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Rubriche & Esclusive

Le migliori nuove serie del 2016

Ogni nuovo anno si presenta al telefilm addicted come una scintillante vetrina ricca di nuove possibilità. Tutte le nuove serie sono lì, allineate nei loro vestiti più carini, implorandoti con le loro vocine strappalacrime “Scegli me, scegli me!”. Se sei fortunato, sceglierai  una serie che otterrà un discreto successo e diventerà una fedele compagna per molti anni a venire, se ti dice male passerai attraverso una valle di sofferenze fatta di bassi ascolti e terrori notturni, fino alla straziante e definitiva notizia della cancellazione.

Andiamo a scoprire insieme quali sono i nuovi migliori show che quest’anno appena concluso ci ha portato in dono.

The Young Pope

Tra le più attese dell’anno, l’opera prima di Paolo Sorrentino in campo televisivo non ha deluso.
The Young Pope intriga con il suo protagonista, Lenny Belardo, totalmente fuori da ogni schema, capace di una grande evoluzione e crescita personale. Uomo dalla forte personalità e dialettica, Papa controverso e unico nel suo genere, il Pio XIII di Jude Law affascina e convince.
I comprimari non sono da meno: Diane Keaton, nostra signora delle t-shirt, e l’ottimo Cardinal Voiello, interpretato da Silvio Orlando, che strappa più di una risata con la sua ossessione per il Napoli.
Chi non ama il cinema di Sorrentino potrà comunque apprezzare la serie: il formato dona particolarmente alla sua scrittura.

BrainDead

 


E’ stata cancellata, lo so.
Ed è uno dei più grandi dolori dell’anno appena trascorso. Ma il finale chiude la storia e questo le permette di poter entrare nella lista senza alcuna remora.
BrainDead, dalla penna dei creatori di The Good Wife Robert e Michelle King (sempre siano lodati), è un dramedy ambientato nella capitale Washington e segue gli “strani” cambiamenti che si susseguono tanto tra le file dei democratici che dei repubblicani. Diverte con l’arguta satira, con la storia molto particolare e con personaggi fuori come un balcone.
E voglio dire, andatelo a battere un previously on così:

Fran

Stranger Things

Netflix ci ha ormai abituato al fatto che il suo nome è sinonimo di qualità. A partire da House of Card, per continuare con Orange Is The New Black, Sense 8 e Jessica Jones (e la lista potrebbe continuare ancora a lungo), il colosso dello streaming ha dato vita a capolavori che hanno saputo appassionare i fan e rubare loro il cuore.

Il fiore all’occhiello di quest’annata è stato senza dubbio Stranger Things, una serie dal sapore decisamente retro che strizza l’occhio a tutta una serie di film degli anni ’80 di cui i Goonies sono stati i capostipiti indiscussi.

Questo “effetto nostalgia” è stata probabilmente una delle cause principali alla base del successo della prima stagione di questo show, che ha saputo giocare in maniera efficace su determinate atmosfere, aiutandosi con un colonna sonora dalla qualità impressionante.

La trama è avvincente, mai scontata, e lo spettatore non potrà fare a meno di affezionarsi ai piccoli protagonisti, in particolare alla tormentata Eleven, magistralmente interpretata da Millie Bobby Brown.

Per nostra fortuna la serie è stata rinnovata per una seconda stagione, che si spera darà risposta alle molte domande lasciate aperte.

MooNRiSinG

Speechless

Negli ultimi tempi trovare una comedy che sia di buona qualità è decisamente arduo. Fatte alcune eccezioni, la storia è sempre la stessa: dove c’è la novità manca la sostanza, dove c’è la sostanza manca tutto il resto.

Speechless, invece, mi ha conquistata fin dal trailer. La protagonista è una famiglia e l’assistente del figlio maggiore; obbiettivo: mostrare la vita quotidiana di una famiglia con disabile senza scadere nel melodrammatico saccarotico stereotipato. Obbiettivo raggiunto in pieno.

