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Grey's Anatomy Rubriche & Esclusive

La Vita non è un Telefilm, ma Dovrebbe Esserlo…

“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”

(Henry David Thoreau)

Questa frase è marchiata a fuoco nella mia testa da quando ho 12 anni. Da quando, cioè, mi innamorai follemente di un film (probabilmente il mio preferito di sempre) che da allora ho guardato e riguardato talmente tante volte da conoscerne a memoria ogni minima espressione facciale,  battuta e relativa sfumatura dell’intonazione. Ricordo di averla scritta all’inizio  di ogni anno scolastico sulla mia Smemoranda, dalla prima media fino alla quinta superiore. Perché volevo che restasse lì a ricordarmi, come un mantra, quell’insegnamento che il Prof. Keating (R.I.P Robin Williams) non stava trasmettendo solo ai suoi ragazzi, ma anche a me. Perché al di là del fatto che Dead Poets Society (L’attimo fuggente) sia oggettivamente un bel film, è il messaggio che viene ribadito in continuazione a rendere quest’opera qualcosa che va al di là di un buon prodotto su pellicola. O, perlomeno, è basandomi su questo messaggio che io, in prima persona, ho cercato e sto tuttora cercando di plasmare la mia esistenza, attraverso le scelte fatte (spesso difficili e dolorose) e le strade intraprese.

Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento: perché il poeta usa questi versi? Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare, diventerà freddo e morirà”

Grande verità: non siamo altro che ci cibo per i vermi cari amici e la mia paura più grande non è mai stata la morte in sé, ma il timore di arrivare un giorno al capolinea e scoprire, voltandomi indietro, una lunga scia di rimpianti, fatta di se e di forse. Nessuno può sapere quanto tempo gli è stato concesso e proprio per questo ne dovremmo sprecare il meno possibile. Dovremmo perennemente andare alla ricerca di quelle emozioni che ci fanno sentire vivi, non importa siano esse fatte di dolore o di gioia indescrivibile. Quello che conta è sentire il cuore andare a fuoco, la pancia in subbuglio o le lacrime che scorrono sulle guance senza saperne neanche il motivo. Sentire il sangue ribollire nelle vene. Ecco quello per cui vale la pena vivere. Perché allora tanto varrebbe non esistere affatto.

Non sto parlando di tutto questo perché sono in preda a un delirio esistenziale o sono affetta da una malattia terminale. Semplicemente sto vivendo un periodo piuttosto incasinato e delicato e scrivere questo pezzo, per me, è quasi terapeutico. Inoltre, nell’ultima settimana sono stata a due funerali. Ok, erano entrambi due persone molte anziane ma, inevitabilmente, certi pensieri e riflessioni ti attraversano la testa automaticamente.

Da serie-tv addicted, come tutti voi qui dentro, mi sono chiesta tante volte il perché di questa mia grande passione. La risposta che sento spesso e che anch’io mi sono data la maggior parte delle volte è il fatto di ricercare, attraverso l’immersione in un mondo fittizio, l’evasione dalla nostra realtà. Guardare telefilm ci aiuta a distrarci dalle brutture o dalla noia della vita e ci permette di sognare e di non essere noi stessi per 40 minuti “a botta”. In un certo senso, “ci accontentiamo” di guardare su uno schermo quello che in realtà vorremmo ardentemente fosse la nostra vita. Ed è qui che ho avuto l’illuminazione: perché limitarsi a osservare da fuori quello che potrebbe essere, quando invece dovremmo fare di tutto per rendere la nostra esistenza molto più simile a quella dei nostri idoli televisivi?!

Prendete l’amore, ad esempio…Prendete gli ultimi episodi di GREY’S ANATOMY (attenzione! fermatevi qui se non siete in pari con la programmazione USA), serie-tv che seguo da sempre ma che non rientra in quelle per cui fremo settimanalmente in attesa del nuovo episodio. Spesso li recupero in blocchi di 3-4, facendo così indigestione di lacrime e sorrisi. A Shonda piace vincere facile da questo punto di vista, ma è proprio ciò che apprezzo di questo telefilm: nel bene e nel male, so che qualcosa proverò. So che, in qualche modo, “porterò a casa” una conferma, un aiuto, un insegnamento dalle parole che verranno pronunciate. E mai, come da questi ultimi episodi, ho sentito di aver davvero trovato uno spunto di riflessione e uno scoglio a cui aggrapparmi durante questi giorni tremendamente incasinati.

