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Recensioni The Defenders

Marvel’s The Defenders | Recensione Intera Stagione

Matt Murdock, Jessica Jones, Luke Cage e Danny Rand. Il 18 Agosto un nuovo team di eroi si è formato portandoci questa serie cross-over che aspettavamo da mesi, “The Defenders”, show Netflix basato sui fumetti che ha unito i quattro supereroi Marvel “minori” (si fa per dire): Matt Murdock-Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Danny Rand-Iron Fist, dopo le serie singole dedicate a ognuno di loro. WalkeRita ed io (Sam) l’abbiamo gustata fino in fondo e adesso ve la raccontiamo secondo il nostro punto di vista.





Non posso farci niente, è più forte di me: datemi un team di personaggi provenienti da diverse serie tv e un cross-over in cui farli incontrare e collaborare e avrete la mia eterna lealtà. Se poi ci aggiungete il marchio Marvel, una sigla che non stanca mai e una storia straordinaria, in quel caso avrete anche un problema perché una tale stagione, se composta da soli 8 episodi, diventa un crimine contro l’umanità e la crisi d’astinenza che si sviluppa dopo un binge-watching estremo potrebbe raggiungere livelli pericolosi.
Ho aspettato “Marvel’s The Defenders” con relativa pazienza e discreto aplomb a partire dall’annuncio del progetto, le prime foto dal set di Jessica Jones e Trish Walker minarono in parte questa integrità, ma ho successivamente proseguito con calma il mio percorso d’attesa, almeno fino al recupero della serie Marvel’s Iron Fist, portata a termine solo recentemente, proprio alla vigilia della serie corale targata Marvel/Netflix. Il recupero dell’ultimo show individuale dedicato all’ultimo “difensore” arrivato ha reso quasi insopportabile le 24 ore che mi hanno separato dalla serie evento cross-over ma l’attesa e il successivo binge-watching disperato sono stati ampiamente ripagati da 8 episodi che sono stati in grado non solo di soddisfare le aspettative con una storia lineare, chiara, raccontata in maniera sublime e trasposta con dovizia di particolari, ma anche di rispettare le individualità dei quattro protagonisti e dei loro mondi di partenza e contemporaneamente lasciarli confluire l’uno negli altri con discrezione, progressivamente, fino a delineare nel finale i contorni di quella che un folle potrebbe anche definire una squadra di … la parola con la “E”.

 

I primi due episodi di “Marvel’s The Defenders” sono serviti esattamente al primo scopo sopracitato, ossia presentare innanzitutto le quattro diverse realtà che abbiamo conosciuto individualmente, riprenderle dallo stesso punto o quasi in cui le avevamo lasciate e soprattutto notare quanto ognuna di esse rappresenti uno dei volti più oscuri dell’immensa e sfaccettata New York. Quando ritroviamo questi quattro protagonisti inizialmente accumunati esclusivamente dalla decisione di non riconoscersi affatto nella natura dell’eroe, ognuno di loro appare alla ricerca di qualcosa: Danny Rand cerca nuove strade che possano condurlo ad annientare definitivamente l’organizzazione criminale conosciuta come “The Hand”, soprattutto dopo la strage avvenuta a K’un Lun; Luke Cage cerca di definire l’assetto della sua nuova vita dopo la prigione ma soprattutto cerca un obiettivo, che ritrova ancora una volta nella lotta al crimine di Harlem; Jessica Jones cerca una costante via di fuga dai problemi e dai traumi vissuti, che prova a evitare come un ninja addestrato o ad annegare sul bancone di un bar, ma come suo solito più cerca di allontanarsene, più i problemi l’attraggono con una forza quasi gravitazionale; mentre Matt Murdock è semplicemente alla ricerca di se stesso, alla ricerca di una conferma che lo rassicuri delle sue scelte e di quella solitudine che sembra aver abbracciato irrimediabilmente. Le quattro storie vengono narrate parallelamente, con stacchi piuttosto netti all’inizio, ma che lentamente cominciano ad apparire più sfumati, quando le diverse ricerche si immettono sullo stesso binario per raggiungere la meta comune. La regia in questi primi due episodi mi è apparsa a volte un po’ troppo “caleidoscopica” ma per quanto mi riguarda è dal terzo episodio in poi che non soltanto la regia sembra “stabilizzarsi” ma anche il ritmo della narrazione affronta una progressiva evoluzione, entrando nel proverbiale “vivo” della storia e soprattutto cominciando a rendere gli stacchi tra i quattro mondo sempre meno netti fino al momento in cui tutti i protagonisti raggiungono la medesima risposta per le loro rispettive domande e si ritrovano fianco a fianco a combattere una guerra di cui non tutti loro conoscono la portata.