Speechless è divertente, realistica, profonda senza essere patetica, a 360 gradi su ogni personaggio e incredibilmente semplice. JJ, il ragazzo in carrozzella, è un normalissimo teenager: pensa come un adolescente, si comporta come un adolescente, è un bullo col fratello minore (geniale una scena in cui i due litigano e il più piccolo sfoga la frustrazione dicendo: <E non posso nemmeno dirti nulla, perché sei JJ! – se ne va sbattendo la porta salvo poi tornare indietro, rimettere gli auricolari al fratello, che non può farlo da solo – Non mi è concessa nemmeno un’uscita drammatica!>). I due fratelli minori non potrebbero essere più diversi: Ray, il ragazzo, è pieno di fisime e insicurezze; la ragazza (un mito ndr), Dylan, è un tornado di energie e sfacciataggine (tutta sua madre, una straordinaria Minnie Driver).

Insomma, è divertente e fa riflettere, senza mai (e dico mai) virare sulla lacrima facile.

The Lady and The Band

This is us

Il motivo per cui credo che non si possa stilare una lista delle migliori novità del 2016 senza annoverare anche questo gioiellino di “normalità” che è This is us è che, in un universo telefilmico attualmente saturo di colpi di scena a gogò, l’uso (sebbene eccelso) di nuove tecnologie e CGI all’avanguardia e trame che spesso si attorcigliano su se stesse pur di sorprendere lo spettatore, qui i protagonisti sono umanità e vita vera.
Sono la prima a essere entusiasta di dove si sia arrivati nel panorama televisivo, di come alcune delle nostre serie preferite abbiano segnato/stiano segnando un enorme passo in avanti per questo medium che è stato per anni considerato il cugino povero del grande cinema, ma che ora risplende di luce propria e attira per questo grandi nomi cinematografici a cimentarsi con la serialità. Proprio per questo trovo che ci troviamo nel momento perfetto per introdurre nelle nostre vite di addicted una storia che, dopo anni di impennata vertiginosa di tutti i network americani e non (i cable principalmente) per offrirci prodotti di qualità sempre maggiore puntando su twist che catturano lo spettatore quasi stordendolo, si basa invece sulle vicende di personaggi che potremmo essere noi, alle prese con i piccoli e grandi drammi di ogni giorno.

E nonostante questa premessa potrebbe far pensare a una storia banale, This is us non si adagia mai su trame scontate e per quanto mi riguarda non varca mai quel limite, che invece molti sembrano cogliere nella serie, che lo farebbe scadere nello stucchevole: sono le semplici sfide quotidiane di queste persone, le ripicche dei bambini, il senso di invidia verso i fratelli, di odio verso se stessi, il proprio corpo o il proprio frustrante lavoro, la difficoltà di trovare il proprio senso di appartenenza e molto altro a tenere banco in questo coinvolgente family drama. Le emozioni sono vere e sì, potrebbero farci scendere una lacrimuccia ogni tanto, ma non credo questo sia per via di una trama che punta tutto sullo zuccheroso, bensì per la maestria con cui la scrittura va a creare blocchi di narrazione che poi si incastrano perfettamente nell’arco di ciascun episodio, facendo crescere nello spettatore il senso di affezione verso questi personaggi in maniera naturale, attimo dopo attimo.
Aiuta ovviamente avere sul set attori che regalano performance ineccepibili, a mio parere Milo Ventimiglia, Sterling K. Brown, Susan Kelechi Watson e perfino Justin Hurtley (non che lo ritenessi un incapace, ma in questo ruolo mi ha davvero convinta molto più che in altri in cui l’ho visto impegnato) tra i migliori.

  

E ora aspettiamo con ansia il ritorno dalla pausa invernale il 10 gennaio.

