo schermo ogni secondo; anzi, probabilmente se avessi saputo già dall’inizio che non ci sarebbe stato un seguito non sarei riuscita ad assaporare con tanto entusiasmo ogni scena. Pensando ad altre serie che da anni si trascinano senza avere più quella verve che mi aveva conquistato nella prime stagioni, forse è meglio che “Masters of Sex” si sia fermata quando ancora era al suo apice e che lasci un ricordo tanto positivo, anche se rimane l’amarezza per tutto quello che avrebbe ancora potuto raccontare.

“Masters of Sex” si è concluso e così il nostro viaggio attraverso le sue accurate scenografie, i suoi straordinari costumi, e soprattutto l’eleganza e la sensibilità del racconto di tutta la fragilità e la passione che si celano dietro ad un gesto tanto semplice e basilare quanto quello di due corpi che si uniscono.

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