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Marvel's Cloak & Dagger Recensioni

Marvel’s Cloak & Dagger Stagione 2 – Ritrovare la speranza nell’ora più buia

Ho definito “Marvel’s Cloak & Dagger” nella recensione dedicata alla première della seconda stagione una serie con “tutti gli ingredienti giusti per eccellere”, una serie che se non era la “migliore sui supereroi al momento in onda”, aveva le carte in regola per diventarlo. Oggi mi ritrovo a riconoscere con orgoglio che questa serie ha fatto di quegli ingredienti un’opera d’arte, superando qualsiasi aspettativa e soprattutto eccellendo nei suoi fini, con una personalità definita e una voce che non può restare inascoltata.

Cloak & Dagger” ha avuto coraggio, ha rischiato, non ha voltato lo sguardo altrove per una storia più semplice e di facile comprensione, no, “Cloak & Dagger” ha raccontato la sua verità senza filtri e senza sconti, ha turbato e sconvolto per la sua onestà e la sua schiettezza, ha permesso ai suoi eroi di sbagliare, tante volte e nei modi più difficili, ma anche tracciato per loro un limite da raggiungere ma da non superare. È stato un percorso confuso, estremamente problematico, onirico, spirituale, ma questa serie l’ha portato a compimento con equilibrio e ordine, un ordine che non si evince nei singoli episodi ma solo nel viaggio complessivo, solo quando tutte le note trovano la loro esatta collocazione nella realizzazione della sinfonia finale.

La seconda stagione di “Cloak & Dagger” è stata impeccabile e straordinaria e adesso vi mostro il perché.

Cloak & Dagger

1. Il coraggio delle storie

Il nucleo narrativo della seconda stagione di “Cloak & Dagger” è sintomatico non solo di una scrittura creativa profondamente attenta e meticolosa ma soprattutto di uno studio della tematica presentata e uno scavo psicologico delle parti in essa coinvolte talmente dettagliati e precisi da trasmettere costantemente un senso di profonda e realistica inquietudine per lo spaccato sociale descritto, in una narrazione che riesce quindi ad amalgamare con inaspettata maestria non solo l’anima drama della serie e gli obiettivi che il marchio Marvel impone ma anche la concretezza della criminalità di New Orleans con l’astrattezza della sua spiritualità.

Per la maggior parte della durata di questa stagione, “Cloak & Dagger” ha sfumato molto i confini dell’impostazione di base con cui la serie nasce, ossia il concept di un teen drama ambientato nel mondo dei supereroi, immergendo totalmente il cuore e l’anima della storia raccontata in una realtà al tempo stesso concreta e metaforica, adulta e drammatica, tangibile e spirituale, una realtà fatta di demoni e maschere che Tandy e Tyrone, così come tutti coloro che orbitano intorno, devono riconoscere, rivelare e combattere, cercando però di capire con quali tempi e quali modi.

I filoni narrativi centrali di questa stagione hanno ben poco di sovrannaturale perché colpiscono, esplorano ed eviscerano con sorprendente realismo tematiche come la violenza domestica, gli abusi fisici e psicologici, i pregiudizi razziali e il traffico di giovani donne, prosciugate della speranza e costrette a subire la peggiore delle sorti. Ogni volta che gli episodi hanno trattato e raccontato queste storie l’hanno fatto con dovuta calma, con rispettabile e disturbante onestà, con una profonda caratterizzazione che a volte rendeva difficile riconoscere la vittima e il carnefice e soprattutto ammetteva una verità che in pochi hanno avuto il coraggio di esprimere, ossia che spesso queste due facce della medaglia non sono altro che causa e conseguenza.

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Cloak & Dagger” non ha fatto sconti a nessuno in questa trattazione, Tandy stessa ha vissuto e compiuto un percorso di crescita umana evidente, incarnando al principio la voce dell’opinione comune, di chi crede che sia sufficiente aprire la porta di casa e andare via, di chi inevitabilmente così accusa la vittima di voler rimanere nel proprio inferno perché alla fine ne trae benefici, di chi purtroppo non riesce a vedere tutti i diversi strati di frammentata e ferita psicologia che attanagliano le vittime di abusi domestici. In quanto vittima indiretta di questa stessa atrocità, Tandy affronta inizialmente questa storyline con cinismo e determinazione, la determinazione di chi ha bisogno di credere che sia tutto bianco e nero, giusto e sbagliato, fuggire o restare, chi crede di poter essere l’ago della bilancia, di poter risolvere nell’immediato il dramma altrui che non ha potuto risolvere nella sua stessa vita.

