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Let me be brave – Io & il Mio Femminismo

Non ero del tutto convinta della mia volontà di imbarcarmi in questo articolo, poiché mi sono resa conto presto di quanto effettivamente personale si sarebbe rivelato, ma se c’è un insegnamento universale che il libro “Feminists don’t wear pink and other lies” mi ha impartito è proprio quello di non aver paura della mia voce e delle mie idee, quindi in onore di una lettura che può davvero aprire gli orizzonti ideologici, ho deciso di provarci e di unirmi allo straordinario coro femminile che ha preso parte a questa impresa editoriale.

“It’s the fear of being visible,
of expressing my point of view and exposing who I actually am,
what I actually feel,
to a world that is not particularly gentle.”
– Alison Sudol

Il volume, curato da Scarlett Curtis che a soli 24 anni ha già cambiato visibilmente il suo mondo, raccoglie una serie di pensieri, racconti, testimonianze, vissuti personali e speranze di donne che hanno scelto di condividere e soprattutto di affrontare, forse per la prima volta nella loro vita, con chiarezza e accettazione, ciò che il femminismo o anche solo l’essere donna significhi per loro.

Giorno dopo giorno, con graduale progressione, ho conosciuto un ensemble di voci, idee, esperienze e messaggi di donne che a volte non potrebbero essere più diverse di così tra loro ma che condividono uno sguardo universale, una passione che divampa nelle loro parole per ciò che ritengono giusto, per una lotta che assume percorsi differenti a seconda di chi sceglie di combatterla ma che vede tutte loro compagne d’armi per lo stesso obiettivo: uguaglianza, rispetto, riconoscimento.

Ogni pezzo, ogni voce con cui sono entrata in contatto mi ha trasmesso e donato qualcosa: di alcune ho amato lo stile di scrittura, di altre l’idea alla base del loro racconto, di altre ancora ho condiviso le esperienze, le paure, i pensieri, le personalità, alcune mi hanno fatto ridere, altre mi hanno travolto con la loro schiettezza e il coraggio di mostrarsi senza vergogna, senza riserve, senza filtri.

Quest’ultima descrizione infatti si sposa perfettamente con il pezzo di Keira Knightley, di cui ormai tutti abbiamo sentito parlare ma per le ragioni sbagliate. Non starò qui a ripetere quanto le intenzioni del racconto della Knightley siano state evidentemente stravolte e quanto il suo rivolgersi a Kate Middleton sia in realtà un attacco a un modello di comportamento, a un preconcetto sbagliato che riguarda la donna e la maternità, a tal proposito al massimo vi rimando a un prezioso articolo del The Guardian che illustra quanto la chiave di lettura delle parole dell’attrice sia in realtà completamente differente. Ciò che personalmente mi ha colpito invece del contributo alla raccolta di Keira Knightley è non soltanto la franchezza del suo stile diretto, crudo, reale, senza remore o sconti, con cui espone chiaramente quanto diventare madre non sia esattamente quel momento idilliaco che spesso viene descritto e tramandato per generazioni, ad arrivarmi emotivamente è in realtà quell’amore primordiale, viscerale e travolgente che prova per sua figlia, un amore che diventa assoluto, preponderante, eterno nell’arco di pochi momenti.

Nelle sue parole, nel ricordo del parto e dei giorni seguenti, Keira Knightley si mostra come una donna che si dona completamente e totalmente a sua figlia, “You are mine and I am yours”, una donna che è pronta ad andare in guerra e ad uccidere per sua figlia, una madre che improvvisamente non conosce più limiti, più barriere. Il racconto di Keira Knightley è a tutti gli effetti una lettera per sua figlia, un’eredità che trasuda puro amore, orgoglio, indipendenza, coraggio, in una visione del femminismo che esige uguaglianza e rispetto e che non respinge ma accoglie il confronto col sesso opposto, “I like them [men] but I don’t want to flirt or mother them”.