Quando la serie raggiunge finalmente la sua ragione d’esistere, ossia il nucleo centrale del cross-over, la narrazione della storia si lega a doppio filo con una caratterizzazione dei personaggi e soprattutto delle loro interazioni talmente particolareggiata, nonostante il tempo relativamente breve a disposizione, da diventare per me quasi una dipendenza di cui, andando avanti, non riuscivo a fare a meno. Oltre le intense vibrazioni di chimica che Jessica e Luke hanno dimostrato nuovamente dal primo istante in cui si sono rivisti, oltre la conferma di quanto Luke sia ancora la seconda persona capace di “raggiungere” Jessica umanamente come quasi nessuno ha mai fatto, i rapporti che più mi hanno “sorpreso” e affascinato sono stati quelli creati tra Matt e Jessica e tra Danny e Luke, per ragioni differenti in realtà.

Di Danny e Luke infatti mi hanno colpito incredibilmente i confronti in cui le loro diversità apparivano particolarmente pronunciate, confronti in cui il differente background sociale di partenza, le esperienze e il modo di affrontare le rispettive lotte quotidiane si sono rivelati elementi fondamentali non solo per le caratterizzazioni individuali ma anche per mostrare quanto nessuno dei due resti davvero fermo nelle sue opinioni, riuscendo a raggiungere un punto d’incontro anche quando la realtà con cui si confrontano appare assolutamente folle. L’attaccamento concreto di Luke a una realtà che non gli ha mai concesso sconti e in cui nulla è davvero bianco o nero, si scontra inevitabilmente con l’ambiente privilegiato che circonda Danny ma soprattutto con le sfumature quasi mitologiche della sua storia e della sua missione, ma nonostante tutto entrambi riescono ad annullare progressivamente le distanze incontrandosi e riconoscendosi in uno stesso obiettivo.

Le interazioni tra Matt e Jessica invece hanno rappresentato uno degli aspetti che più ho amato della serie, perché se di Danny & Luke ho apprezzato le diversità conciliabili, dei restanti due Defenders mi hanno affascinato profondamente le somiglianze, l’oscurità che circonda entrambi, la volontà di non coinvolgere le persone amate in quella medesima oscurità nonostante Jessica abbia in fondo ormai accettato di perdere quella battaglia. Matt e Jessica sono sfiduciati; comodi nella loro solitudine, respingono con convinzione l’idea di dover collaborare in una guerra comune e le loro realtà sembrano collidere costantemente, accompagnate dal suono del cinico sarcasmo di Jessica, particolarmente ispirata in sua presenza; ma per quanto entrambi cerchino di negarlo, Jessica e Matt si riconoscono esattamente simili come effettivamente sono, si riconoscono partner degni della reciproca fiducia, abbracciano con piacevole sorpresa la possibilità di non dover essere sempre soli nella lotta ma di poter davvero contare su qualcuno pronto a guardar loro le spalle.
Ciò che più mi ha colpito del loro rapporto è stata la relativa “facilità” con cui sono entrati l’uno nella vita e nella storia dell’altra, conquistando l’altrui fiducia, sorprendentemente senza neanche troppe difficoltà.