Ma solo diventando a sua volta vittima, solo provando la stessa solitudine e la stessa mancanza di speranza e fiducia delle donne che subiscono questi abusi, Tandy riesce a vedere e capire finalmente i contorni sfumati e confusi di questa tematica, divenendo infine l’ancora di salvezza che era destinata ad essere fin dal principio e che soltanto alla fine riconosce in se stessa. Le scelte di regia in questi frangenti contribuiscono a trasmettere la sensazione che avvolge le vittime, mostrando letteralmente sullo schermo l’assenza di speranza, di luce, di ottimismo, l’abbandono allo stato più profondo di disperazione e disillusione, in una realtà che si perde in un abisso di oscurità, informe, silenzioso, totale.

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Ed è proprio su questa disperazione che si erge il potere di Andre. Il personaggio di Andre racchiude in sé tutte le sfumature più spirituali e metaforiche di questa storia, affermando però contemporaneamente la concretezza della disumanità di cui è portatore. Andre (D’Spayre) è uno e tanti, ha un volto che cambia perché può essere quello di milioni, perché è il simbolo di chi vive e sopravvive grazie alle sofferenze altrui, chi si approfitta e si nutre di ogni gesto gentile, di ogni spiraglio di luce, pur di raggiungere il proprio benessere, pur di raggiungere quella “nota” che l’avrebbe reso un dio.

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La strategia di manipolazione di Andre e Lia era semplice ma efficace, ogni volta, era una strategia mirata che puntava alla solitudine e all’isolamento, che si alimentava con la bugia e la persuasione, convincendo e indebolendo progressivamente le riserve e le difese di chi cercava aiuto, chi cercava un porto sicuro. Dal punto di vista strettamente caratteriale, Andre è un villain impeccabile e terrificante perché è reale, quotidiano, onnipresente, Andre cerca e si nutre dell’unica sensazione di cui la gente non è mai carente purtroppo: la disperazione, il dolore, e la paura di non liberarsene mai per davvero.

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È iconico e sensazionale il momento in cui Tandy ritrova la sua stessa speranza nel motel [2×07] solo quando anche Del nella stanza accanto riaccende la sua luce interiore, quando sceglie di alzare la voce e riprendersi la sua vita oltre le bugie e la manipolazione, con una ritrovata forza e voglia di vivere che a sua volta però era stata proprio Tandy a donarle, incondizionatamente e con consapevolezza questa volta. Ed è proprio quella speranza l’unica arma per distruggere Andre, l’unica possibilità di portargli via il controllo sulle menti e sugli animi delle sue vittime.

Andre assume, verso il finale della stagione, sia sembianze più definite e chiare come personaggio individuale, sia contorni ancora più metaforici come espressione di concetti astratti perché in fondo il suo potere sembra voler ricalcare gli effetti e le prigioni causate dalla depressione sulle menti umane. Ciò che Andre fa nel suo mondo non è altro che rinchiudere le anime sofferenti in una realtà in cui i loro demoni diventano reali e parlano, urlano, ridono, incatenandoli alle loro paure più profonde e immobilizzandoli in una solitudine che risucchia la voglia di vivere, reagire, combattere

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La battaglia finale di Tandy & Tyrone si gioca proprio su questo campo metafisico, onirico, parallelo, e non viene combattuta con le armi o con un duello corpo a corpo, bensì con un confronto, all’inizio incrociato, come elemento sorpresa, e poi inevitabilmente frontale, faccia a faccia con quelle ferite e quelle sofferenze che gravano su di loro dall’inizio e che non possono continuare a ignorare o silenziare sperando invano che smettano di gridare. Tandy & Ty affrontano i loro demoni e li accettano per ciò che sono: parti di loro, zone d’ombra che a volte hanno “ereditato” e altre volte hanno creato, ferite e cicatrici che esistono e non possono essere cancellate ma che li rendono le persone e gli eroi che sono oggi, senza definirli, senza ostacolarli.