Quando il volume parla di uguaglianza, non fa riferimento solo a quella richiesta tra uomo e donna ma in un discorso universale, si tratta di uguaglianza tra esseri umani, e tante volte proprio tra donne che percorrono lo stesso cammino ma in modalità differenti e che per questo motivo tendono ad allontanarsi anziché combattere fianco a fianco per raggiungere lo stesso traguardo. Mi sono ritrovata molto nelle parole di Evanna Lynch e Alison Sudol, e in generale in tutte quelle donne che hanno ammesso nei loro racconti di non aver sempre saputo cosa significasse essere “femminista” e di non sapere se lo fossero davvero, tanto quanto quelle donne che per la prima volta hanno dato vita al termine e al movimento che descrive. L’importanza di questo libro e di questi racconti sta proprio secondo me nel rendere evidente quanto ESSERE FEMMINISTA non abbia degli standard o dei livelli di professionalità, non richieda esami o test d’ingresso, ogni donna, ogni essere umano può contribuire e abbracciare questo stile di vita in qualsiasi modo ritenga opportuno, purché ispirato dal desiderio di uguaglianza, alimentato dal rispetto reciproco, spinto dal sogno di realizzare un futuro migliore.

“Maybe [feminism] it’s about being a woman in her truth, fighting for her cause, her dreams, her vision and doing it exactly as she sees fit. Women are complex. And we certainly don’t need to devise a new set of feminist rules and specifications that tell some women they qualify and others, “you can’t sit with us”.” – [Evanna Lynch]

Ispirata, travolta, affascinata e indottrinata dalle voci differenti e uniche di queste donne straordinarie, e incoraggiata anche dalle pagine vuote che il libro lascia alla fine proprio per spingere il lettore a unirsi alla conversazione universale sull’argomento, ho scelto dunque di parlarvi del mio femminismo, della mia epifania a riguardo e di chi o cosa ancora oggi alimenti le mie convinzioni e la mia partecipazione a ciò che non considero un movimento ma una scelta di vita.

CALCIO & AS ROMA

Il mio femminismo parte dal calcio e da una bambina pugliese che tifa Roma. Come ho già espresso chiaramente in questo mio pezzo, il calcio e la Roma sono stati per me la realizzazione di una serie di idee e di pensieri che solo crescendo sono stata in grado di concretizzare: la distruzione del pregiudizio secondo cui il calcio sia esclusivamente una realtà maschile, l’affermazione di un’identità che sembrava quasi sbagliata a volte, l’accettazione di sé e la lotta quotidiana per mantenerla, tutto questo l’ho imparato tifando per la mia squadra, l’ho imparato seguendo una passione, l’ho imparato cercando nel calcio per la prima volta un senso di appartenenza, un modo per sentirmi parte di qualcosa di più grande. Il calcio è il punto di partenza del mio femminismo perché era il mio primo campo di battaglia, perché era la mia presa di posizione, perché era la mia possibilità di dire: no, quel vestito non sono io, quelle scarpe non sono io, quello sport non sono io, io sono jeans, io sono tuta, io sono scarpe da ginnastica, io non sono Barbie solo perché il mio genere dovrebbe prevederlo, io sono Francesco Totti, Vincenzo Montella e Gabriel Omar Batistuta.

Il calcio, paradossalmente se pensiamo al monopolio maschile che controlla questo sport, mi ha permesso di entrare in contatto col mio femminismo quando ancora non sapevo cosa significasse, quando pensavo che fosse normale per gli uomini e le donne avere le stesse passioni sportive, quando credevo di non dover seguire per forza uno standard sociale per uniformarmi e per essere accettata. Il calcio mi ha permesso di non seguire il dannato standard e di mandarlo, cortesemente, a fanculo.


