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Agents of S.H.I.E.L.D. Marvel Recensioni

Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. 5×11 – Most Wanted … Again

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Ritrovare la luce del sole, l’atmosfera naturale, l’ordinaria quotidianità di una piccola cittadina che vive indisturbata e inconsapevole, circondarsi nuovamente di tutti quegli aspetti insignificanti e banali della vita di tutti i giorni che solitamente si danno per scontati e che invece rappresentano l’essenza di un’esistenza tranquilla, non basta ad alleggerire un senso di angoscia impossibile da scrollare, “giocare in casa” non è sufficiente per liberarsi dall’ombra che un futuro non soltanto già scritto ma anche vissuto proietta su tutti loro, minando alla base ogni decisione, ogni passo, ogni movimento che possa risultare sbagliato, avvicinandoli così alla realizzazione del loro incubo peggiore.

Questa nuova fase della storia appare in un certo senso come un limbo intermedio tra ciò che è stato e ciò che sarà ma lungi dall’essere un periodo di stallo o di attesa, questo è in realtà il momento in cui il team dovrà combattere con più ferocia, determinazione ma soprattutto intelligenza per sfuggire alle grinfie di un nemico ben peggiore di quello che ci hanno mostrato, un nemico quasi impossibile da affrontare perché non è altro che il loro perfetto riflesso, arricchito di tutte le paure e tutti gli sbagli che non devono ripetere per far sì che il cerchio si spezzi definitivamente lasciandoli liberi. Comincio a credere dunque che l’unico modo per lo S.H.I.E.L.D. di raggirare il loop temporale a cui tutti loro sembrano condannati sia quello di sorprendere se stessi, di agire come non sono abituati a fare e di combattere con armi diverse da quelle che solitamente avrebbero utilizzato; l’unico modo per vincere contro quel futuro che hanno creato è cambiare se stessi affinché la somma delle loro azioni produca un risultato differente.

Lighthouse, sweet homeUno degli aspetti che recentemente mi affascina di più di questa storia è proprio questa nuova e “involontaria” base operativa dello S.H.I.E.L.D., un rifugio impregnato di segreti e di storia, di trappole e vie di fuga, che sembra oscillare costantemente tra l’essere l’ultima roccaforte della squadra e la loro definitiva prigione. Il Faro appare sempre di più come una sorta di “check point”, quel punto predefinito da cui tutto riparte ogni volta, e questo mi spinge a credere che possa giocare anche un ruolo più attivo nella partita a lungo termine che gli agenti stanno affrontando, essendo infatti custode di ben tre monoliti alieni, portali per chissà quante altre dimensioni.

Ma oltre il Faro e oltre il ritorno al passato, ciò che più profuma di “casa” in questo episodio nonostante l’oscurità che ancora pervade e riempie la storia è in realtà la squadra, al momento più unita che mai. Abituata a intere stagioni di separazione, è rincuorante assistere finalmente a una stabilità puramente umana nelle relazioni tra i protagonisti, i primi adesso ad essere visibilmente stanchi delle odissee vissute e di tutte le perdite subite nel percorso. Ci sono un paio di momenti in questo episodio in cui si assiste in qualche modo all’apertura di uno spiraglio nella “quarta parete” della scena, in cui sembra quasi che gli scrittori vogliano fermarsi un istante e cominciare a guardare in prospettiva il percorso compiuto fino a questo momento, soprattutto alla vigilia del centesimo episodio. Ripercorrere in poche battute tutto ciò che hanno affrontato in questi anni, strizzare l’occhio al “small but active fanbase”, sono momenti che non solo hanno spezzato, proprio in pieno stile S.H.I.E.L.D., la tensione crescente ma hanno anche rafforzato e alimentato in maniera sottile ciò che questa agenzia davvero rappresenta: l’ultimo baluardo di difesa che agisce nell’ombra, l’uno accanto all’altro, nella sua più profonda umanità.

Il rapporto tra Coulson & Daisy è un po’ il simbolo di quanto ho appena detto. Oltre alla rappresentazione estremamente realistica della reazione di Coulson nel precedente episodio [vorrei poter colpire con l’icer i tre quarti dei miei personaggi preferiti per evitare che facciano gli eroi coraggiosi sacrificandosi per il bene comune], Coulson & Daisy sono ancora oggi, a distanza di circa cinque anni, l’inizio di un domino di storie che non si sono mai fermate, sono le radici di una vocazione e di una squadra che insieme hanno sviluppato e creato e sono i punti fermi attorno ai quali orbitano tutte le altre colonne portanti della serie, adesso ugualmente importanti e indispensabili. E più di qualsiasi altra cosa, Coulson e Daisy rappresentano il reciproco punto di partenza, avendo trovato l’uno nell’altra il pezzo mancante della loro esistenza, ciò che ha rimesso tutto in ordine e che, per la prima volta, ha costituito l’unica certezza in una realtà instabile.

