Le migliori serie concluse nel 2017

Bentornati al nostro appuntamento con il Best of 2017 (se avete perso gli articoli precedenti con le scelte del nostro staff e volete farci sapere la vostra in proposito li trovate tutti QUI)!
Dopo aver elencato alcune delle migliori novità dello scorso anno nell’appuntamento di ieri, arriviamo quest’oggi al tasto dolente e parliamo delle migliori serie che ci hanno invece salutato nel 2017, alcune con un ottimo inchino finale altre forse più in sordina… Eccovi di seguito le nostre proposte:

The Leftovers

The Leftovers è stata una di quelle serie che non ha avuto il successo che meritava, né da parte del pubblico, né per i riconoscimenti prestigiosi; eppure è stata per me un capolavoro assoluto. La terza e ultima stagione non ci ha dato risposte, non sappiamo perché improvvisamente quel 2% della popolazione mondiale sia sparita e non sappiamo nemmeno se quello che ha raccontato Nora sia la verità o sia solo una giustificazione che ha dato a se stessa, ma credo che questo non fosse nemmeno lo scopo della serie. Questo show ci ha invece mostrato in maniera articolata e complessa come il resto del mondo abbia reagito ad un fenomeno così inspiegabile, sia per chi quel giorno ha perso tutto, sia chi invece non ne è stato toccato ma ha visto riemergere un malessere più antico e sepolto. E poi c’è Kevin, l’uomo comune, il poliziotto, padre e marito; Kevin il pazzo, il profeta, il nuovo salvatore. Anche in questo caso è difficile capire cosa sia la verità e cosa sia successo solo nella sua testa, e ancora una volta la verità assoluta non è il punto di arrivo; quello che conta è ciò che Kevin ha dovuto affrontare per arrivare alla risoluzione e dove alla fine decide di tornare – da Nora. Un personaggio splendido, un atto di fede vivente; lo stesso atto di fede che viene richiesto anche a noi, senza pretendere risposte che non arriveranno mai ma semplicemente godendoci il viaggio. E The Leftovers è stato un gran bel viaggio.

Skam

Dalla Norvegia con amore Skam è diventato un successo mondiale, tanto che stanno lanciando remake a destra e a manca (eh sì, anche in Italia, siate preparati…), ed i motivi sono più che chiari: Skam racconta storie genuine di confronto, di accettazione, d’amore e di amicizia. Pur essendo focalizzate su un unico personaggio, tutte le stagioni hanno sempre dato una visuale più ampia, hanno fatto intendere le storie private di quei personaggi che non sono stati posti direttamente sotto i riflettori, hanno semplicemente reso chiaro il concetto che il mondo è fatto di persone, di interazioni e di affetti e che da soli non vale la pena affrontare nessuna avventura. Oltre la religione, oltre l’orientamento sessuale, oltre i pregiudizi e qualunque errore una persona possa commettere (soprattutto a quell’età), nulla ti da la stessa forza per affrontare la vita del sapere che hai le spalle coperte e che ci sarà sempre qualcuno pronto a sorreggerti nei momenti peggiori. People need people. Questa frase dice tutto. E le ultime scene sono tutte racchiuse in quelle tre semplici parole. Avrei voluto altre mille stagioni, lo ammetto, ma quella è stata la conclusione perfetta e sono i sorrisi di quegli splendidi ragazzi la cosa che mi mancherà di più.