 

“You have saved just as many lives,
helped just as many people,
you just don’t make the headlines”

Un aspetto per me fondamentale e vitale di questa serie [e di tutte le altre mai prodotte dall’alba dei tempi] è racchiuso in questa frase, in questa descrizione straordinaria che Colleen rende a Claire Temple, un personaggio che è diventato l’emblema di una tipologia di caratteri e personalità che prediligo senza alcuna riserva. Sto parlando dei sidekick, sto parlando di chi, proprio come Colleen ha espresso perfettamente, salva le stesse vite dell’eroe, aiuta le stesse persone, semplicemente opera nell’ombra, dietro le quinte, con una sola vita da vivere e con un’ordinaria umanità che sfrutta in ogni possibile potenziale. Tra tutti i comprimari raccolti nella serie, credo che ad aver avuto maggiore spazio siano state proprio Colleen Wing, Misty Knight e Claire Temple, capaci di formare fino alla fine una sorta di team parallelo a quello dei protagonisti.

Inevitabilmente, considerata la timeline delle serie individuali, il coinvolgimento attivo di Colleen nella trama è costante; straordinario è il suo ennesimo confronto con Bakuto, un confronto che rappresenta non solo una conclusione per lei ma forse anche la testimonianza di essere di più di ciò che “The Hand” l’aveva resa e soprattutto di poter avere ancora un gruppo a cui appartenere.

Misty rappresenta l’aspetto “ufficiale” della giustizia, quello che apparentemente contrasta e ostacola l’azione indipendente dei “vigilanti” ma che in realtà ne segue semplicemente la scia, per raggiungere lo stesso obiettivo. Misty è un personaggio che ho apprezzato tanto nella sua serie di partenza e che si è riconfermata in questo cross-over come una donna che sa quando superare le sue convinzioni e quando abbracciare le sfumature di comportamento in una guerra che non può essere combattuta con individualismo. E infine si arriva proprio a Claire Temple, a una donna che oltre i legami personali con Luke, ha meritato il suo posto in quella squadra perché ha influenzato, seppur in modi differenti, ognuno di quei quattro problematici eroi, aiutandoli a non abbandonare mai il contatto con la loro umanità.

Ed è proprio quell’umanità che le fa nascere dubbi sul suo ruolo in quella realtà e sul suo contributo in quella guerra, perché proprio come il migliore sidekick che rispetti non riuscirà mai a vedersi come l’eroe che effettivamente è.

Forse troppo ridimensionati invece i ruoli di Trish, Malcolm, Karen e Foggy, sebbene personalmente abbia amato testimoniare quanto tutti loro rappresentino la rete di sicurezza di eroi solitari che probabilmente sarebbero anche persi senza qualcuno che li aspetti “a casa” al loro ritorno.

Un ultimo dettaglio su cui vorrei soffermarmi è il geniale cromatismo che ha pervaso la serie. Ogni Defender porta con sé infatti un particolare colore che ha caratterizzato anche la sua serie di partenza e che adesso si incontra e si confonde con gli altri in un’implosione di sfumature.

La particolarità di questa scelta però sta nell’attenzione ai dettagli che, a partire dalla stessa sigla, riempiono le scene di ogni difensore, colme a volte anche di piccoli elementi che ne riprendono il colore di “appartenenza”. Le luci, l’abbigliamento, l’arredamento delle location, seguono questo schema cromatico alternando, a seconda del personaggio, le tonalità di giallo (Luke), verde (Danny), rosso (Matt) e blu/viola (Jessica).

In definitiva, credo che questa serie sia stata esattamente tutto ciò che doveva essere fin dall’inizio: un perfetto primo incontro tra personaggi che seguono lo stesso percorso con modalità contemporaneamente uguali e diverse e che per questo motivo erano quasi destinati a combattere fianco a fianco, rinunciando per una volta a quella solitudine a cui sembravano tutti così legati. Credo che tutti i Difensori siano al momento ancora lontani dall’essere gli Eroi che sono destinati a diventare, ma forse è anche ciò che più amo di loro in questa fase, la profonda umanità, i dubbi, gli errori, le passioni, tutti aspetti che li “avvicinano” a noi più di qualsiasi altro eroe del piccolo schermo.

