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Agents of S.H.I.E.L.D. Marvel Recensioni

L’eredità di Phillip J. Coulson

Non li ho mai visti e sentiti più “S.H.I.E.L.D.” di così. Dopo un serie di episodi strazianti e confusi in cui il team era apparso più diviso di quanto non lo fosse mai stato, il finale di questa stagione si ricongiunge non solo alle origini dello show ma in un quadro più grande anche all’intero universo Marvel, senza neanche aver bisogno di subire le conseguenze di “Infinity War”, perché ciò che mi ha trasmesso questa sensazione di continuità è lo spirito di condivisione e supporto incondizionato che si respirava nella storia, è l’aver riconosciuto in tutti loro, sul limitare della battaglia più atroce, l’accecante luce della speranza, la stessa speranza che rende da sempre lo S.H.I.E.L.D. l’unico vero baluardo di difesa dell’umanità, senza grandi risorse, senza armature milionarie e poteri invincibili, gli agenti dello S.H.I.E.L.D. si sono rivelati ancora una volta gli eroi di cui questo mondo ha bisogno perché prima di combattere, proteggono, prima di attaccare, parlano, e perché prima di rinunciare … lottano con tutte le loro forze per non farlo, per non rinunciare mai alla possibilità di salvare anche solo una singola vita.

Quando questo episodio è cominciato, come mi aspettavo, questi straordinari eroi erano ancora lì, insieme eppure distanti mille miglia, perché ancorati alla loro più profonda umanità, perché in balia di incubi terrificanti che continuano a ripetersi, incubi impossibili da sconfiggere perché ognuno di loro è solo a combatterli. Il dolore di Elena nella sua struggente crociata per convincere il resto del team a spezzare il loop in cui sono imprigionati è una delle emozioni più concrete e vive che abbia visto e provato in questa stagione, è talmente reale da togliere il respiro ma soprattutto lascia Elena stessa più vulnerabile di quanto sia mai apparsa, fragile in una disperazione che non riesce ad esprimere e che gli altri sembrano non riuscire ad ascoltare. Ma dall’altra parte in realtà, c’è un dolore identico al suo, un dolore che per quanto prenda il controllo delle azioni, è più silenzioso e non si mostra apertamente perché mostrarlo significherebbe accettarlo e questo May & Daisy non possono permetterselo. Oltre tutti gli errori commessi dunque, oltre le ragioni e i torti, ognuno di loro in quel preciso istante era preda della propria maggiore debolezza, quella stessa debolezza però che al tempo stesso li rende così stoicamente guerrieri.

Ma come ho sempre riconosciuto e in questa stagione più che mai, per quanto diversi, distanti e confusi possano scoprirsi, tutti loro sono ormai eternamente legati da una stessa natura umana che condividono, da quella parte della loro coscienza che li tiene insieme, la parte che Phil Coulson ha forgiato in ognuno, in maniera uguale e differente, perché in fondo era innata in tutti loro ma avevano bisogno di una guida come Coulson per trovarla, riconoscerla e farla risplendere di umana bontà. L’ultimo momento condiviso da Daisy & Deke, un momento che per l’ennesima volta, ha infuso nuova luce sulla pura innocenza di questo ragazzino diventato uomo troppo in fretta, ha dimostrato quanto una delle maggiori paure di Daisy non fosse “solo” perdere la persona più importante della sua intera esistenza ma fosse anche perdere, con lui, tutto ciò che ne era derivato, quella famiglia che in un certo senso Coulson aveva messo insieme e che sembrava evidente non potesse sopravvivere senza di lui, senza la sua capacità di “riportare insieme tutti i pezzi”.

Ma ho sempre pensato che fosse proprio intorno alla figura della ribelle Skye che in realtà era nata, in passato, questa assurda e meravigliosa famiglia, ed è intorno a Daisy che adesso riprende forma, oltre ogni aspettativa, oltre ogni speranza. Se è vero che Daisy non riusciva a lasciar andare Coulson, si è rivelata altrettanto vera la sua volontà di non perdere nessuno di loro, non per un posto di comando che non merita questo sacrificio, non per una battaglia che sa benissimo di non poter affrontare sola, senza la consapevolezza che ha sempre sentito di avere una squadra che le guarda le spalle e crede in lei. E proprio nel momento in cui Daisy rinuncia al comando, scegliendo l’unica persona che è stata in grado di tenere viva l’anima del team anche quando sembrava sul punto di spegnersi definitivamente, paradossalmente diventa esattamente il tipo di leader che Coulson voleva che lei fosse, un leader che non guida le sue missioni dall’alto della sua autorità ma lo fa sul campo, tra le fila del suo stesso esercito, fianco a fianco con ognuno dei suoi soldati. Per la prima volta dopo troppo tempo, in quel momento Daisy ha rivisto per davvero l’anima più autentica della sua famiglia e loro hanno rivisto quella di Daisy.

