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Chicago PD Law & Order: SVU Recensioni

Law & Order: SVU / Chicago PD | Recensione Cross-over 17×14/3×14

Lo ammetto: anche questa volta non è stato facile guardare questo cross-over tra Law & Order: Special Victims Unit e Chicago PD. Non è stato facile per diverse ragioni e la prima fra tutte è che personalmente non ho ancora superato la morte di Nadia DeCotis, per le modalità in cui è avvenuta, per le possibilità di crescita che non ha avuto, per il potenziale ancora inespresso di un personaggio secondo me agli albori della sua evoluzione e più di ogni cosa per la rottura di uno dei rapporti più belli a mio parere dell’intero universo di Chicago, vale a dire la sua amicizia con Erin Lindsay. Ma Chicago PD è quel tipo di serie in cui quando uccidono uno dei tuoi personaggi preferiti, lo fanno con una tale cognizione e lucidità che non puoi non apprezzare almeno la maturità e il rispetto con cui certe tematiche vengono affrontate, offrendoti alla fine un prodotto televisivo dal livello qualitativo secondo me sempre molto elevato.

Fin dalla sua prima stagione, gli incontri tra “Chicago PD” e “Law & Order: Special Victims Unit” si sono rivelati incredibilmente complementari per entrambi gli show, riuscendo sempre a trovare una tale sintonia di storie, stili e personaggi (e non è facile per uno show che all’epoca era appena nato e per uno che invece viveva già da 15 anni) da far credere che le due squadre di polizia fossero quasi destinate da sempre a lavorare insieme, nonostante entrambe siano un po’ l’emblema di due città diverse e quindi di due modus operandi che inizialmente sembravano quasi opposti. Ma l’aspetto che più avvicina questi due show e che in fondo rende i loro cross-over così intensi è quel crudo realismo che colpisce dritto al cuore tutte le volte, che ti mostra il volto più freddo, cinico e difficile da affrontare di New York e di Chicago e lo fa senza indorarti troppo la pillola, immergendosi totalmente in quell’ansiosa oscurità che inevitabilmente ti circonda quando guardi questi episodi condivisi (come ho sempre detto, è Chicago Fire il lato più luminoso di questo mondo, era inevitabile che Chicago PD mostrasse la città vista dagli occhi di Voight, con tutto ciò che questo comporta).

Natinowide Manhunt

Ancora una volta quindi, SVU & Chicago PD portano in scena un cross-over dal carico emotivo quasi troppo pesante da sopportare, riuscendo a imprimere su entrambi gli episodi un tale senso di inquietudine impossibile da risolvere prima dei minuti conclusivi e anche in quel momento si avverte ancora un’incompiutezza che in fondo non ti lascia davvero libero di tornare a “respirare” ma di cui parleremo in seguito.
Ho nominato Nadia DeCotis all’inizio della recensione perché le abbiamo detto addio proprio durante l’ultimo incontro tra l’Unità Vittime Speciale di Olivia Benson e l’intelligence di Hank Voight. Ed è proprio in suo nome che i due team, ormai legati anche da rapporti umani, tornano ad unire le forze per affrontare il killer seriale Greg Yates. Per quanto la distinzione sia quasi superflua da evidenziare, dato che la storia segue un percorso talmente lineare da non far notare affatto il passaggio di testimone, il cross-over comincia proprio a New York, nel carcere in cui Yates è rinchiuso e da cui adesso organizza ogni sua mossa, facendo leva su quei casi di omicidio ancora aperti e a cui soltanto lui può mettere la parola fine, concedendo il riconoscimento dei resti ancora anonimi delle sue vittime. Così, essendo questi casi sotto la giurisdizione della polizia di Chicago, Olivia Benson chiede al sergente di Voight la sua collaborazione e per quanto purtroppo sia difficile come decisione, entrambi capiscono di dover trattare con Yates nell’unico modo possibile: ponendogli di fronte qualcuno con cui ha già un passato importante da condividere e questa persona è proprio Erin Lindsay.