I membri originali del “The Hand”, riuniti, hanno rappresentato una straordinaria nemesi che viaggia parallela al gruppo dei Defenders, ma la cui gerarchia interna è stata causa di indebolimento. Immaginavo un finale differente per Alexandra, un personaggio interpretato in maniera sublime da una grandiosa Sigourney Weaver, che personalmente ho ritenuto anche più profondo e di spessore di Bakuto o Madame Gao.

I Defenders hanno abbandonato momentaneamente la scena con una consapevolezza e una missione, lasciata loro in “eredità” da Daredevil: la consapevolezza di non essere mai davvero soli nelle loro guerre e la missione di proteggere una città che merita ancora di essere salvata.

WalkeRita

 

Aspettavo con ansia questo show, soprattutto dopo le precedenti quattro serie dedicate a ognuno dei Defenders. “Daredevil” è indubbiamente la migliore da un punto di vista qualitativo, con una costruzione a tratti persino poetica nella sua drammaticità (impossibile dimenticare la scena di Wilson Fisk sul ponte, nella parte finale della season 1, con il “Nessun Dorma” in sottofondo), ma anche le altre hanno avuto numerosi aspetti positivi. Ovviamente, Jessica Jones, così ben interpretata da Krysten Ritter, e con David Tennant nei panni di un terrificante e superlativo Kilgrave. Molti hanno criticato “Iron Fist”, ma personalmente l’ho amato molto. Innanzi tutto, era in linea con il fumetto; in secondo luogo, ha riportato al centro della narrazione La Mano, la terribile organizzazione che permea tutti gli strati della società e che da secoli ormai innumerevoli è portatrice di oscurità; inoltre, tramite Harold viene spiegato ciò che già alla fine di “Daredevil” si sa succede a Elektra; infine, Danny, nella sua ingenuità, è un personaggio che anche chi non ha letto i fumetti può facilmente comprendere grazie alla sua somiglianza con un altro eroe combattuto, ovvero Anakin Skywalker.
Entrambi sono dei “prescelti”, entrambi vivono rinchiusi in un ordine di regole ferree e infrangibili, destinate a rivelarsi fallimentari; ambedue sono in qualche modo “sfruttati” dall’ordine che li ha accolti e formati, imprigionati da esso, che non vuole lasciarli andare senza, peraltro, fornire loro vere risposte agli interrogativi. E, quindi, è rilevabile anche il parallelismo tra i due ordini, permeati da cecità (che in “Iron Fist” è rappresentata da Davos), da incapacità di evolvere per sopravvivere e per dare gli strumenti migliori a chi dovrebbe salvarli, allontanando invece da loro proprio queste preziosissime persone. Una delle frasi migliori di Danny è quella in cui rivendica la sua identità, il suo diritto di essere conosciuto anche per quell’identità: “Io sono Danny Rand. E sono Iron Fist.”
E Danny… sì, è un bel personaggio, perché è solo un giovane uomo che ha passato la maggior parte della sua vita isolato dal mondo che conosceva, che ha perso tutto in un modo terribilmente tragico e che ha bramato la verità per tutto quel tempo, in modo comprensibile. E in questo, Danny è davvero molto umano. In seguito a ciò egli è, altresì, un giovane che deve imparare a conoscere nuovamente il mondo… e quando hai passato così tanti anni a essere educato secondo una dottrina ferrea, isolato da tutto, è davvero difficile.
Il più “debole” tra i quattro show, in un certo senso, è “Luke Cage”, che però rappresenta bene il personaggio e le sue radici e ha il merito di una colonna sonora davvero strepitosa.



E insomma, ora eccoli qui, tutti insieme. Che dire… “The Defenders” è tutto quello che potevamo aspettarci e anche qualcosina in più, come primo capitolo della storia di questi quattro supereroi uniti.
Abbiamo Matt, che dopo la morte di Elektra è ancora devastato dal dolore e in un certo senso sotto shock, tanto da essere inizialmente intenzionato a dissuadere gli altri, a non voler far parte di questa lotta, perché lui ha vissuto molto a lungo e in modo terribile cosa vuol dire avere a che fare con La Mano; Jessica, che porta ancora i segni della sua esperienza con Kilgrave, di ciò che ha visto a causa sua e di ciò che è stata costretta a fare; Luke, che continua a essere intenzionato ad aiutare i ragazzi di Harlem, nonostante tutto; Danny, con la sua ferrea intenzione di compiere il suo dovere come Iron Fist e che è emozionato di avere qualcuno con cui condividere tutto ciò.