GIOCATTOLI ALTERNATIVI

In linea dunque con la presa di posizione in ambito sportivo, quella stessa bambina viveva per una serie di giocattoli considerati esclusivamente maschili, in primis una vasta gamma di armi e fedeli riproduzioni di pistole semi-automatiche (sarà per questo che ho sempre sentito una propensione verso gli Stati Uniti D’America? Chissà).  Adoravo avvertire quella sensazione di invincibilità, coraggio e indipendenza che provavo mentre maneggiavo la mia pistola giocattolo immergendomi in avventure ad altro rischio e tasso adrenalinico, tali da far impallidire Dolph Lundgren e Bruce Willis. Considero questa predilezione una pietra miliare del mio femminismo perché mi ha permesso di interrogarmi anche inconsciamente sul tipo di persona che volessi essere e in seguito mi ha permesso di capire il tipo di DONNA che volessi diventare perché era così che consideravo e vivevo quei giochi, non come un ragazzo, non come un suo surrogato, ma da donna.

Per questo motivo, mentre crescevo come un’adolescente addicted, ho notato la mia particolare preferenza nei confronti di personaggi femminili che andavano a contrastare lo stereotipo della donna delicata e aggraziata, della donzella in pericolo, quindi mi ritrovavo in Nadia Santos e Sydney Bristow, in Buffy Summers, nelle sorelle Halliwell che non avevano neanche bisogno delle armi, e in seguito in Sarah Walker, Nikita e Kate Beckett, perché tutte loro rappresentavano il modello che volevo rispecchiare da bambina e, come molte delle donne che hanno collaborato al libro “Feminists don’t wear pink and other lies” hanno affermato, i modelli sono fondamentali per capire di potercela fare, “Because often we can’t be what we can’t see” [Alaa Murabit, Dottore e Fondatrice dell’organizzazione per la difesa dei diritti delle donne “Voice of Libyan Women”].


ELIZA DUSHKU

Il mio femminismo riparte oggi anche da Eliza Dushku a cui ho ripensato leggendo il racconto di Angela Yee sempre per “Feminists don’t wear pink and other lies”. La recente ingiustizia subita Eliza Dushku è purtroppo l’emblema di quanta strada ancora ci sia da percorrere per raggiungere un traguardo di uguaglianza e soprattutto di rispetto, per raggiungere quella realtà auspicata in cui il femminismo non debba più essere un movimento o una questione sociale ma solo la normalità di tutti i giorni. Ma l’ultima disavventura di Eliza Dushku è per me anche il simbolo di una lotta che adesso affrontiamo a testa e voce alta. Quando ciò che è successo alla Dushku è capitato anche alla Yee (e a milioni di altre donne come loro), la presentatrice radiofonica non ha neanche pensato di denunciare l’evento alle Risorse Umane, perché la sua posizione era ben più scomoda e socialmente sfavorita di quella dell’attrice ma anche perché eravamo e siamo ancora intrappolati in una società che non ascolta, non crede e non difende le donne anche quando denunciano. Eliza Dushku ha parlato, ha denunciato, ha portato le prove concrete della sua accusa ed è stata licenziata comunque, è stata etichettata come una donna difficile che non ha senso dell’umorismo, è stata zittita mentre Michael Weatherly prosegue indisturbato il suo show [“Bull”].

Angela Yee imposta il suo pezzo anche sull’alleanza delle donne, sul supporto reciproco, sulla rete di sostegno che dovremmo creare, per questo motivo personalmente mi deludono quelle donne e colleghe attrici che difendono il “gran cuore” di Weatherly quando una loro “alleata” ha subito la peggiore delle ingiustizie. Per quanto mi riguarda, io sto con Eliza Dushku.


CLARA OSWALD E LE COMPANION

Per buona parte dell’opinione comune, la vera svolta femminista di “Doctor Who” è avvenuta con la scelta rivoluzionaria del primo Dottore donna, interpretata dalla magistrale Jodie Whittaker. E se è vero che la rappresentazione conta e tanto, proprio come ho espresso in precedenza, è anche vero che in “Doctor Who” questa non è mai mancata, anzi, vi dirò di più, credo che proprio con il suo straordinario equilibrio tra la componente maschile e quella femminile, lo show abbia sempre presentato la realtà per cui combattiamo oggi, quella in cui non esiste la prevaricazione di uno dei due sessi ma un perfetto confronto paritario. Ho sempre creduto che sia in realtà ben più “anti-femminista” credere che ci fosse bisogno di un Dottore donna per elogiare la categoria, facendo intuire dunque che fino ad oggi le Companion non fossero altro che assistenti per il mago di turno. Il Dottore non è un mago (sebbene a volte si vesta come tale, sì, Twelve, sto parlando con te) e le Companion non sono aiutanti, bensì la parte migliore di lui.