“It’s all coming true” – E se il team nella sua collettività tiene ancora viva la fiamma che rischiara brevemente la costante oscurità proiettata dalla storia, è scioccante, destabilizzante e straziante notare come Elena sia la portatrice designata della profezia, custode di parole che non può dimenticare, di dubbi che la inseguono come demoni e di immagini che diventano sempre di più incubi dai quali non può svegliarsi. Elena racchiude in sé al momento quella lotta interiore di cui parlavo nell’introduzione, quel conflitto che tutti i personaggi stanno affrontando contro quella versione futura di sé che non vogliono raggiungere ma che al momento sembra avvicinarsi di più ogni volta che provano ad allontanarsi. Per quanto apprezzi questo ruolo sorprendentemente centrale di cui Elena è stata investita negli ultimi episodi, è onestamente difficile assistere improvvisamente alla concreta realizzazione di una parte del suo destino, la più atroce che la sua storia ci abbia presentato. Ciò che più spaventa in questa fase è notare come Elena, anche prima del suo tragico incidente, fosse ancora prigioniera di ciò che aveva vissuto nel futuro, vittima di un’angoscia che non era in grado di lasciare andare e che aveva spento in lei quel fuoco di speranza e quella ribelle determinazione che la spinge a lottare fino all’ultimo respiro. E temo che in qualche modo sia proprio questo il cammino che condurrebbe tutti loro a realizzare quella distopia, la paura più profonda della profezia è esattamente ciò che alla fine potrebbe concretizzarla ancora una volta.

Ciò che è accaduto ad Elena quindi apre una nuova discussione su due fronti: da una parte ovviamente è vivo e costante ormai il timore per la condizione segreta di Coulson, una condizione che però in questo episodio è passata quasi in secondo piano, non fornendoci infatti alcun aggiornamento sulle cause che hanno portato a questo rapido deterioramento della sua salute; dall’altra parte, la serie sembra aver introdotto il suo ultimo acquisto nella squadra dei villain, un personaggio che per quanto mi riguarda è riuscito a farsi disprezzare con passione come Ward e AIDA avevano fatto solo dopo un lungo percorso. Se il generale Hale infatti è in fondo solo l’ennesimo militare intenzionato a smantellare ciò che resta dello S.H.I.E.L.D. mettendo insieme un team di anti-eroi, sua “figlia” Ruby – e uso le virgolette perché non sono del tutto certa che il piccolo demone ossigenato sia biologicamente umana – con una sola comparsa ha già ampiamente mostrato segni di evidente psicopatia, guidata in particolar modo da una sociopatica ossessione nei confronti di Daisy. Ruby mi appare al momento come un’arma che terrorizza anche la Hale e che presto o tardi sfuggirà anche al suo controllo.

L’ultima riflessione della recensione, prima dell’immancabile TOP 3, voglio dedicarla ai due personaggi più “inaspettati” dell’episodio. Da una parte c’è l’agente Piper, un personaggio che avevo già piacevolmente apprezzato durante il suo breve addestramento nella quarta stagione e al cui favore vorrei anche spezzare una lancia per quello che è stato secondo me più un errore di inesperienza che un effettivo tradimento;

dall’altra, come sospettato in precedenza, ritroviamo Deke Shaw per la prima volta testimone di una realtà sensoriale concreta e non posso negare che la sua reazione al “mondo a colori” che si ritrova davanti abbia confermato quel lato di lui che avevo intravisto nei precedenti episodi, innocente e ancora puro.

In trepidante attesa dunque di ciò che il centesimo episodio della serie rappresenterà ai fini della storia, io vi lascio con la Top 3 dei momenti che più ho amato dell’episodio:

  • Mack non vuole rubare il furgoncino; credo che sia uno degli aspetti più luminosi di questo personaggio, ossia la perseveranza della sua moralità e non in maniera stucchevole o perbenista ma bonariamente umana;

  • Il confronto Coulson / Daisy e il rifiuto categorico di Coulson di lasciarla indietro;
  • L’abbraccio Daisy / Mack nel finale; mentre Coulson e May vegliano su di lui in disparte, Daisy si fa largo nel suo spazio personale per restare al suo fianco nel suo incubo peggiore.

 

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2 comments

Stefano D. Z. 12 marzo 2018 at 11:23

Ho appena finito di vedere la 5×12 che già si sapeva sarebbe stata col botto, essendo la puntata n.100, ma ancora oggi a distanza di quasi 24 ore… io ancora non riesco a fare mentalmente un riassunto!
Non ti invidio nel dover recensire questo incredibile episodio. Spero ti basti la lunghezza in verticale e cmq, non vedo l’ora di leggere cio’ che scriverai.

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WalkeRita 13 marzo 2018 at 12:17

Ciao! Ho appena finito di scrivere il pezzo per il centesimo episodio e sono svuotata, è stato come fare un viaggio tra i ricordi di queste 5 stagioni! Spero di aver reso giustizia alla puntata!

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