Infine, abbiamo Elektra, della quale vediamo la sofferenza, l’evoluzione in negativo dovuta al procedimento a cui è stata sottoposta da La Mano per trasformarla in Black Sky, ma combattuta tra quella che era, la fiera combattente per i Casti istruita da Stick e innamorata di Matt, pronta a schierarsi al suo fianco, e l’oscurità scatenata in lei da La Mano.


La formazione di questo gruppo eterogeneo ma creato anche da persone che hanno più cose in comune di quanto esse stesse credano è graduale, ci vuole quasi metà stagione perché Matt, Jessica, Luke e Danny si trovino finalmente insieme, e se da una parte per lo spettatore ciò è un poco esasperante, perché ovviamente non si vede l’ora di averli riuniti, dall’altra però assistiamo a un percorso ben costruito che porta le quattro strade a convergere, passo dopo passo, per far trovare i quattro protagonisti al momento giusto, prima a coppie e poi tutti insieme. E infatti, i primi istanti con i quattro uniti sono già esplosivi. Matt, Jessica, Luke e Danny si trovano e noi li vediamo agire con una sorta di sincronia nonostante siano fondamentalmente degli sconosciuti l’uno per l’altro. Una sincronia istintiva.

E da qui vediamo anche la costruzione dei vari rapporti, in linea con le caratteristiche di ogni personaggio: Danny che è immediatamente entusiasta di aver trovato qualcuno in un certo senso come lui; Matt che è contrario e restio al rivelarsi e allo svelare ciò che sa, abituato alla solitudine e, come accennato, ancora sconvolto per gli eventi che ha affrontato; Jessica che non risparmia nemmeno a loro il suo mordente e all’inizio se ne va perché come Matt è un lupo solitario e non vuole essere coinvolta; infine, Luke, così abituato alla “normalità” della criminalità organizzata da trovare difficile accettare che dietro di essa si nasconda qualcosa di così enorme, antico e, in un certo qual modo, trascendente la realtà che conosce e che si svela essere solo apparenza.
E il punto centrale dello show è proprio il rapporto che si instaura tra i quattro, nonché quelli più piccoli a coppie, un rapporto che nonostante le loro diffidenze (del tutto normali, visto che non si conoscono) è immediatamente profondo, li coinvolge contro la loro stessa volontà, tanto da portare Danny, Jessica e Luke a soffrire moltissimo quando credono di aver perso Matt. E la dimostrazione precedente a questa sta proprio negli eventi che coinvolgono Danny: ovviamente Matt, Jessica e Luke vogliono impedire che La Mano possa usarlo, ma ciò che più vogliono è proteggerlo da La Mano, la parola che ripetono è “protezione”. Per Luke, è come vedere uno dei ragazzi di Harlem; per Jessica, una delle persone prese di mira, usate, torturate e uccise da Kilgrave; per Matt, una delle tante vittime di Wilson Fisk e de La Mano, nonché Elektra.
Questo è uno degli aspetti migliori dello show, questo cameratismo che nasce e si sviluppa indipendentemente dalle volontà dei quattro, più forte di queste.

Personalmente, i rapporti che mi hanno colpito di più sono stati quelli tra Matt e Jessica e tra Matt e Danny, anche se quest’ultimo è stato appena accennato. Matt e Jessica, pur nelle differenze caratteriali, sono molto simili, sono lupi solitari, così abituati a essere soli, a nascondersi, a proteggere gli altri senza che nessuno protegga mai loro (e ne hanno bisogno, in verità, quantomeno da un punto di vista morale), abituati a tenere gli altri a distanza… e con le stesse, tremende cicatrici nell’anima, con la stessa sofferenza.