Derek Shepherd è morto. Meredith Grey è rimasta sola. Meredith Grey è stata mutilata. Meredith Grey aveva avuto la rara, rarissima fortuna di essere travolta da quel tipo di amore per il quale, davvero, si darebbe la propria vita senza pensarci due volte. Il Sacro Graal dell’amore, in sostanza! E Meredith Grey aveva lottato con le unghie e con i denti per tenerselo stretto perché, a un certo punto, aveva definitivamente realizzato che quelle sensazioni non le avrebbe provate mai più, per nessun altro.

“Smettila di guardarmi così. Non riesco a respirare se mi guardi così”

La morte di Derek mi ha colpito? Certo, ma non per il fatto in sé. Derek non era il mio personaggio preferito di Grey’s. A dire la verità, nessuna morte di nessun personaggio di Grey’s mi ha mai colpito al pari di quelle di altri personaggi in altre serie-tv. Perché, come ho già detto, la seguo da sempre e mi piace, ma non mi è mai davvero penetrata sottopelle. È più un’abitudine, un porto sicuro. So che che c’è, è lì, mi intrattiene (a volte – spesso – mi fa piangere), ma di fronte alla morte dei personaggi ormai “ci ho fatto il callo” e non resto scioccata più del dovuto. Però la morte di Derek mi ha colpito per quello che rappresentava: mi ha portato a riflettere sul come ci si deve sentire a perdere improvvisamente quel tipo di amore. Ma, cosa più importante, mi ha fatto constatare che la maggior parte delle persone (me compresa), un amore così probabilmente non lo ha ancora nemmeno trovato.

In quanti possiamo dire di aver provato qualcosa di simile? Quanti di noi si sono spesso accontentati di un amore-non amore per paura di restare soli? Quanti di noi non hanno il coraggio di raccontarsi la verità di fronte a un rapporto ormai logoro solo per il terrore del cambiamento? Perché stravolgere quelle che ormai sono diventate solo confortevoli abitudini, cari amici, fa una paura del diavolo. E allora rimandiamo l’inevitabile, tentiamo di mettere “una pezza” cercando di trovare soluzioni razionali laddóve di razionale non c’è proprio nulla. Il cuore è dominato dall’irrazionalità (i vecchi proverbi hanno quasi sempre ragione) e non contempla la gamma dei grigi. Nella vita non tutto è bianco o nero, di questo ne sono consapevole, ma l’amore non può (e non dovrebbe) avere mezze misure. È come un interruttore: ON/OFF. O c’è o non c’è.

Certo, dopo tanto tempo un rapporto si approfondisce e si trasforma, ma alla base dovrebbe restare sempre quella scintilla, quel brivido lungo la schiena, quella paura di perdere l’altro che non ce lo farà mai dare per scontato. E non dovremmo mai sentirci essere dati per scontati dalla persona con cui stiamo. Mai.

 

“Io posso vivere senza di te, ma non voglio farlo”

Questo è un altro grande insegnamento di cui dovremmo fare sempre tesoro. Noi siamo noi. Abbiamo un’identità come singoli individui e abbiamo il dovere, verso noi stessi, di riuscire a realizzarci assecondando la nostra personale natura. Non ci si dovrebbe mai annullare per un’altra persona. Al contrario, si dovrebbe scegliere consapevolmente e in tutta libertà di voler stare accanto all’altro semplicemente perché è quello che vogliamo fare. Perché, in quel momento, lo sentiamo con ogni fibra del nostro essere.

Sentire, sentire, sentire. È la parola chiave. Almeno lo è per me. Personalmente ho il bisogno, quasi fisico direi, di certe emozioni per tirare a campare. Come ho detto all’inizio, poco importa se questo sentire è fatto di gioia o di dolore. E lo dico in un momento in cui sto da cani. Ho ballato intorno al fuoco utlimamente. Mi sono lasciata incantare dalle fiamme ed è stato meraviglioso. È durato un attimo…un battito di ali. Poi è arrivata la tranvata in faccia. Violenta. Ustionante. Mi sono fatta male. Me la sono presa con me stessa. Per un attimo ho desiderato essere un vampiro per avere il dono di spegnere con uno schiocco di dita le mie emozioni.

