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Marvel's Cloak & Dagger Recensioni

Marvel’s Cloak & Dagger 2×01/02 – Gli ingredienti per eccellere

È stata definita “la serie migliore sui supereroi al momento in onda” eppure un teen drama di casa Marvel e targato Freeform non sembrava poi questa gran promessa della televisione quando l’idea è stata annunciata la prima volta. Ma, per quanto mi riguarda, “Marvel’s Cloak & Dagger” è stato più di una scommessa vinta poiché non ha soltanto “tagliato il traguardo” della prima stagione ottenendo in seguito il rinnovo, questa serie ha convinto, ha conquistato il suo rispetto e, aspetto ben più importante di tutti, ha portato in scena una personalità definita, ha amalgamato elementi antitetici rendendo il loro confronto il punto di forza dell’intera serie e poi ha saputo equilibrare le sue energie e i suoi obiettivi in un percorso ordinato e sicuro.

Ho volutamente elencato alcune delle componenti migliori di questa serie perché in questa nuova fase del suo percorso “Marvel’s Cloak & Dagger” è ripartito esattamente dal punto in cui si era fermato e l’ha fatto camminando con sicurezza e precisione su tutti quegli elementi caratteristici, originali e stabili con cui aveva costruito la stagione d’esordio e che si affermano oggi, con questa première, come gli ingredienti di cui questo show ha bisogno per eccellere nel suo genere.

Marvel's Cloak & DaggerMarvel's Cloak & Dagger
 

La tripartizione della moralità

Uno degli aspetti che già la prima stagione di “Marvel’s Cloak & Dagger” aveva anticipato e che questa stagione sembra intenzionata a rendere il proprio leit motiv è una realistica tripartizione della moralità, i cui punti focali superano infatti gli opposti primordiali e mostrano una realtà contemporanea che è costretta a fare i conti con la presenza del bene, del male e di tutto ciò che esiste nel mezzo.

Ciò che la prima stagione ha reso evidente per e tramite Tandy & Tyrone è l’impossibilità di dividere la moralità umana in due metà perfette: bene e male, bianco e nero, buono e cattivo, a causa principalmente delle apparenze spesso fuorvianti e in seguito a causa delle scoperte, delle sfide e delle ingiustizie quotidiane che entrambi i ragazzi hanno dovuto affrontare e che hanno quindi plasmato maggiormente la loro visione del mondo.

In questo nuovo inizio, credo che la serie abbia portato la tematica della moralità tripartita su un nuovo livello, inserendo anche un terzo “giocatore” sulla scacchiera: Brigid O’Reilly. È proprio la O’Reilly a incarnare letteralmente questa ambiguità morale, a rappresentare il pendolo che non solo oscilla tra i due opposti principali ma che si sofferma soprattutto nella transizione che c’è nel mezzo, spingendo in questo modo anche Tandy e Tyrone a considerare tutte le sfumature del caso.

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Abituati ormai ai loro poteri, infatti, e alla nuova quotidianità che si ritrovano a vivere, Tandy e Tyrone sono adesso alla ricerca di un obiettivo, di una ragione che giustifichi l’improvviso cambiamento di rotta delle rispettive esistenze, di una motivazione per cui valga ancora la pena lottare.

A questo bisogno di definirsi attraverso i loro poteri si unisce però una parafrasi della seconda legge della termodinamica e dell’entropia, secondo cui al fine di raggiungere l’equilibrio tra due sistemi c’è bisogno di un’inevitabile perdita di energia che verrà dunque utilizzata per una crescita o per una riparazione ma il cui passaggio in quel momento trasformerà l’energia stessa rendendola instabile, volatile, in grado di creare o guarire come di distruggere e amplificare la forma stessa del caos.

Con questa straordinaria metafora, si evidenzia chiaramente come Tandy & Ty si trovino ora in una condizione di precaria e apparente stabilità ma il dislivello tra i due sistemi maggiori di moralità è tale da spingere Brigid O’Reilly e il suo alter ego Mayhem a cercare di raggiungere un effettivo equilibrio dispensando però un’energia pericolosa in grado di alimentare a dismisura il caos e il disordine. In questa realtà profondamente grigia dunque, Tandy e Ty cercano di definirsi e di ritrovarsi ma ora più che mai sono in balia di un dilemma che confonde facilmente i contorni di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, lasciandoli entrambi spesso in un vicolo cieco che sembra non portare mai ad alcun risultato.