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Accompagnata da Antonio Dawson (scelta che ho incredibilmente apprezzato ), Erin è “costretta” a dover rivivere un incubo che ancora porta dentro di sé ogni giorno, ma che adesso riapre totalmente la sua ferita mai davvero rimarginata.
Uno degli aspetti che più mi hanno colpito di questo cross-over è stato proprio l’atteggiamento di Yates nei confronti di due delle protagoniste della storia: dapprima con la detective Rollins della squadra di New York, infatti per tutta la durata della prima parte del cross-over, il killer ha quasi “ignorato” la presenza di Erin di fronte a sé, giocando certamente con il suo dolore, ma rivolgendo tutte le sue attenzioni alla Rollins, dichiarandosi disposto a trattare esclusivamente con lei; e soltanto in seguito, quando l’azione si sposta a Chicago, Yates rivela lentamente le sue reali intenzioni, ricominciando a concentrarsi su Lindsay, rendendola il destinatario finale del suo piano, dell’ultimo atto della sua opera. Dall’altra parte della scena, invece, sia la detective Rollins che la detective Lindsay mi sembra che affrontino la situazione esattamente con quelle impostazioni tipiche del loro stile: se da una parte infatti Rollins abbraccia la tecnica del profiler che studia ogni singolo comportamento del criminale che ha di fronte, divenendone un’esperta e creando con lui quasi un rapporto biunivoco tale da essere l’unica ad ottenere le informazioni necessarie per chiudere quei casi ancora aperti, dall’altra Lindsay vive quel momento con un trasporto personale inevitabilmente più impulsivo, ribelle, passionale, tipico del suo carattere in quanto donna e detective, ma facilmente comprensibile, considerato quel passato ancora troppo recente. Nonostante tutto, secondo me, nella prima parte di questo cross-over il gioco di Yates è ancora fortemente “mentale”, il modo in cui lui manovra le informazioni che concede e le richieste che ovviamente avanza in cambio non ha nulla di personale al momento, è un’ennesima partita a scacchi in cui la squadra di Olivia Benson è soltanto la sua pedina più importante, la sua leva necessaria per giungere lì dove vuole arrivare, in quel carcere dove avrebbe riscosso il suo credito, e infatti mentre tutti guardano la distrazione che arriva dall’alto, Yates dichiara scacco matto nel momento più opportuno, usufruendo della fuga di un suo vecchio rivale e lasciando alle sue spalle una consueta scia di vittime, fino al momento in cui resta soltanto lui, libero di mettere in atto il suo piano finale.

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Consapevoli della fuga, le due squadre fanno partire ufficialmente la caccia all’uomo ma è proprio in questo momento che avviene il passaggio di testimone, perché quando è finalmente solo e ha il controllo della situazione, Yates svela l’identità dell’unico avversario che adesso siede di fronte a sé in quella partita e che non poteva essere nessun altro se non Erin Lindsay.
Per tutta la durata della storia, gli occhi di Erin sono stati a mio parere i veri protagonisti di questo cross-over, perché lasciavano trasparire in modo quasi straziante ogni sua emozione, ogni pensiero: il dolore incontenibile per il ricordo di Nadia che l’ha accompagnata in ogni istante, il ricordo del suo sorriso dolce, dell’affetto che le dimostrava, del desiderio di Erin di poterle donare ciò che Voight aveva concesso a lei in passato; la rabbia per il suo omicidio, non più irrazionale ma proprio per questo motivo ancora più letale perché per tutto questo tempo Erin aveva avuto modo di metabolizzare quell’ira, trasformandola in una determinazione cieca ma inarrestabile; e infine il senso di colpa, sempre lì, sempre presente seppur ridimensionato, per non averla protetta, per non averla salvata, e probabilmente per non aver potuto scrivere davvero la parola fine alla sua storia, ottenendo una giustizia che forse va oltre la cella di un carcere. A ogni passo che compiva, Erin rimaneva spesso in silenzio, impedendo alle sue emozioni di prendere il sopravvento, restando quasi impassibile perfino di fronte alla peggiore delle provocazioni, ma nell’esatto momento in cui la caccia a Yates comincia, Erin inizia a seguire un percorso individuale, inizia a decidere da sola come affrontarlo, vedendo di fronte a sé soltanto Yates e la possibilità di essere lei a chiudere finalmente il capitolo più difficile della sua vita.

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The Song of Gregory Williams Yates

Mentre Yates sposta la sfida a Chicago, Erin torna protagonista del suo gioco, ma il suo intento di affrontarlo individualmente si scontra inevitabilmente con Voight, con il suo totale senso di protezione, con la sua irremovibile decisione di tenerla al suo fianco, al sicuro, lontana il più possibile da Yates e da qualsiasi sia il progetto che la coinvolga, impedendole di mettere a rischio la sua vita per vendicare quella di Nadia.