Orphan Black

Anche la corsa di Orphan Black è giunta al termine, e con un meritato lieto fine. L’ultima stagione è stata la rivincita definitiva del Clone Club su chi per questi cinque anni ha tentato di togliere loro tutto, la riconquista del loro posto nel mondo, al di fuori di un laboratorio, e l’affermazione della loro umanità. Siamo risaliti all’origine del progetto Leda, all’inizio di tutto quello che Sarah e le sue sestra hanno dovuto affrontare, alla spiegazione di ogni perché – e dietro ad anni di sperimentazione e di ricerche c’era semplicemente l’avidità di un uomo troppo attaccato alla vita. E qui credo stia la loro vittoria più grande, nell’aver dimostrato che delle “cavie da laboratorio” avessero tanto più cuore di un “vero” essere umano. Westmoreland ha sempre e solo inseguito il suo vantaggio, sfruttando chiunque nel suo percorso, senza alcuno scrupolo, mentre Sarah e le altre hanno costruito rapporti sinceri ed hanno vinto grazie alla forza che il sapere di avere un obiettivo che andava oltre la pura e semplice preservazione della specie ha dato loro. Per abbattere per l’ultima volta la Neolution dalle sue fondamenta hanno fatto fronte comune, e persino Rachel ha voltato le spalle al sistema ed ha finalmente scelto se stessa. È un peccato che in questo quadro raggiante che sono riuscite a costruire manchino alcuni dei volti che hanno reso tutto possibile, come Siobhan (quante lacrime), Paul, i Duncan, Beth (che è stata l’inizio di tutto) e le altre sorelle (Mika, Katja…) e in generale tutti coloro che hanno dato la loro vita per far sì che il resto del Clone Club potesse vivere in questa serenità. Non è stata una vita facile, e apprezzo che ci abbiano mostrato come nemmeno reinserirsi in una vita normale sia stato un percorso senza intoppi, ma potrebbe diventarla e quello che abbiamo visto nel finale ci fa sperare che questa strana famiglia allargata avrà la forza di restare unita e continuare sulla strada della felicità. Con i suoi alti e bassi Orphan Black è stata una serie che mi ha sempre e comunque coinvolto ed appassionato e credo che gran parte del merito vada a mani basse a Tatiana Maslany (che alla fine si sono degnati di premiare con un Emmy). Ad ogni intro mi stupivo sempre del fatto che i nomi del cast fossero così pochi, e tutto semplicemente perché quella donna è riuscita, con lo stesso volto e la stessa voce, a mettere in scena persone e personalità estremamente diverse tra loro, facendo un lavoro che sfido chiunque a criticare. Non vedo l’ora di rivederla in un nuovo progetto, ma Sarah, Cosima, Alison e Helena (e alla fine anche Rachel) avranno sempre un posto speciale nel mio cuore di addicted.

 – Al

Il 2017 è stato l’anno in cui ho lasciato andare alcuni dei protagonisti più importanti del mio mondo da addicted, cominciando con Bones e raggiungendo l’apice proprio pochi giorni fa, quando ho assistito all’ultimo atto del mio Dottore e di quell’era di Doctor Who che resterà indiscutibilmente “mia”. Ma nel percorso dell’anno appena trascorso ho visto andar via altre due costanti irrinunciabili della mia quotidianità, entrambe forse nel momento più opportuno ma non per questo è stato più facile accettare la loro dipartita.

Pretty Little Liars

Con Pretty Little Liars ho perso uno dei miei “migliori amici”, beh, direi ben quattro di loro. Perché nonostante riesca ancora a sentire il sospiro di sollievo preso da tutti i “puristi” delle serie tv felici di aver finalmente archiviato i mali del mondo con la fine di questo show, nonostante non intenda certamente presentarvi questa serie come un capolavoro “senza macchia” e senza imperfezioni, Pretty Little Liars era la mia abitudine preferita, era un labirinto assurdo e tante volte incomprensibile in cui amavo perdermi, era un punto fermo che mi trasmetteva una sensazione di accogliente sicurezza perché potevo sempre contare sulla certezza che Pretty Little Liars sarebbe tornato. E quando succedeva, quando questo show puntualmente ritornava, portava con sé quell’universo di adorabili follie che lo rendevano così squisitamente unico e quindi si ricominciava tutto da capo, ripartivano le teorie più improbabili, le “battaglie navali” senza esclusioni di colpi tra le celeberrime ship, gli omicidi senza colpevole, le indagini senza soluzione, tutto riprendeva esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciato e nulla sembrava davvero cambiato anche quando ogni cosa in realtà lo era. Original A, Big A, A.D., il cappuccio e i guanti neri, il “red coat” e la “vedova nera”, i messaggi, le maschere, l’ambigua e instabile genialità di Mona, la lucida psicopatia di CeCe Drake, la vendetta di Alex, i segreti della famiglia DiLaurentis, gli intrecci degli Hastings, la redenzione di Alison e la costante, immutata e immensa amicizia tra Aria, Spencer, Emily e Hanna, che piaccia o meno, tutti questi aspetti della serie sono diventanti, nel bene e nel male, iconici e hanno scritto, a imperitura memoria, una pagina innegabile nella storia del genere drama (e non solo teen). È questo che più mi manca di Pretty Little Liars, la mia quotidianità con questo show, il mio scendere nell’arena per difenderne l’onore, mi manca l’attesa del suo ritorno e mi manca quella sensazione di conoscenza che avvertivo nei confronti del modus operandi di Marlene King. Pretty Little Liars non era uno show perfetto ma è stato un fenomeno sociale della televisione moderna e più di qualsiasi altra cosa, è stato per me la risposta giusta al momento giusto.