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Tandy da una parte infatti è ancora in fuga dai suoi demoni personali, nonostante sembri che abbia abbracciato uno stile di vita più salutare, e come risposta a un problema che non ha mai davvero affrontato ma soltanto razionalizzato e chiuso in una scatola, cerca di risolverlo nelle vite degli altri ma lo fa ancora accecata dalla rabbia e dal pregiudizio, riversando sulle stesse persone che cerca di aiutare quei confini netti e definiti che lei per prima non riesce a tracciare, per quanto finga di poterlo fare.

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Tyrone dal canto suo invece prova a combattere la rabbia per l’ingiustizia subita, abbracciando lo stile classico dei vigilanti e credendo ingenuamente di riuscire a fare la differenza e a rendere il suo mondo un posto migliore tra una notte e l’altra ma anche lui è costretto a fare i conti con una realtà più sfumata e complessa del suo sistema di bene e male, soprattutto in seguito all’introduzione della dicotomia psicologica di Brigid O’Reilly, che per Tyrone in particolar modo aveva rappresentato uno spiraglio di fiducia e speranza nei confronti della polizia.

Seguendo dunque le premesse di questi primi due episodi, sembra che tutti e tre i protagonisti di “Marvel’s Cloak & Dagger” si ritroveranno in questa stagione a dover far fronte alla tentazione più antica, quella di considerare la vendetta l’unica forma di giustizia possibile.

I contrasti cromatici e la loro fusione

È stato quasi familiare ritrovare in questi primi due episodi della stagione l’aspetto che più mi aveva colpito durante il pilot di “Marvel’s Cloak & Dagger”, vale a dire il forte contrasto cromatico tra luci e ombre, tra colori chiari e tonalità oscure, un contrasto che diventa strumento narrativo imprescindibile dello storytelling. Tandy è ancora una volta accompagnata da questo costante alone di luce, dalla prevalenza di un bianco quasi accecante a volte, una luminosità che però ancora stride con l’oscurità che porta dentro e in cui si trova a suo agio in realtà perché ci si riconosce fin troppo bene. È ipnotizzante la scena in cui si esercita sola nella danza in una sala completamente buia e illuminata esclusivamente dalle luci della città e dalla scia luminosa che lasciano i pugnali che stringe tra le mani, un momento in cui è proprio la sua rabbia a darle energia per andare avanti ma che alla fine la lascia inevitabilmente svuotata e ancora una volta insoddisfatta.

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Tyrone invece è nuovamente avvolto dall’oscurità causata dal suo stesso potere e dalle situazioni in cui si ritrova nella notte per combattere a modo suo la criminalità ma proprio questo aspetto della sua personalità va a contrastare continuamente il cromatismo delle sue scene. Nonostante la rabbia che giustamente provi e le ingiustizie che continui a subire anche solo per il colore della sua pelle, Tyrone è ancora portatore di una profonda fiducia nell’umanità e nella volontà di fare la cosa giusta anche quando sembra essere giunto al limite della speranza.

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È visivamente attraente assistere alla fusione di questi contrasti cromatici nel momento in cui Tandy & Ty entrano in contatto, perché è allora che entrambi raggiungono quell’equilibrio emotivo di cui sono perennemente mancanti, è allora che trovano l’uno nell’altra l’obiettivo che cercano.

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New Orleans tra Criminalità, Vudù e Spiritualità

Protagonista viva e assoluta di “Marvel’s Cloak & Dagger” era e si riconferma la città di New Orleans, una città che dona alla storia e alla serie un’identità ben definita, tra cultura e criminalità.

Mentre nella prima stagione abbiamo già fatto i conti con la corruzione radicata nella polizia e con i pregiudizi nei confronti della comunità afro-americana, questa seconda stagione sembra intenzionata a mostrarci un nuovo lato oscuro della città: quello del traffico di droga, della violenza domestica e del traffico di giovani donne. Il focus sociale che questi primi episodi hanno inoltre evidenziato non può passare inosservato proprio per la sua importanza contemporanea, rivolta infatti al diverso trattamento che ricevono le vittime appartenenti alla comunità afro-americane e quelle che invece rispecchiano l’ideale americano.

