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Agents of S.H.I.E.L.D. Marvel Recensioni

Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. 5×05 – Al mio segnale, scatenate i furetti

Riconoscere di aver amato ogni singolo istante di questo episodio e di essere rimasta profondamente affascinata dalla rapida evoluzione della storia in un frangente che invece avrebbe – teoricamente – dovuto soltanto ragguagliarci sulle sorti dell’unico personaggio principale scomparso dai radar mi porta ad ammettere ben tre verità oramai innegabili di questa serie e di questa stagione:

  • Dal principio fino ad oggi, “Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D.” è regolato e guidato da una legge costante che nel secondo episodio della serie fu espressa da Skye, all’epoca il personaggio che più aveva bisogno di credere in queste parole, con sorprendente saggezza: “Usually one person doesn’t solve the problem, but 100 people with 1% of the solution that will get it done. I think that’s beautiful, pieces solving a puzzle”. Ho sempre riconosciuto l’essenza dello show in questa frase, ed episodi come quest’ultimo convalidano le mie ragioni: ritrovare finalmente Fitz, assistere al suo devastante bisogno di ricongiungersi con Jemma e con tutti coloro che rappresentano l’unica famiglia che desidera perché lo accettano senza condizioni, ha reso estremamente evidente per me quanto fin dall’inizio questa serie sia fondata su un gruppo, in cui ogni componente è esattamente indispensabile e necessario quanto tutti gli altri, e quando inevitabilmente uno di loro viene meno, come succede ormai in ogni stagione, l’equilibrio vacilla e si avverte [almeno per me è così], anche nel migliore degli episodi, la mancanza di quel singolo 1% che non permette alla soluzione di compiersi, quel pezzo del puzzle che non completa un quadro che raggiunge la sua perfetta armonia solo quando tutte le sue parti sono insieme.

  • Nonostante venga meno quel senso di completezza di cui parlavo precedentemente, quando un membro della squadra viene separato dal gruppo, ottenendo così a un certo punto della storia un necessario focus esclusivo su di sé, la qualità indiscutibile dell’episodio che ne deriva dimostra un aspetto della serie che non tutti gli show possono vantare a mio parere: la tridimensionalità travolgente e affascinante di ogni singolo personaggio principale, capace di reggere perfettamente, ANCHE in uno show costruito su una base corale, un episodio monocentrico senza annoiare ma riuscendo invece a fare sfoggio della sua straordinaria caratterizzazione, mostrando un’ampia gamma cromatica di sfumature della sua complessa personalità [è successo nella terza stagione con Jemma e si è ripetuto in questo caso con Fitz].

  • Per quanto la serie abbia saputo giocare perfettamente la carta dell’ambientazione nello spazio e del futuro apocalittico e distopico, non posso adesso negare quanto, in questi primi quattro episodi, mi sia mancato “tornare” sulla Terra nel tempo presente e soprattutto ritrovare le dinamiche più classiche di questa storia, in un perfetto equilibrio tra azione e mistero inspiegabile. Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. si è sempre distinto, almeno ai miei occhi, proprio per la sua capacità di giostrare con maestria le sue componenti più differenti, trovando uno straordinario baricentro in un piano che convoglia elementi ordinari e extra-ordinari con coinvolgente armonia, lasciando evolvere tutti questi aspetti contrastanti con complementare progressione.

Ecco perché la sensazione piacevole e sorprendente che principalmente mi ha colpito di questo episodio è stata quella di intima familiarità, come se finalmente, anche se per breve tempo, fossimo tornati a casa, una casa più vuota e solitaria del previsto ma pur sempre casa.

Dal punto di vista della storia, sono rimasta incredibilmente affascinata da tutti i dettagli e le informazioni profuse in un arco di tempo che sembrava quasi “dilatato” all’interno della sua stessa canonica durata. L’episodio non ha mai presentato un momento vuoto, non ha sprecato nessuna scena, nessuna battuta, e non ha mai neanche esagerato con le rivelazioni o con la natura della trama raccontata, l’incredibile punto di forza di questo episodio, infatti, consiste proprio, secondo me, in un equilibrio lineare di ritmo, tempo e spazio, distribuiti con saggia parsimonia tra tutto ciò che avevamo bisogno di sapere e ciò che invece è ancora avvolto nel mistero. Mi ha colpito particolarmente che la sorprendente svolta di questo episodio sia giunta come inaspettata conseguenza di quella storia profetica appartenente alla terza stagione che ho richiamato nelle precedenti recensioni, una storia [e un personaggio] che adesso proietta sulla serie quella stessa sensazione di fatalismo che si respirava proprio in quel periodo, quando un flashforward / visione ci aveva annunciato la dipartita di un membro dello S.H.I.E.L.D.. L’inserimento di personaggi come Enoch e Robin, rispettivamente nei ruoli di “osservatore di mondi e specie” proveniente dal futuro [ho apprezzato molto che, almeno per il momento, Enoch si sia rivelato un alleato e non un nemico] e Veggente, ha permesso non solo di capire le ragioni per cui il team di Coulson è stato scelto per questa missione “forzata” e quelle per cui Fitz invece è stato lasciato indietro, ma ha anche aperto un’inquietante finestra sul futuro, tramite un’ennesima oscura profezia, che diventa adesso un traguardo inevitabile, come questa serie ci ha insegnato, ma al tempo stesso dai risvolti ancora sconosciuti. Inoltre, ben distante dall’ordinario mi appare anche il Generale Hale e qualsiasi sia l’agenzia per cui lavora, un comando il cui obiettivo non prevede alcun tipo di ostacolo e non accetta fallimenti.