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Mentre quindi a New York l’adrenalina ha accompagnato ad ogni passo una storia “di testa”, ragionata e organizzata nei minimi dettagli fino alla fuga finale, a Chicago, per Lindsay come per Yates, il confronto giunge dritto al cuore di entrambi mostrandoci, con una narrativa secondo me superba, in che modo il male si origina in una mente deviata come quella di Yates e come questo influisca sulla luminosa bontà di un cuore adesso spezzato come quello di Lindsay.

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Al focus sulle emozioni di Erin, sul suo dolore e sulla frustrazione di essere messa a parte di quelle indagini che alla fine la vedono sempre protagonista, si affianca ora infatti una particolare attenzione sul personaggio di Yates, sulla sua mentalità disturbata che si evince con pura ansia dal suo sguardo, e soprattutto sull’origine della bestia che vive dentro di sé. Caratterizzando in questo modo uno dei serial killer più crudeli e spietati che abbia mai visto in una serie televisiva, veniamo condotti ora più vicini di quanto fossimo mai stati alla mente di Yates, alla sua follia, a quelle motivazioni intrinseche che hanno messo in moto ogni sua azione, ogni suo crimine efferato compiuto con sadico piacere perché in ognuna delle sue vittime, come spesso accade, Yates rivede la prima persona che lo ha ferito irrimediabilmente, abbandonandolo quando più aveva bisogno di lei: sua madre. Dopo aver quindi finalmente intuito l’ultima meta del viaggio di Yates, le squadre di Voight e Benson raggiungono la sua famiglia, salvando prima la sorella e interrogando infine la madre. Ma è proprio l’interrogatorio della donna a svelare l’aspetto più terrificante del killer, raccontando una storia che suona quasi come un’oscura leggenda o un presagio, la storia di un bambino nato malvagio, capace di terrorizzare la sua famiglia fin dalle sue prime parole e di distruggere la realtà che lo circonda fin dai suoi primi passi. È incredibilmente importante secondo me la scelta della serie di presentarci in questo modo un dilemma morale eterno sull’origine del bene e del male, sulla concreta possibilità per Yates di essere stato davvero segnato dalla malvagità fin dai suoi primi giorni di vita o di essere stato traviato dall’abbandono dei suoi genitori, movente che ha scaturito la sua follia. Troppo tardi ormai per trovare una risposta soddisfacente che permetta di prevenire ulteriori crimini, le due squadre di polizia cadono inevitabilmente nell’ultimo depistaggio di Yates, accorrendo a un fumo illusorio e lasciando indietro soltanto Erin Lindsay, l’unica che Yates vuole davvero al suo fianco per portare a compimento l’ultimo atto della sua vendetta.

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Il confronto finale tra Yates e Erin è probabilmente il momento più oscuro di tutta la storia perché Yates guarda in faccia e abbraccia con orgoglio il male dentro di sé ma più ogni altra cosa, come suo ultimo addio, spinge Erin a fare lo stesso, a riconoscersi magari più simile a lui di quanto immagini, entrando nella sua testa per l’ultima volta, lasciandole in eredità una storia che spera l’accompagni per tutta la sua vita e che le ricordi costantemente del suo lato più buio. Yates concede a Erin forse tutto quello che anche lei voleva: chiudere definitivamente quel capitolo, ottenere la giustizia che da sempre desiderava per Nadia ma in quel preciso istante lui avvelena una scelta inevitabile e legittima con un dubbio che adesso rischia di tormentare Erin impedendole di lasciarsi davvero alle spalle l’intera vicenda.

Ma per quanto possa essere oscuro, ciò che più amo di Chicago PD è la speranza che ci regala ogni volta, anche di fronte alla più terribile delle conclusioni, esiste sempre quella piccola luce che si fa spazio tra le nuvole fredde della città per affermarsi in tutta la sua forza. Seppur ancora intimamente turbata dagli sviluppi finali della storia, Erin si guarda intorno e vede al suo fianco tutte quelle persone che non permetteranno a Yates di vincere la sua sfida, che non lasceranno alle sue parole il potere di influenzarla o di tormentarla più di quanto le sue azioni non abbiano già fatto. Se il sostegno di Voight è eterno e incondizionato, è sorprendente l’affetto che anche Olivia Benson dimostra ad Erin, annullando qualsiasi distanza tra Chicago e New York e mettendosi a sua disposizione in qualsiasi momento, lasciandole prima di andar via una lezione importante, aiutandola così ad accettare ogni sua decisione, anche la più difficile, fino al momento in cui capirà di aver fatto pace con i suoi demoni e in questo modo di averli definitivamente sconfitti.

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