Ale

The Crown

Parlando delle migliori nuove serie del 2016 mi risulta QUASI IMPOSSIBILE non ritagliare uno spazio per quel piccolo/grande CAPOLAVORO che è stato The Crown. Scritta da Peter Morgan, sceneggiatore del film “The Queen”, per Netflix, e resa disponibile alla visione del pubblico il 4 novembre, questa serie porta il suo focus e si concentra sulla figura della Regina Elisabetta II e sulla famiglia reale inglese. Certo, nulla di veramente così innovativo o rivoluzionario ma sicuramente una produzione, che fin dagli inizi, ha subito destato la curiosità di critica e spettatori. The Crown è infatti risultata a serie più costosa di sempre prodotta da Netflix, con un budget di oltre 100 milioni di sterline.

Vagonate di soldi a parte, quello che questo show ha in più degli altri e che conquista i telespettatori è il CUORE, una storia spettacolare e coinvolgente, una cura dei particolari, dei dettagli, del più lieve dei sospiri o il più marcato degli accenti che ti portano, inevitabilmente, a soffrire e gioire con i suoi personaggi. The Crown per me non è stato un semplice telefilm ma un vero e proprio tuffo nella storia, nella famiglia reale, nell’Inghilterra degli anni 50. Il cast è un altra delle fortune di questo show, ogni attore è in grado di dar qualcosa di significativo con la sua interpretazione, qualcosa di personale e incisivo allo stesso tempo. Tra tutti a spiccare sono Claire Foy, IMMENSA nella sua performance, in grado di trasmettere anche la più complessa delle emozioni con un semplice sguardo, di dar vita ad un Elizabeth costantemente combattuta sulle decisioni della propria vita, e John Lithgow, che porta sullo schermo un Churchill ormai vecchio, stanco, debole ma sempre pronto a LOTTARE contro tutto e tutti per poter dar un aiuto concreto al suo paese e alla sua nuova Regina. Non son da ignorare o trascurare anche le performance di Matt Smith, Vanessa Kirby o Jared Harris per citarne alcuni.

Le musiche sono SPETTACOLARI, la sigla è stata addirittura creata da Hans Zimmer, e la colonna sonora dello show si fonde perfettamente alle scene in cui viene utilizzata riuscendo sempre a creare un atmosfera e pathos unico. Per non parlare dei costumi, delle auto, degli arredi, le case, le ville, i castelli e i paesaggi mozzafiato che il Regno Unito ha da offrire. I dialoghi son qualcosa di sublime, non c’è mai una parola di troppo, mai nulla di banale o fuori posto. E se i dialoghi risultano estremamente curati anche i silenzi son estremamente importanti e affascinanti, in grado di dar la possibilità agli attori di trasmettere il proprio stato emotivo con la semplice mimica facciale, con uno sguardo, un sospiro, un movimento della mano o una postura.

Per concludere The Crown vuole raccontare la storia di una Regina, di una donna, delle difficoltà che Elisabetta ha incontrato portando la corona e di quanto FORTE e CORAGGIOSA sia stata. Vuole anche raccontare quale impatto questa sua figura ha avuto sulle persone che le son state affianco e vuole farlo nel modo più accurato, rispettoso ed elegante possibile. Una volta conclusa la visione vi troverete con una sorta di vuoto, il desiderio di poter subito aver a disposizione il proseguo e continuare a vivere con i reali e i loro problemi. E se una serie ha questo potere, se una serie è in grado di entrare nel tuo cuore e conquistarti sino a questo punto non può non essere considerato un piccolo CAPOLAVORO da vedere assolutamente.