Una certa similitudine esiste anche tra Matt e Danny: innamorati di New York, guerrieri esperti, entrambi addestrati per una causa più grande di chiunque, i due che conoscono e sanno di cosa è davvero capace La Mano. Matt ovviamente è più esperto di Danny, e questo aggiunge un ulteriore elemento positivo alle loro interazioni, poiché Matt potrebbe essere in qualche modo un mentore, per Danny, come Stick lo è stato per lui (con tutti i suoi difetti). E un emblema di tutto ciò è proprio il fatto che è a Danny che Matt lascia le sue ultime parole, nonché la scena che ci presenta Danny sui tetti, intento a scrutare New York, nella tipica posizione di Matt-Daredevil. Un Danny che diventa sempre più Iron Fist come prima di lui Matt è diventato gradualmente Daredevil, proprio seguendo l’esempio di Matt, volendo onorare la sua ultima richiesta, il suo sacrificio.

In un certo senso, il perno del gruppo è proprio Matt, che non a caso è stato il primo a essere presentato tra i quattro: lui è quello che prima di Danny è stato addestrato per combattere La Mano, è quello che ha combattuto a New York per primo e più a lungo degli altri, il primo a entrare in contatto e a scontrarsi con La Mano, quello che l’ha combattuta più a lungo, il primo che ne ha subito le conseguenze e le terribili ferite. Lui è l’unica persona che può fermare Elektra, permettendo agli altri di salvarsi e di salvare. Lui è, in effetti, quello che alla fine salva tutti, come ha sempre fatto.
Ed è anche questo il motivo della sofferenza di Jessica, Danny e Luke, alla fine, quando credono di averlo perso.

Matt ed Elektra, un rapporto complicatissimo, un amore condannato sin dall’inizio, ma nondimeno un amore intramontabile, in cui ognuno dei due è disposto a morire per l’altro. Inutile dire che anche questo capitolo della loro storia è stato bellissimo nella sua estrema tragicità, con la disperazione di Matt, prima di scoprire che lei è di nuovo in vita, da una parte, ed Elektra dall’altra, ancora più pericolosa, più potente, più oscura, ma sempre innamorata di lui, che tramite questo sentimento riscopre la sua memoria, la sua identità, e che trova pace solo nell’appartamento di Matt, solo rannicchiandosi sul suo letto, che in passato li ha visti nella tenerezza del loro amore.






Sul cromatismo ha già detto Walkerita, quindi non aggiungerò altro, trovandomi in completo accordo con quanto detto da lei. Come concordo con lei per ciò che concerne Colleen e Claire.
Sarebbe stato bello avere più presenti anche Foggy e Karen, soprattutto sarebbe stato bello vederli interagire davvero non solo con Trish (con la quale vediamo parlare Karen), ma con Claire e Colleen, che avrebbero potuto far capire loro il perché Matt fosse indispensabile alla lotta, il perché fosse giusto che lui combattesse e quale fosse la reale portata de La Mano. Ma chi lo sa, magari in futuro…

Un altro punto positivo della serie è stata proprio La Mano, il nemico per antonomasia, di cui finalmente ci è stato detto qualcosa in più e della quale abbiamo finalmente visto davvero il vertice. Sigourney Weaver strepitosa come sempre, anche se l’uscita di scena della sua Alexandra credo abbia colto un po’ tutti di sorpresa e forse è stata anche un po’ uno spreco per questo personaggio che poteva dare molto, ma d’altro canto era necessaria per l’evoluzione di Elektra.
Infine, New York, città che grazie all’impostazione di questi cinque show, “Daredevil”, “Jessica Jones”, “Luke Cage”, Iron Fist”, The Defenders”, diventa personaggio anch’essa, vivo e vibrante. La città che non dorme mai, la città che è controllata da La Mano e che nasconde nel suo grembo innumerevoli segreti.

E quindi eccoci qui, con “The Defenders” finalmente arrivato sui nostri schermi… e ora in spasmodica attesa del prossimo capitolo della storia di questi quattro eroi di New York.

Sam

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