Come ho ripetuto senza sosta in passato, le donne che hanno accompagnato il Dottore nelle sue avventure e nelle sue vite non sono mai state dipinte come un +1, non sono mai state solo co-protagoniste nella serie e nelle gesta eroiche compiute, le Companion di Doctor Who sono state e DEVONO continuare ad essere protagoniste e se finora non sono state considerate tali non è colpa del personaggio ma degli occhi che lo guardano. La mia Clara Oswald è stata probabilmente l’emblema di questa visione perché è stata colei che ha “osato”, forse in maniera più plateale, prendersi il posto che le spettava accanto al Dottore, nel TARDIS e nella serie stessa. Ed è a lei che mi ispiro in quanto donna e femminista, è alle sue imperfezioni, alla sua caparbietà, alla sua profonda umanità e alla sua passione che guardo quando ripeto che “Doctor Who” non è mai stato uno show prevalentemente maschile, per quanto molti uomini vogliano crederlo (mi preoccupa quando lo fanno anche le donne!).


GABRIELA DAWSON & STELLA KIDD

Tra la miriade di personaggi femminili che potrei citare per questo mio articolo, dalle sorelle Halliwell alle Crawley, da Buffy Summers a Wynonna Earp, scelgo queste due donne perché rappresentano la componente femminile (in inevitabile minoranza) di una realtà prettamente maschile, quella dei vigili del fuoco e in questo caso della caserma 51 di Chicago Fire.

Ma nonostante le percentuali di rappresentazione non fossero paritarie, Gabriela Dawson portava con sé una tale caratterizzazione preminente, assoluta, totalizzante e coinvolgente, da tener testa da sola ad almeno cinque o sei uomini della serie e della caserma. Per questo motivo in realtà hanno detto di Gabby più o meno ciò che hanno sempre detto anche di Clara, che fosse troppo presente, troppo egocentrica, troppo centrale, ignorando che tutti questi aspetti fossero esattamente ciò che rendevano il personaggio un esempio, aspetti che dimostrano quanto una donna possa essere tutto ciò che desideri: paramedico e vigile del fuoco, moglie e madre single, figlia e confidente.


Stella Kidd
è probabilmente, da questo punto di vista, la miglior partner / erede di Gabriela Dawson (e proprio come lei viene altamente detestata) perché ne condivide la straordinaria affermazione di sé e del proprio potenziale. Recentemente, Stella è stata oggetto di una nuova ondata di critiche in seguito alla rottura della relazione con Kelly Severide, un uomo che, pur con tutte le sue evidenti qualità, ha anche innegabili tendenze autodistruttive quando un evento traumatico accade nella sua vita. Ma proprio in quel momento, nonostante il naufragio della mia ship, ho visto nelle parole e nelle azioni di Stella Kidd uno dei più salutari manifesti del femminismo: “I have been the lifeline for a drowing man and I will never do that again. I love you but I can’t be with you anymore”, più forte, per le persone in fondo. Le donne non sono centri di riabilitazione, neanche per uomini meravigliosi come Kelly Severide, le donne possono sostenere i propri partner, sopportare e supportare se vogliono, esattamente ciò che Stella ha ampiamente fatto con Kelly, per intere stagioni, ma ciò che Stella non può fare è andare a fondo con lui e con il suo amore.