 È terribile riconosce nel demone di Tandy quel padre che una volta idolatrava, un padre debole e per questo violento, un padre che le fa male odiare ma anche un padre a cui adesso non permette di rovinare il suo presente come ha fatto con il suo passato. Ty invece raggiunge il traguardo del suo percorso realizzando di non poter salvare tutti e di non poter essere perfetto, liberandosi di tutte quelle aspettative che credeva gli servissero per cambiare la sua storia, per non morire innocentemente come suo fratello Billy, per rispettare una sorta di standard sociale che per lui è ancora più difficile da eguagliare.

Tyrone immobilizza finalmente Andre nella sua stessa paura mentre Tandy lo trafigge con la speranza, con l’aiuto anche di quelle menti che lei ha svegliato: sua madre, Mina e Mikayla.

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Questa seconda stagione di “Cloak & Dagger” ha un potere che non può e non deve passare inosservato, un potere reale che va oltre la fantasia e il mondo Marvel e si rivela nascosto in ognuno di noi, sempre presente, sempre pronto a risvegliarci e a combattere anche quei demoni che ci appaiono troppo rumorosi, prepotenti e quotidiani per disfarcene.

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2. Facce di una stessa medaglia: Brigid O’Reilly & Mayhem

Uno degli aspetti assolutamente eccellenti e sorprendenti di questa seconda stagione di “Cloak & Dagger” viene portato in scena dalla fenomenale interpretazione di Emma Lahana che presta e trasforma il suo volto per una dicotomia caratteriale che si è rivelata diversa e originale fin dal principio, quando si è scoperto che l’alter ego Mayhem viveva una vita propria indipendente dal corpo e soprattutto dalla moralità della donna da cui era nato, Brigid O’Reilly.

In un certo senso si potrebbe dire che Brigid ha compiuto un percorso simile a quello Tandy & Tyrone, comprendente infatti quel confronto con la parte più oscura di sé, con il suo demone personale, ma la sorpresa in questa caratterizzazione riguarda in realtà la mancata demonizzazione di Mayhem, di quel personaggio che dalle premesse sembrava dover essere il villain di questa stagione e porre i protagonisti di fronte a un conflitto morale e che invece è stato sviluppato in una chiave ben più realistica e anche moralmente comprensibile rispetto alle aspettative.

Il conflitto etico di cui Mayhem è stata portatrice dura relativamente poco in realtà, perché oltre i suoi modi da vigilante fuorilegge [che possono risultare condannabili fino a un certo punto] e quelle non troppo velate tentazioni rivolte a Tandy, Mayhem si rivela in fondo un’alleata, esattamente come Brigid ma spietata, senza remore, senza rimorsi. E proprio questa insolita evoluzione dell’alter ego porta la O’Reilly a capire di dover riconoscere nella sua controparte non un nemico da combattere e sconfiggere ma una parte di sé con cui fare pace e trovare un punto d’incontro.

Il loro confronto nell’ottavo episodio, uno dei più belli della stagione, è illuminante da questo punto di vista: Brigid e Mayhem sono indiscutibilmente la stessa persona, Brigid non è senza peccato e Mayhem non è irrimediabilmente cattiva, sono letteralmente due facce della stessa medaglia perché guardano la loro realtà in maniera antitetica e nello stesso modo la affrontano, dando ascolto a differenti dettami della loro coscienza. Mayhem è quella parte di Brigid che purtroppo riesce a vedere solo gli aspetti più negativi della sua realtà ma solo nel momento in cui lo riconosce, Brigid capisce di aver bisogno di quello sguardo, di quella lucidità, di quel cinismo, per salvare il suo mondo e allora è lei che diventa alla fine parte di Mayhem, la parte più luminosa, razionale ed empatica.