Emergono in questo contesto tre personaggi nuovi che sembrano destinati a lasciare la loro impronta nella storia: Lia Dewane e Andre Deschaine, entrambi provenienti da un background evidentemente difficile e drammatico che trasformano al fine di aiutare una comunità spesso ignorata, e Mikayla Bell, giovane vittima di abusi domestici che nei primi episodi porta in scena con straziante realismo una condizione di “prigionia” psicologica che non le permette di realizzare la pericolosità della sua quotidianità e quindi di distaccarsene.

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L’aspetto più negativo di questa descrizione sta nell’apparente impossibilità di cambiare la realtà di New Orleans, parte ormai di un sistema talmente oscuro che sembra quasi vano tentare di rischiararlo.

E invece a volte questo succede grazie alla componente spirituale di questa serie e in particolar modo grazie alla religione vudù. Distante dagli elementi notoriamente più esoterici e negativi della religione (presenti in fondo in ogni religione che preveda la presenza di bene e male), la pratica del Vudù della Louisiana mostrata in “Marvel’s Cloak & Dagger” non solo ha sempre avuto un fascino innegabile ma ha anche rappresentato un elemento positivo della cultura di New Orleans, aiutando spesso proprio Tyrone, che segue invece la fede cristiana, a illuminare la sua mente e il suo cammino. Il dettaglio del “veve” ossia di questa preghiera / invocazione che serve per domandare giustizia o vendetta ha arricchito fortemente il secondo episodio, entrando a far parte della narrazione tanto quanto la criminalità.

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Storytelling, montaggio e soundtrack

Dal punto di vista prettamente tecnico, il secondo episodio della nuova stagione di “Marvel’s Cloak & Dagger” ha presentato uno storytelling ormai comune nel mondo seriale ma sempre intrigante nel suo utilizzo, vale a dire la conduzione parallela di tre storyline diramate da uno stesso punto di partenza. Oltre il percorso di Tandy con Mikayla e quello di Tyrone con la spiritualità vudù, è fondamentale concentrare finalmente l’attenzione su Brigid O’Reilly che ritroviamo nelle stesse condizioni in cui l’avevamo lasciata nel finale della prima stagione, tanto da sembrare quasi ignara delle conseguenze derivate dal conflitto a fuoco con Connors in prossimità dell’energia infettiva creata e sfruttata dalla Roxxon. In realtà, quella che sembrava una doppia personalità facente parte dello stesso corpo di Brigid si rivela, in un finale esplosivo e sorprendente, in possesso di un suo corpo individuale ma che condivide con la O’Reilly la sua stessa mente e la parte più oscura di sé.

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Partecipa attivamente a questa narrazione il montaggio rapido e d’effetto delle scene, un montaggio che a volte evidenzia parallelismi importanti, come nel caso della solitudine di Tandy & Tyrone che si esercitano nelle rispettive passioni (danza e basket), e altre volte serve a mostrare i pensieri e i demoni personali dei protagonisti, come succede ancora una volta con Tandy e tutte quelle preoccupazioni che ancora tengono in ostaggio la sua mente.

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Incornicia il tutto un’impeccabile colonna sonora tra cui ritroviamo anche un brano inedito, e meraviglioso, di Aubrey Joseph, “Numb”.

The Divine Pairing

Sebbene il loro legame si evinca in tutti gli aspetti finora analizzati della serie e di questi primi due episodi della seconda stagione di “Marvel’s Cloak & Dagger”, non posso esimermi dal sottolineare quanto intenso, assoluto e coinvolgente si riveli il rapporto tra Tandy & Tyrone episodio dopo episodio, sia dal punto di vista della loro identità da “vigilanti” che dal punto di vista prettamente umano e soprattutto adolescenziale.

La serie, infatti, ha sempre saputo come equilibrare le sue due anime, quella Marvel e quella teen drama, e al di là della complementarietà dei loro poteri, Tandy & Tyrone conquistano sempre di più per il modo in cui sono diventati l’uno parte integrante della vita dell’altra, più simili di quanto entrambi riescano a riconoscere ora e più vicini di quanto entrambi siano disposti ad ammettere.

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In definitiva, non credo che “Marvel’s Cloak & Dagger” sia la serie migliore sui supereroi al momento in onda (semper fidelis allo S.H.I.E.L.D.) ma penso sinceramente che di questo passo, possa sicuramente affermarsi come legittimo erede.

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