BETH LATIMER

E infine per me il femminismo è simboleggiato da Beth Latimer, uno dei pochi personaggi femminili che ho conosciuto e amato recentemente che non ha perdonato il tradimento di suo marito, ha perdonato lui ma non il suo gesto, rinascendo dalle ceneri in cui lui l’aveva lasciata come una meravigliosa fenice. Femminismo per me è non accontentarsi, non accettare passivamente il tradimento perché cosi sono fatti gli uomini, perché bisogna saper perdonare per salvare il matrimonio, il femminismo per me è anche non condonare un atteggiamento sbagliato solo perché così va il mondo, non normalizzare un gesto che avvelena un rapporto e un’unione. Attenzione, non credo che il perdono ti renda debole o meno donna, se davvero la donna (o l’uomo) ci crede e vuole farlo, allora che ben venga, buon per loro. Ma non dovrebbe essere naturale, non voglio vivere in una realtà che fa del tradimento una consuetudine. Anche se adesso abbiamo un rapporto conflittuale, non ringrazierò mai abbastanza Chris Chibnall per non aver costretto Beth a perdonare Mark, per averle dato un lieto fine fuori da un matrimonio SBAGLIATO, che le risucchiava la vita e per averle restituito una famiglia che non sempre è composta solo da legami di sangue.

In conclusione, credo fortemente che la chiave per cambiare davvero e concretamente la nostra realtà e il nostro futuro sia stata evidenziata nel libro, tra le tante, dalle parole di Jameela Jamil e di Jodie Whittaker, poiché entrambe hanno riconosciuto e puntato il problema alla radice: l’educazione. Tramite la sua esilarante intervista a sua madre, Jodie Whittaker ha mostrato chiaramente quanto la corretta e paritaria educazione dei bambini, indipendentemente dal loro genere, sia alla base di una società migliore composta da esseri umani decenti che vanno oltre i pregiudizi e i preconcetti ed evolvono in nome del rispetto per il prossimo; mentre l’invito o meglio la supplica di Jameela Jamil a una più attenta e moderna educazione dei bambini in quanto giovani uomini non è altro che lo sfondo su cui va in scena anche l’ultimo spot del celebre marchio Gillette, è una preghiera affinché gli uomini crescano nella consapevolezza di poter essere la versione migliore di sé e soprattutto di poter essere alleati delle donne e non nemici. L’educazione è la chiave di una società che si arricchisce con le diversità e non si divide per le differenze.

 

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4 comments

Syl 28 Gennaio 2019 at 13:52

Per prima cosa, devo riprendermi dalla commozione, e dall’aver visto da pc la gif di Kate Beckett, che il cellulare non mi mostrava.
Sono molto, molto fiera di te, per aver scritto questo articolo. Perché ti sei esposta con coraggio su un argomento a cui tieni molto, perché questo argomento potesse continuare a vivere, a espandersi, perché ci credi e hai dato una parte di te alla “causa”. Quindi, complimenti. Non è semplice, richiede molta forza esporsi in modo autentico.
.
Il femminismo è qualcosa che interessa anche a me, ne abbiamo già parlato e sono d’accordo con le tue riflessioni, su Keira, su Eliza e su tutte le altre che conosco meno. Non è un discorso semplice, da quando è esploso il movimento #metoo abbiamo assistito a oscillazioni tra i vari estremi. tra chi accusa le vittime, chi non vede l’ora che la vittima sbagli, come se questo significasse che il sopruso subito è meno condannabile (le vittime devono essere pure, per essere credute?) e chi – questa parte mi impensierisce molto – accusa le “femministe” di essere troppo aggressive e di far perdere mordente alla “giusta” lotta (non si sa giusta per chi?). Ovviamente sono tutte posizioni mediamente vere e potenzialmente esasperabili. Io penso che sia un argomento trasversale, che abbia moltissimi strati di discussione e cose da risolvere a ogni livello. Tu ne hai parlato, come fai sempre, con grande sensibilità, rispetto e toni che avvicinano, e non respingono, che è una delle cose che meglio ti rappresentano. È una lettura molto emozionante.
Aggiungo anche un plauso per Telefilm Addicted che l’ha pubblicato, dimostrando la solita sensibilità per temi importanti. Complimenti a tutti!