Il personaggio che vediamo dunque negli ultimi due episodi è per la prima volta un’autentica fusione di Mayhem e Brigid, in cui la prima è sicuramente prevalente ma la seconda non è assopita, non è sottomessa, e sebbene sembri difficile riconoscerlo nel suo conflitto con Tandy, lo si vede chiaramente nel finale sia nel confronto con Mina che nel suo modo di proteggere Evita e al tempo stesso Tandy & Tyrone. Perché se esiste un aspetto di Brigid che non potrà mai essere messo a tacere riguarda proprio quello strano legame con due ragazzi che in qualche modo alimentano la sua speranza per un futuro migliore.

3. Loa, profeti e sacrifici

In questa seconda stagione di “Cloak & Dagger”, la religione vudù ha avuto un ruolo chiave anche maggiore rispetto alla stagione d’esordio, diventando uno strumento narrativo da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. Se Tyrone si affida inizialmente a questa spiritualità per riuscire a entrare in contatto con quel mondo parallelo a cui il suo potere permette di accedere, lo stesso raggiungibile da Andre grazie alle capacità sovrannaturali acquisite – un mondo che viene rappresentato quasi come un autentico inferno a più gironi – è in realtà Evita la sorprendente portatrice dell’evoluzione di questa componente religiosa della storia, nel momento in cui si ritrova costretta a raccogliere l’eredità di sua zia Chantelle.

Il destino di Evita in realtà mi ha anche lasciato un sapore decisamente amaro, non tanto per il sacrificio compiuto che l’ha portata a sposare un Loa e quindi a dedicarsi interamente al culto vudù, rinunciando in questo modo a Tyrone solo per salvarlo, quanto per l’abbandono inevitabile dei suoi progetti futuri e del suo sogno di intraprendere una carriera in medicina.

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Soprattutto negli ultimi tre episodi della stagione, Evita ha dimostrato di saper reggere egregiamente anche un ruolo che non voleva e lo fa con straordinaria forza d’animo, rivelandosi non solo una risorsa indispensabile nella lotta di Tandy e Tyrone ma soprattutto un personaggio custode di un fascino inaspettato e di un talento che probabilmente meritava molto più di un’eredità così pesante.

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4. Da mamma a mamma

Per quanto siano sicuramente personaggi secondari, Melissa Bowen e Adina Johnson hanno impreziosito questa seconda stagione di “Cloak & Dagger” con una caratterizzazione della figura materna distante dal modello pacifico e saggio a cui siamo abituati, incarnando in questo modo alcuni degli aspetti più realistici e oscuri della storia.

Melissa è purtroppo il punto di partenza della storyline riguardante la violenza domestica ed è anche un promemoria costante per Tandy di tutte quelle ferite che inizialmente non era pronta ad affrontare, motivo per cui non riesce a stare accanto a sua madre e non riesce a capire per davvero l’intensità della sua sofferenza. Melissa Bowen si rivela dunque la vittima perfetta per la manipolazione di Andre, essendo ancora troppo in bilico tra la volontà di ricominciare e la paura di essere ormai troppo segnata per rinascere, dimostrandosi in questo modo fin troppo simile a Tandy, che quindi rimprovera a sua madre le stesse ombre che vede anche in se stessa.

Il finale di stagione però riporta uno spiraglio di speranza nella vita delle donne Bowen e anche se si separano nuovamente, Melissa e Tandy hanno almeno un punto fermo da cui ripartire in futuro.

Adina Johnson invece è sempre stata più ordinata, impostata ed equilibrata di Melissa Bowen ma fin dalla prima stagione si scorgeva evidentemente in lei una rabbia messa a tacere per troppo tempo, una rabbia che forse aspettava solo il momento o la persona giusta per tornare in superficie. Distante da suo marito ma soprattutto privata del suo secondo figlio ancora una volta per colpa di un’ingiustizia, Adina è costretta a fare i conti con quella parte di sé tenuta costantemente e attentamente sotto controllo nel momento in cui si ritrova faccia a faccia con il responsabile dei suoi dolori più grandi.

Sola con Connors, Adina pone sui piatti della sua bilancia morale tutto ciò che ha vissuto e subito, prima come donna afroamericana e poi come madre straziata dalla perdita di un figlio e dal pensiero di poter perdere anche il secondo nello stesso modo, e il risultato di questo bilancio è forse uno dei colpi di scena più sorprendenti della stagione. Le azioni di Adina, per quanto onestamente giustificabili, gettano però un’ombra sulla serenità futura della donna, che presto o tardi dovrà probabilmente fare i conti con la sua decisione e con la vendetta realizzata.