In un crescendo di emozioni incontrollabili, in una graduale riscoperta di tutto ciò che lo S.H.I.E.L.D. significa, Aphonso “Mack” Mackenzie si riconferma l’unica guida di cui questa squadra ha bisogno, l’unica voce capace di ispirare fiducia, ottimismo e speranza [Hope, proprio come il nome di sua figlia]. Mi travolge ogni volta l’emozione che le parole di Mack trasmettono, mi riempie di orgoglio vedere un uomo così determinato e sicuro di sé e della sua forza irradiare letteralmente tutta quella silenziosa e sofferta luminosità che possiede dentro di sé, diventare un rifugio sicuro in cui trovare sempre riparo, diventare il faro che riporta a casa tutti coloro che si sono persi nella notte. Mack non è soltanto un personaggio che ha affrontato uno dei migliori percorsi di crescita individuale che lo show abbia presentato, è anche, ancora oggi, un’autentica sorpresa perché è passato dall’essere, nella seconda stagione, una delle new entry più “discusse” a causa proprio di quella moralità che ho sempre definito troppo categorica, a riscoprirsi adesso una presenza indispensabile per la serie e per ciò che intende significare, per ciò che quel simbolo rappresenta in una storia che avrà sempre profondamente bisogno di una bussola morale capace di accettare le sfumature ma di riuscire anche a ritrovare ogni volta tra le tonalità più indefinite della realtà, quella sottile e labile linea di confine che ci impedisca di trasformarci in ciò che combattiamo.

Contrariamente a ciò che si vede in un film o ciò che ci si aspetterebbe da un finale di stagione, questo episodio non ha raccontato la storia di una battaglia, non ha visto al centro della scena un gruppo di guerrieri pronti a combattere fino all’ultima goccia di sangue versato, no, “Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D.” ha raccontato la storia di una famiglia di eroi che ha difeso una città fino all’ultima vita salvata, ha mostrato il valore di uno “scudo”, un’arma che non serve per attaccare ma per proteggere anche quando tutto sembra perduto, ha riscoperto l’eroismo nascosto nell’ordinarietà di tutti coloro che scelgono di mettere a rischio la propria sicurezza anche se hanno solo una vita da vivere a propria disposizione. È a questo eroismo che Daisy cerca di appellarsi nel suo confronto finale con Talbot, è quell’eroismo che Coulson le chiede di cercare perché è esattamente ciò che aveva fatto lui con Skye, tanto tempo prima, ed è quell’eroismo che Daisy ritrova dentro di sé, nel momento in cui sceglie di rispettare la persona che Coulson voleva che lei diventasse, comportandosi esattamente come anche lui avrebbe fatto e spezzando definitivamente il loop temporale in cui erano intrappolati.

E in quello stesso istante, un altro eroe sacrifica la sua vita per lo stesso obiettivo in fondo, per non arrendersi a ciò che aveva sempre creduto vero e aprirsi invece alla possibilità di poter davvero cambiare il proprio futuro. La morte di Fitz mi è personalmente giunta come uno shock che non potevo accettare, una profonda ingiustizia che non poteva essere così crudele nel suo realismo, che non poteva negare a lui e a Jemma la vita che meritano di trascorrere insieme per ancora molto tempo. Ed è proprio quel tempo che Fitz credeva così immutabile che adesso diventa la sua seconda possibilità, risolvendo in questo modo un paradosso temporale che si era creato nel momento in cui Fitz era tornato indietro dal futuro nonostante una versione di sé fosse già presente in questa timeline e fosse “in viaggio”, ibernato, per raggiungere il team nel futuro.

E alla fine eccoli di nuovo lì, di nuovo insieme, gli eredi di Phillip J. Coulson, perché alla fine della storia tutto si riduce nuovamente a questo punto di partenza e traguardo al tempo stesso: Coulson ha riportato tutti i pezzi insieme, ha lasciato un segno inconfondibile della sua presenza in ognuno di loro, ha instillato in quella squadra tutto ciò in cui ha sempre creduto, ha lasciato a quella squadra un’eredità che sopravvivrà oltre la vita stessa perché loro continueranno a vivere, combattere e proteggere sotto l’egida del suo insegnamento. Senza dimenticare, senza mai andare del tutto avanti, proprio come Jemma, nonostante porti nel cuore il peso di ricordi che dovranno bastare per due, riesce ad ammettere con una forza d’animo che la rende bellissima e straordinaria.

Nessuno di loro smetterà davvero di lottare per salvare le persone che amano, nessuno di loro accetterà mai la resa con rassegnata accettazione, “rage on against the dying light”, ma ciò che soprattutto Daisy & May hanno imparato nel finale è non sprecare il tempo che resta con inutili guerre e mentre Daisy resta con la famiglia che ancora sa di avere portando il ricordo di Coulson dentro di sé componente viva della sua memoria, May sceglie di vivere al suo fianco fosse anche solo per pochi istanti.