– Claw

Victoria

Ognuno di noi ha certamente delle ragioni ricorrenti di base che motivano di volta in volta la catartica decisione di intraprendere una nuova avventura seriale: una trama coinvolgente, un genere più consono ai nostri gusti, o anche la semplice curiosità stimolata magari da un promo ben fatto. Per questo motivo vorrei davvero dirvi di essere salita a bordo del treno “Victoria” il 28 Agosto 2016 per la mia particolare predilezione per i period/historical drama, per la mia conoscenza approfondita della storia vittoriana, per la passione ormai ben consolidata nei confronti di un’età così caratteristica … ma purtroppo non sono così intellettualmente profonda. Per quanto senz’altro abbia incontrato il nome di questa regina “un paio di volte” nella mia vita [Irony Alert!] e nonostante da un paio di anni abbia imparato ad apprezzare più di quanto facessi precedentemente il genere dei period drama, la mia motivazione quel giorno era fondamentalmente una e una soltanto: Jenna Coleman. Ma se è vero che Jenna Coleman è stata la spinta di partenza, mi è bastato in fondo solo il pilot per rendermi conto di quanto “Victoria” rispettasse ogni singolo criterio che personalmente mi impongo affinché una serie mi prenda davvero e totalmente, affinché diventi completamente “mia”.

In primo luogo ci sono gli obiettivi che la serie si pone. “Victoria” non intendeva essere un mero resoconto dei primi anni del regno della longeva regina, non ha mai voluto concentrarsi esclusivamente sulle dinamiche di potere e di politica che la circondavano, non ha mai pensato di porre principalmente l’accento sulla corona prima della persona. “Victoria” è una serie che presenta i suoi obiettivi a partire dal titolo, dal nome della donna prima ancora di quello della regina, e di questo intento non ha mai fatto mistero, anche in fase promozionale quando a caratteri cubitali ormai avevano reso ben chiaro che le principali fonti di partenza per la costruzione della serie fossero stati i diari e le lettere personali e autentiche della regina. Su uno sfondo intagliato di dettagli e particolari narrativi e descrittivi fedeli e storicamente accurati, si staglia senza riserve la figura sfacciatamente umana di una ragazza appena diciottenne a tratti ancora bambina ma allo stesso tempo impaziente di diventare donna, un personaggio caleidoscopico che abbraccia e mostra senza esitazioni tutte le sfumature di queste tre fasi fondamentali di una crescita tutt’altro che graduale. Ciò che quindi ho amato principalmente di questa serie è quell’atmosfera passionale, coinvolgente, intensa e semplicemente umana che si respira fin dai suoi primi istanti, è una storia che sceglie di mostrarci il lato più intimista di personaggi che in questo contesto esulano dagli eventi di cui sono stati protagonisti e si rivelano davanti ai nostri occhi in tutte le loro sfumature caratteriali più personali e soggettive, oltre la regina e la sua corona esiste Victoria, una donna che impara a vivere ancor prima di imparare a regnare. Non va mai dimenticato che “Victoria” è una serie tv, storica certo, ma è pur sempre un prodotto televisivo e come tale secondo me ha saputo unire magistralmente velleità artistiche e contesti reali.