Broadchurch

Con Broadchurch invece ho perso uno dei miei insegnanti preferiti, uno di quelli che ti mostravano per davvero come realizzare un lavoro che rasentasse la perfezione, come diventare un modello difficile da eguagliare in soli 24 episodi. Broadchurch è stata una delle serie tv che più mi hanno aperto gli occhi su una qualità che raramente avevo riscontrato in precedenza, una serie che, alla stregua di un’opera d’arte, ti travolge emotivamente e ti lascia senza parole e sopraffatto da tutte quelle “pennellate” che riesci quasi a distinguere individualmente nonostante si perdano poi, in un batter d’occhi, in un quadro armonioso ed omogeneo. Emblema del modo di fare televisione britannico, Broadchurch ha gestito autonomamente e in piena libertà i tempi di produzione, scomparendo nel nulla per tutti i mesi di cui aveva bisogno, lasciando quasi che si “dimenticasse” della sua esistenza, ma quando finalmente era pronto per ritornare, quando si imponeva improvvisamente di nuovo all’attenzione del pubblico a cui si rivolgeva, bastava una sola inquadratura, una sola immagine del suo inconfondibile panorama mozzafiato catturata dalla straordinaria fotografia della serie, per ricordare a tutti di cosa fosse capace e per rendere ben chiaro che nessun altro show avrebbe potuto fare meglio, non in quel momento, non in quel genere.

Personalmente, Broadchurch non era solo una serie da guardare, era per me quasi un impegno da non prendere alla leggera, perché mi portava via un tale carico emotivo e mentale da lasciarmi inevitabilmente svuotata per buona parte del tempo che seguiva l’episodio. Le storie e le sceneggiature di Chris Chibnall sono state, dal principio all’epilogo, impeccabili e lineari con gli obiettivi che intendevano raggiungere ma soprattutto sono state storie affidate a una serie di interpreti che hanno reso quelle parole e i personaggi che le hanno trasmesse una sinfonia sublime e irripetibile. David Tennant esula ormai da ogni tipo di giudizio, è assoluto e totale ed è anche la ragione che mi ha spinto ad approdare a Broadchurch la prima volta; Olivia Colman è l’artista di cui ignoravo l’esistenza e di cui adesso non potrei più fare a meno ma Jodie Whittaker si è rivelata la sorpresa che non ho visto arrivare e che mi ha “inondato” col suo talento senza possibilità di fuga, l’attrice che si è imposta davanti ai miei occhi e mi ha impedito di guardare altrove, diventando preponderante sempre di più dopo ogni scena, dopo ogni emozione espressa tra le parole taciute. Broadchurch è il tipo di serie il cui percorso è stato perfetto nella sua concisa brevità, intenso e inebriante come una brezza marina che si dissolve in fretta ma il cui ricordo resta indelebile nella nostra memoria.