La verità però è che per quanto io creda profondamente in tutte queste parole che ho scritto, per quanto io riveda Coulson in Daisy Johnson e nello S.H.I.E.L.D. che lui ha creato e per quanto consideri la sua storyline tanto esemplare da sembrarmi giusta anche in questo finale, una parte di me spera ancora che l’impossibile alternativa esista lì fuori, spera in un secondo miracolo che lo porti indietro dalla sua famiglia, spera in un nuovo inizio che lo riporti da me perché se è vero che il ricordo di Phil Coulson sopravvivrà oltre la vita, è anche vero il mondo Marvel [e il mio mondo] è un posto migliore se al ricordo si affianca la quotidiana testimonianza di tutti i valori più umani dello S.H.I.E.L.D. che Coulson racchiude dentro di sé. Nella fioca speranza di rivederlo, non mi resta che dire: Coulson Lives, S.H.I.E.L.D. LIVES.

Un saluto e un ringraziamento speciale infine alle meravigliose pagine che mi hanno accompagnato in questo percorso:

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Vincenzo

5 comments

alan 22 Maggio 2018 at 20:07

Ciao.
Parte dicendo che, comoda soluzione o meno, visto che c’era la scappatoia del “congelamento” , la scena della morte di Fitz è stata straziante…
Per il resto solita gran puntata, peccato per il balletto su infinity War. A me del collegamento con il film fregava nulla visto che lì la serie non è calcolata nemmeno di striscio ma proprio per questo avrei evitato anche i pochi riferimenti fatti. Adesso tocca aspettare un anno per capire che ne sarà di coulson…

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WalkeRita 22 Maggio 2018 at 22:20

Ciao! Sì, la “soluzione” del paradosso temporale e dei “due” Fitz nella stessa timeline è stata necessaria per non distruggere l’anima di tutto il fandom ma quella scena è stata comunque TERRIBILE da guardare, scritta e recitata perfettamente e proprio per questo motivo mi ha annientato il cuore! E sinceramente ignorare IW è stato giustissimo proprio per quello che hai detto secondo me, perché la sezione cinematografica sorvola su quella televisiva come se non esistesse! A questo punto facciamo la stessa cosa! Quest’anno sarà mooooolto difficile da affrontare, senza sapere se rivedremo Coulson e nel caso, COME lo rivedremo!

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alan 22 Maggio 2018 at 23:11

La bellezza della scena di Fitz sta nel fatto che un po’ tutti avevano pensato che quel congelamento potesse portare ai due Fitz eppure mentre scorrevano le immagini, stando anche alle reazioni in rete, non se ne ricordava proprio nessuno, tanto erano forti, finché non sono stati gli stessi personaggi a ricordarlo…
Ci si rilegge tra un anno, almeno per quanto riguarda agents.

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SDZ 24 Maggio 2018 at 14:41

Ho passato ogni singolo minuto di questa ultima puntata domandandomi in che modo avrebbe attivato il fatale colpo di scena che nessuno si aspetta! E poi Fitz resta intrappolato sotto le macerie e lo stato di disperazione dentro di me nel vedere come uno alla volta tutti si rendono conto dell’inevitabilità e’ stato insopportabile. Solo qualche minuto sono riuscito ad elaborare il concetto che c’era un secondo Fitz ancora vivo nella timeline.
In tutta onestà, ho apprezzato il modo in cui hanno trovato la soluzione al problema “sopravvivenza della terra”, ho anche apprezzato il fatto di non voler salvare a tutti i costi chi era già stato salvato in passato.
Con la stessa onestà pero’ non ho trovato appagante lo sviluppo che ha portato il cattivone da essere Super Power ad essere Super Zero Totale nel giro di pochi istanti! Troppo sbrigativa!
A parte questo, Agents of Shield e’ una bellissima serie. Mi spiace solo che a pensarla cosi’ siamo davvero pochini (0.5 rating e’ proprio poco). E’ stato un piacere passare di qua per tutti questi mesi. Ci si ritrova sicuramente per la sesta stagione.

Stefano

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WalkeRita 25 Maggio 2018 at 09:55

Ciao Stefano! Grazie mille per i tuoi commenti e per aver letto le mie recensioni! Come te, anch’io non concepisco come sia possibile che una serie sempre in crescita e sempre in evoluzione come Agents of SHIELD non possa ottenere il riconoscimento che merita ma credo che buona parte della colpa per questo sia della ABC e del loro totale disinteresse verso la serie, tenuta a galla solo dalla Disney e dalla Marvel. La morte di Fitz è stata sconvolgente proprio perché eravamo tutti concentrati su Coulson e sul suo fato da non mettere minimamente in conto la possibilità di poter perdere qualcun altro. Per fortuna tutta la storia del loop temporale ha creato questo paradosso dei due Fitz e adesso dobbiamo “solo” trovare quello ibernato che sarà più “libero” dal peso dei ricordi, quelli felici che comunque potranno accadere di nuovo, ma soprattutto quelli più oscuri.

Alla prossima stagione!

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