Dal punto di vista dei personaggi invece, è stato straordinario assistere alla tridimensionalità di Fitz che riesce, in un solo episodio, a mostrare esattamente tutto ciò che ha vissuto nelle precedenti stagioni, diventando un protagonista assoluto. Dalle sfumature ancora innocenti e pure conosciute nella prima stagione alle problematiche mentali affrontate nella seconda, dalla matura determinazione mostrata nella terza stagione ai sensi di colpa devastanti dovuti agli eventi della quarta, Leopold Fitz è oggi un personaggio a tutto tondo, che non nasconde nessuna delle sue cicatrici ma anzi ne sopporta il peso con accettazione anche quando lo terrorizzano, rivelandosi però nel complesso lo stesso animo buono e generoso che è sempre stato, con il solo obiettivo di ritrovare la sua famiglia e riportarla a casa sana e salva.

Meravigliosa è stata la scelta di non lasciarlo solo in questa missione, riportando al suo fianco forse l’unica persona che in passato è stata in grado di capirlo e di raggiungerlo in quel mondo tutto suo in cui Fitz si era rifugiato chiudendo fuori la realtà oggettiva e il resto della squadra. Lance Hunter rappresenta l’ennesima decisione impeccabile di questo episodio, riprendendo il posto che gli spetta con una tale facilità che sembra quasi non sia mai andato via. La sua caratterizzazione è coerente e precisa in ogni espressione, in ogni frase, in ogni fase del suo assurdo piano di evasione. In un solo episodio, Hunter torna ad essere per Fitz tutto ciò di cui ha bisogno, spingendolo anche ad accettare tutti quei cambiamenti che lo spaventano ma che in realtà non lo definiscono.

Il finale ci lascia la risposta che aspettavamo in seguito alla scioccante conclusione del precedente episodio: l’acquirente misterioso dell’asta di Kasius è effettivamente il “nostro” Fitz, tanto determinato a non voler vivere la sua vita nel presente lontano dalla Jemma e dal resto della squadra da andare volontariamente incontro alla “sorte” di Steve Rogers per un “appuntamento” a cui non intende mancare.

 

In attesa dunque del prossimo episodio che ci mostrerà finalmente il team riunito, vi lascio con la TOP 3 dei momenti migliori di questa puntata:

  • Il ritorno trionfale di Lance Hunter e la reunion con Fitz

  • Fitz rivede lo Zephyr One [e la sua reazione è emozionante, sente profumo di casa]

  • L’addio di Fitz & Hunter prima dell’ibernazione, “don’t die out there, mate” [La prossima volta, pretendo di rivedere anche Bobbi, che sia ben chiaro!]

 

Non dimenticate di passare da queste meravigliose pagine Facebook dedicate a Chloe Bennet e Clark Gregg:

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Bravissima6

2 comments

Samantha 30 dicembre 2017 at 16:49

Ciao mia fellow, puntata bellissima dalla prima all’ultima scena e, naturalmente, la tua recensione non è da meno. Quindi aggiungo solo un paio di cose:
1) dal momento che ho sempre adorato il personaggio di Hunter, rivederlo è stato fantastico. L’unica pecca? Non c’era Bobbi e la sua presenza è stata troppo breve!
2) personalmente, in una ipotetica “top 3”, avrei inserito Robin che dice a Fitz che lui non è stato reclutato sin dal principio perchè il suo compito è quello di salvare gli altri (ps: l’ho trovata dolce e soprattutto ha dato a Fitz la spiegazione di cui aveva bisogno) e la scena stile “L’Impero colpisce ancora” in cui Hunter dice a Fitz “ti amo” e lui risponde “lo so”. Per quanto riguarda invece la reunion tra Fitz e Hunter, concordo con te, fa parte anche della mia “top 3”.
Direi che è tutto.
Alla prossima.

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WalkeRita 31 dicembre 2017 at 12:04

Hai completamente ragione, Sam! Ho AMATO anch’io i momenti che hai citato infatti questo è stato l’episodio in cui è stato più difficile scegliere solo 3 scene! Bobbi mi manca tantissimo! Purtroppo la Palicki è impegnata in un’altra serie e non farebbero mai tornare Hunter senza Bobbi definitivamente, mi auguro quindi di poter almeno vedere un altro episodio con entrambi, anche solo uno! Grazie mille per esserci sempre, ad ogni recensione! Alla prossima!

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