Ma ancor più degno di nota è quanto questi obiettivi appena descritti si sposino, in un’elegante armonia e comunione di intenti, con le sublimi caratterizzazioni dei personaggi, con le interpretazioni definite ed emozionanti del cast e infine con le cornici artisticamente composte da regia e fotografia, tre piani di creazione riconoscibili nella loro indipendenza ma che nel complesso si perdono l’uno nell’altro dando vita a un prodotto unitario e dalla potenza emotiva delicata ma travolgente. Daisy Goodwin possiede con cognizione e consapevolezza ogni singolo aspetto della serie [compreso il costante rapporto con i fan], impregnando la storia, i volti e i caratteri con uno stile personale e riconoscibile, prolungamento di una sua visione rispettosa ma soggettiva non soltanto della realtà storica ma anche del modo di intendere e “creare” la televisione. Gli episodi, scritti quasi esclusivamente da lei, vivono della sua stessa passione ed eleganza, dando vita a un mondo affascinante e caratteristico in cui perdersi è l’unica opzione accettabile. E abbracciando le sue stesse intenzioni artistiche e creative, il cast dispiega i propri talenti eterogenei mettendoli al servizio di personaggi di volta in volta intriganti, romantici, problematici, sensuali, intimamente oscuri o profondamente luminosi ma ancora una volta umani. Rufus Sewell & Tom Hughes hanno portato in scena con i rispettivi Lord Melbourne e Prince Albert un dualismo caratteriale a volte quasi ossimorico ma straordinario e perfetto nelle singole sfumature, nel ritratto che entrambi personificano di due uomini differenti ma fondamentali ognuno a modo proprio in fasi diversi della vita della regina; Daniela Holtz incarna nel personaggio di Lehzen il lato più innocente e a volte quasi infantile di Victoria, assumendo ai suoi occhi le sembianze di un punto di riferimento imprescindibile, dell’unica figura materna degna di questo attributo; Eve Myles, Margaret Clunie, Nell Hudson e David Oakes diventano nei rispettivi ruolo gli emblemi di personaggi appartenenti a realtà distanti e differenti ma così simili in fondo nella loro umanità più profonda; e infine Jenna Coleman porta in scena, con maturità artistica, conoscenza, grazia e passione un’interpretazione della giovane donna e monarca totale, assoluta, tridimensionale, sfaccettata e intensa, riuscendo a ritrarre in maniera sublime i suoi lati più contradditori, volubili e sorprendenti, resi propri grazie ad una preparazione impeccabile.

E per concludere, spetta alla regia, firmata principalmente da Tom Vaughan, rendere questo connubio di arti un unicum omogeneo, sfumato nei paesaggi e definito nei lineamenti con i personaggi, immortalati a imperitura memoria da una fotografia stupefacente.

Come forse avrete intuito, “Victoria” è la MIA nuova serie preferita del 2016 perché l’ho amata più di quanto avessi programmato di fare, perché si è rivelata più vicina al “mio” mondo di quanto credessi e perché mi ha regalato personaggi, storie e modelli che in pochi episodi sono entrati a far parte di quella cerchia ristretta di favoriti che arrivano senza preavviso e restano per sempre.

WalkeRita

Westworld

Una delle novità più significative del 2016 è stata senza ombra di dubbio Westworld, serie HBO basata sull’omonimo film del 1973. Ideata da Lisa Joy e Jonathan Nolan (aka colui che spero possa darmi dei figli, un giorno), la serie ci mostra le vicende di un parco a tema chiamato Westworld e le avventure dei suoi ospiti e abitanti.
Sebbene il tema dell’intelligenza artificiale e del conseguente sviluppo di un’autonoma coscienza non sia, esattamente, il più originale del mondo, il modo in cui Westworld ci racconta come di fatto la coscienza tende a svilupparsi nei robot è di certo nuovo.
Westworld permette di immedesimarsi nei personaggi, non solo emotivamente – condividendo o condannando quelle scelte di natura etica, così lontane eppure così vicine alla nostra vita quotidiana – ma anche narrativamente, raccontando le vicissitudini degli stessi in maniera non lineare, generando non poca confusione nello spettatore per circa otto episodi su dieci.
Ma tutti i pezzi del puzzle tendono lentamente a trovare il proprio posto, e la struttura narrativa, un po’ altalenante e temporalmente confusa, finisce col rappresentare un’allegoria stessa del difficoltoso formarsi dell’Io interiore.
Tutti i personaggi – umani e robot – sono costruiti alla perfezione, gli interpreti sono sublimi, le ambientazioni realistiche e suggestive. Un mix perfetto di qualità.
E la sigla, signori miei. La sigla! Di sicuro una delle migliori che abbia avuto la fortuna di vedere!

Aniel

Ripensandoci adesso, il 2016 ci ha veramente permesso di assistere alla nascita di alcune serie che potrebbero essere destinate a fare la storia del mondo telefilmico.

Secondo voi abbiamo dimenticato qualche new entry assolutamente irrinunciabile? Fatecelo sapere nei commenti!

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