Mi sono sentita come Amelia con in tasca la bustina di ossicodone, indecisa se cedere o meno all’oblio. Ho empatizzato con lei. L’ho capita. Perché è così che ci sente quando il dolore ti attraversa dalla testa ai piedi come una scossa elettrica costante e si desidera ardentemente di cacciarlo via, anestetizzare tutto.

Ma poi è arrivato Owen e ha detto esattamente le parole che avevo bisogno di sentire. Parole che, in fondo in fondo, sono le stesse che avrei detto a me stessa perché è quello in cui credo anch’io:

“Tutta questa roba che stai gestendo…non dovresti gestirla. Dovresti sentirla. Il lutto, la perdita, il dolore. E’ normale. Tu…invece che provare il lutto e il dolore…l’hai spinto da una parte e hai usato le droghe. Invece che passare attraverso al dolore, sei scappata. Tu… Invece che affrontare il sentirsi ferito e solo e aver paura che questo orribile vuoto sia l’unico sentimento possibile… io sono scappato. Sono scappato e sono partito per un altro periodo di servizio attivo. Noi facciamo cosi’. Scappiamo e prendiamo farmaci. Facciamo il possibile per mascherarlo e soffocare quella sensazione, ma non e’ normale. Dovremmo provarla. Dovremmo amare. E odiare e soffrire. E piangere, andare in pezzi e essere distrutti e ricostruire noi stessi per essere distrutti di nuovo. Questo e’ essere umani. E’ questa l’umanita’. E’ questo essere vivi. E’ questo il punto. È’ davvero il punto. Non evitarlo. Non eliminarlo.”

Ho provato a mettermi nei panni di Meredith e ho cercato di entrare nella sua testa. E sono arrivata alla conclusione che, nonostante tutto, anche se avesse saputo come sarebbero andate le cose, avrebbe comunque rivissuto ogni istante dal principio. Senza cambiare una virgola. Perché, anche se confrontati con la durata di una vita intera quei pochi anni sono stati quasi un battito di ali, almeno ha avuto la fortuna di vivere qualcosa di straordinario.

Vale la pena, quindi, prendere delle tranvate in pieno volto? Per quanto mi riguarda…sì, ne vale assolutamente la pena. Almeno nel mio caso ne è valsa la pena, sempre. Perché in quei momenti mi sono sentita più viva che mai. E anche dopo, con il dolore e la rabbia e l’odio e l’incazzatura. Era vita pura che mi scorreva nelle vene. Non si può vivere prevenuti, nel terrore di stare male. Non si può pensare di chiudere sé stessi in una magica bolla di sicurezza e di infelicità. Ho deciso di non voler avere rimpianti. A costo anche di soffrire.

Non si può sapere in anticipo come andranno le cose, ma se in quel momento l’istinto vi dice di buttarvi, fatelo senza pensare alle conseguenze. Non accontentatevi. Mai. Perché sicuramente, anche per pochi fugaci attimi di felicità e di vita, ne sarà valsa la pena. Sempre.

Rendete la vostra esistenza un’avventura straordinaria. Come un telefilm.

Carpe Diem.

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3 comments

Cristina Comi 13 Maggio 2015 at 19:31

Nn so perche’ pur ADORANDO DEREK, da quando Owen ha fatto capolino no c’e stto + niente dafare
#SETICHIAMIOWENHUNTIOTISPOSO
#OWENHUNTMCDREAMY2.0

Reply
Ca7 15 Maggio 2015 at 11:50

Hai scritto un articolo bellissimo e di riflessione, complimenti. Quoto ogni singola parola che hai scritto perchè mi ci ritrovo anche io. Ultimamente mi sono “imposta” un mantra: pensare di meno, agire di più.

Reply
Skoll
Skoll 15 Maggio 2015 at 14:29

Grazie Ca7, mi fa enormemente piacere sapere che queste mie parole e convinzioni siano condivise e possano essere d’aiuto, oltre che a me stessa, anche ad altri. E hai fatto benissimo a “importi” quel mantra. Molta più gente dovrebbe imparare a farlo…
Buona vita 😉

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