WalkeRita

Black Sails

Per me il saluto in assoluto più emozionante lo scorso anno è stato senz’altro quello a Black Sails, questa serie che avevo iniziato a vedere ormai oltre 4 anni fa per pura curiosità, perché trovavo intrigante l’idea di esplorare il mondo piratesco come non era ancora mai stato fatto nell’universo dei telefilm (poi invece nella stessa stagione è uscito Crossbones, cassato però da NBC quello stesso anno), ma che mi ha invece conquistata con una trama coinvolgente e personaggi impossibili da non amare. A partire dal protagonista indiscusso, il Capitano Flint (carismatico anche e soprattutto per via dell’interpretazione magistrale di Toby Stephens), passando per la scalata di un all’inizio quasi insospettabile John Silver (Luke Arnold), partito dal nulla e diventato uno dei miei personaggi preferiti fino a diventare la degna spalla di Flint e a scalzarlo addirittura dal trono agli occhi di molti… ma le vicende di praticamente tutti contribuiscono a formare un intreccio che non stanca per l’intera durata della serie. Devo infatti dire che, onestamente, non sono eccessivamente dispiaciuta per la conclusione di Black Sails, perché in 4 stagioni ha saputo raccontare una bellissima storia senza neanche uno scivolone, mantenendo un’alta qualità costante e senza mai annoiare, e poche altre serie sono state capaci di altrettanto per me. Si tratta quindi di una conclusione degna a una serie che non ha forse fatto eccessivamente parlare di sé in questi anni, ma che credo meriti una visione perché appassiona in tutto: regia, ambientazioni, dialoghi, scene action, colonna sonora… non c’è nulla che non abbia apprezzato per la cura dei dettagli e la bellezza generale della realizzazione. Conclusione degna quindi, ma non posso dire che non mi mancherà lottare per l’indipendenza di Nassau insieme a questi pirati idealisti e combattivi al di là di qualsiasi stereotipo di genere possa essere stato delineato nell’arco degli anni.

  

Ale

The Vampire Diaries (TVD)

Il 2017 ha segnato la chiusura della storia di Elena Gilbert e dei fratelli Salvatore, posso dire PER FORTUNA? Io amavo TVD, amavo Damon ed Elena (DELENA fino alla fine proprio), ma la Plec & C. sono riusciti a rovinare tutto. Dalla quarta stagione in poi, dalla fine della quarta direi, almeno per me, è stato un vortice verso il baratro, e il fondo è stato toccato, raschiato e di più ancora fino all’ottava e ultima stagione.

E non è che fosse per la mancanza di Elena (perché diciamocelo, la sua presenza era ancora TROPPO forte), quanto piuttosto per il non avere delle storie decenti, per il fatto che molti personaggi fossero diventati l’ombra di loro stessi e pesanti come dei macigni. Quindi grazie al cielo TVD è arrivato al capolinea, troppo tardi purtroppo perché se la chiudevano con la sesta stagione ci avrebbero fatto tutti più bella figura.

Io voglio ricordare TVD con questa scena e ringraziarlo per aver portato nella mia vita Niklaus Mikaelson e gli Originari.

LA colonna sonora, quella bella!

gnappies

E per voi quali sono state le conclusioni indimenticabili dello scorso anno? Fateci sapere qui sotto nei commenti quale addio vi ha commosso/conquistato o magari deluso di più.
Noi vi aspettiamo domenica con il prossimo e ultimo appuntamento per rivedere insieme il meglio e il peggio del 2017!




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Ale
Tour leader/traduttrice di giorno e telefila di notte, il suo percorso seriale parte in gioventù dai teen drama "storici" e si evolve nel tempo verso il sci-fi/fantasy/mistery, ora i suoi generi preferiti...ma la verità è che se la serie merita non si butta via niente! Sceglie in terza media la via inizialmente forse poco remunerativa, ma per lei infinitamente appagante, dello studio delle lingue e culture straniere, con una passione per quelle anglosassoni e una curiosità infinita più in generale per tutto quello che non è "casa". Adora viaggiare, se vincesse un milione di euro sarebbe già sulla porta con lo zaino in spalla (ma intanto, anche per aggirare l'ostacolo denaro, aspetta fiduciosa che passi il Dottore a offrirle un giretto sul Tardis). Il sogno nel cassetto è il coast-to-coast degli Stati Uniti [check, in versione ridotta] e mangiare tacchino il giorno del Ringraziamento [working on it...]. Tendente al logorroico, va forte con le opinioni non richieste, per questo si butta nell'allegro mondo delle recensioni. Fa parte dello schieramento dei fan di Lost che non hanno completamente smadonnato dopo il finale, si dispera ancora all'idea che serie come Pushing Daisies e Veronica Mars siano state cancellate ma si consola pensando che nell'universo rosso di Fringe sono arrivate entrambe alla decima stagione.

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