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WalkeRita
WalkeRita 28 Gennaio 2019 at 14:12

Condividere con te un articolo come questo per me è sinceramente fondamentale, proprio perché fin dalla prima volta che ho letto un tuo pezzo, ho ritrovato nel tuo modo di rapportarti con la scrittura la mia stessa visione, il mio stesso impegno nel cercare di trasmettere un’idea, un’emozione o una parte di noi, nascosta tra le righe. Inoltre ho sempre amato il tuo stile quindi per me era davvero un complimento ricevere la tua approvazione. Come sai e come hai saputo riconoscere con incredibile sensibilità, questo era un pezzo che usciva effettivamente dalla mia comfort zone e ho avuto tanti dubbi quando sono stata sul punto di pubblicarlo. Però ho pensato che fosse proprio questo il messaggio del libro e di tutte le donne che ci hanno partecipato, nonostante molte di loro fossero celebrità, non hanno avuto paura di ammettere dubbi, timori, perplessità, però le hanno superate, per alzare la voce su una tematica in cui credono. E come hai detto di me (e ti ringrazio profondamente), se c’è qualcosa su cui non sto zitta è ciò in cui credo e che mi appassiona. Quindi mi sono affidata anche a quei modelli che ho citato e mi sono tuffata. GRAZIE MILLE per avermi sostenuto perché rende tutto più semplice e perché è parte di ciò che penso del femminismo, con una rete di sicurezza alle spalle diventa più facile saltare! Grazie ancora, Silvia, di cuore!

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giovanni 28 Gennaio 2019 at 23:08

Non c’è niente da fare, le femministe di seconda generazione si sono dimenticate completamente quello che molte femministe di prima generazione sapevano benissimo, ovvero che il femminismo era, è e sarà sempre una questione di classe. Un pippone infinito e non una riga sul fatto che a parità di lavoro una donna prende il 30% in meno di un uomo.

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WalkeRita 30 Gennaio 2019 at 14:47

Personalmente, credo che ciò che tutte le generazioni di femministe condividano sia il bisogno di essere riconosciute eguali alle nostre controparti in ogni ambito della nostra realtà, partendo principalmente da una base di rispetto reciproco. Etica, morale, economia, posizione sociale, sono TUTTI aspetti da prendere in considerazione in uno stile di vita che certamente non si può riassumere in 2000 parole o poco più. Per quanto mi riguarda, questo articolo era per me un’occasione per presentare il mio femminismo, non per esplorarlo in tutte le sue sfumature e in tutto ciò in cui credo, ma per elaborarlo per la prima volta a voce alta attraverso gli elementi che più mi hanno influenzato, tra cui quei personaggi e quelle storie di cui tanto parliamo su questo sito dedicato principalmente alle serie tv. Il mio “pippone” non è nato come manifesto politico altrimenti avrei certamente evidenziato la realtà che tu hai sottolineato giustamente, una realtà in cui il lavoro di una donna viene retribuito e considerato inferiore a quello di un uomo a parità di impegno e avrei anche citato la Curtis che presenta dati concreti secondo cui in UK una donna guadagna il 18.4% in meno dell’uomo per uno stesso lavoro, quindi non ho semplicemente dimenticato questo dato per una questione classista. Temo che tu possa aver frainteso il messaggio del mio pezzo che voleva essere un mio contributo soggettivo e personale a una causa in cui credo, attraverso ciò che ho vissuto e provato e soprattutto ciò CHE CONOSCO, sarebbe stato ipocrita da parte mia ergermi a grande esperta di una questione su cui ho ancora molto da imparare. Piuttosto credo che sia un errore comune classificare i diversi tipi di femminismo anziché accettare ciò che ognuna di noi porta al movimento attraverso le sue esperienze.
Ti ringrazio per il tuo apporto e il tuo interesse e mi dispiace se questo articolo ti sia sembrato privo di un concreto sostegno femminista ma non era mia intenzione, lo era invece parlare di ciò che so e in cui credo e forse non sarò mai all’altezza della cosiddetta prima generazione ma so che sarei pronta ad alzare la voce al loro fianco e per le stesse questioni, seppure nel mio piccolo, non avere dubbi a riguardo. Non presupporre ciò che non conosci.

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