5. Custodi e guardiani

Tandy Bowen e Tyrone Johnson condividono infine quell’“ultimo” dettaglio che rende questa serie così squisitamente unica nel suo genere e si tratta del legame assoluto e incondizionato che li unisce, ora più che mai. Dopo una prima parte di stagione in cui le strade di Tandy & Ty apparivano sempre più distanti e differenti, il rapimento di Tandy rimette in prospettiva per entrambi il loro rapporto, mettendoli di fronte alla possibilità di vivere l’uno senza l’altra, uno scenario che diventa improvvisamente il loro l’incubo peggiore.

Ciò che personalmente mi travolge di un sentimento così profondo e intenso ma che a conti fatti è soltanto agli albori, tanto da essere ancora considerato solo come “un’amicizia” da entrambi, è la purezza con cui Tandy e Tyrone si guardano rispettivamente, e non da un punto di vista romantico, non ancora, quanto più da un punto di vista assolutamente umano, per due ragazzi che in fondo hanno conosciuto fino a quel momento l’aspetto peggiore dell’umanità.

Quando Tandy guarda Tyrone, vede tutto ciò che non credeva potesse esistere, certamente non in un uomo: il rispetto, la bontà, la gentilezza nei modi, la fermezza dei valori, il coraggio di essere se stesso nonostante il mondo provi a cambiarlo in ogni modo, ai suoi occhi Tyrone è l’eroe che il mondo non merita ma di cui ha bisogno, è l’unica vera speranza della sua vita perché è l’unico che non ha rinunciato a lei dopo averla incontrata.

Quando Tyrone guarda Tandy invece, vede una guerriera, un’autentica anima affine, così diversa da lui eppure la sola con cui poter ammettere le sue paure più profonde, i suoi pensieri più oscuri e i suoi dubbi paralizzanti. Pur non essendo davvero solo, potendo infatti contare sul supporto e l’affetto della sua famiglia, Tyrone non aveva mai avuto la possibilità e forse il coraggio di essere pienamente se stesso, di riconoscere ad alta voce il peso delle aspettative, la paura di fallire, la rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti di un mondo che continua a respingerlo. Tandy rappresenta per Ty l’unica persona in grado di capirlo completamente, l’unica con cui è tremendamente facile parlare e che riesce ad ascoltare i suoi timori anche quando resta in silenzio.

La seconda parte della stagione ha reso evidente quindi quanto Tandy & Tyrone siano diventati custodi della reciproca luce, ai rispettivi occhi l’altro è l’eroe che loro non credono di poter essere, il compagno che pensano di non meritare e il supporto di cui hanno disperatamente bisogno.

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Nel finale di stagione il legame tra Tandy & Tyrone si è mostrato “divino” così come il loro destino vorrebbe ma il vero potere sovrannaturale che ha permesso l’annientamento di Andre non risiede affatto nelle rispettive capacità bensì nel sentimento che li unisce, nell’opinione che hanno l’uno dell’altra, nella volontà di combattere i reciproci demoni pur di guarire a vicenda le rispettive ferite, nella realizzazione di voler essere completi solo con l’altra persona accanto.

Nelle ultime scene dell’episodio, Tandy & Ty scelgono di intraprendere per davvero il cammino dell’eroe ma più di tutto scelgono di volerlo fare insieme, forse con un po’ più d’onestà nei confronti dei rispettivi sentimenti.

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Incorniciata ancora una volta da una soundtrack che sembra voler partecipare attivamente al dibattito sociale, psicologico ed emotivo portato in scena dalla seconda stagione – e di cui consiglio l’ascolto della canzone “The lion, the beast, the beat”, di Grace Potter & The Nocturnals – “Cloak & Dagger” si rivela a mio parere un autentico capolavoro seriale che con solo due stagioni ha saputo raggiungere obiettivi precisi, toccare tematiche concrete ed eccellere in ogni sua componente. Se è vero che la perfezione non esiste, posso assicurarvi che la seconda stagione di “Marvel’s Cloak & Dagger” ci va molto vicina.

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