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La stranezza che ho nella testa: un viaggio nella Istanbul raccontata da Pamuk

Ho sempre pensato che leggere sia un po’ come viaggiare, seppur solo con la fantasia e l’immaginazione. Immergersi in una storia, farsi irretire dalla sua trama e dalle sue atmosfere, conoscerne i personaggi come fossero persone in carne ed ossa e arrivare persino a considerarli un po’ come degli amici, immaginari ma non per questo meno veri di quelli che abitualmente frequentiamo, è un’esperienza unica, forse persino più affascinante rispetto ad uno spostamento fisico. Questo perché, prendendo a prestito un’immagine della poetica Leopardiana, la tendenza dell’uomo verso l’infinito, e quindi anche verso ciò che non conosce in maniera diretta, può  essere colmata dalla fantasia, insita non solo nell’autore che getta le fondamenta di un mondo spesso fittizio, ma anche  nel lettore che ha la capacità di fantasticare su ciò che lo scrittore si limita semplicemente ad accennare. Perché poi di fondo è così, il senso di un libro non si riduce solo a quanto risale in superficie, ma la sua natura profonda, più intima, è proprio quella nascosta tra le righe, volutamente sussurrata. Consiste in quelle sensazioni che differiscono da una persona all’altra, da una sensibilità all’altra. Una sorta di dualismo tra l’anima e il corpo del testo scritto, che però non sono tra loro in rapporto di dicotomia, ma di compenetrazione.

È sulla base di questa sete di conoscenza, di esplorazione di terre per me ancora inesplorate, che ho deciso di perdermi nell’Istanbul raccontata da Pamuk, una città di indubbio fascino, sospesa tra Oriente e Occidente, tra tradizione e futuro, come suggerirebbe Elif Shafak, l’autrice de La bastarda di Istanbul.

Una città, Istanbul, l’antica Bisanzio, la vecchia Costantinopoli, che nella produzione del Nobel turco risalta come assoluta protagonista. Ne La stranezza che ho nella testa, il libro in cui per l’appunto ho deciso di perdermi, e che sento di consigliarvi nella maniera più convinta, i cambiamenti che la città subisce nel corso degli anni vengono

raccontati attraverso gli occhi di un venditore ambulante di boza, una bevanda che risale al lontano tempo dell’Impero Ottomano. Un viaggio per i quartieri della metropoli turca in cui l’autore vi guida per mano, mostrandovene l’assoluta poliedricità. Un’immersione totale nell’atmosfera di una Turchia, che forse è stata e adesso non più. Un tuffo nelle sue tradizioni, nelle sue sfaccettature, anche nelle contraddizioni. Un’occasione di vedere una città unica al mondo attraverso gli occhi di uno degli intellettuali più importanti e affermati del suo paese. Un modo singolare di visitarla per chi ancora non ci è stato, un’occasione di ritornarci per chi invece ha avuto la fortuna di vederla già. Un vederla, appunto, o rivederla attraverso gli occhi di un autore profondo, che non esita a mostrarvene la sua natura più intima. Uno scrittore fortemente legato alla propria terra, ma anche un fine conoscitore dell’animo umano.

Un romanzo corale, il suo.  Ambizioso e forse lento in alcuni punti, ma indubbiamente dal fascino ammaliatore. Una storia che è per certi versi contemporanea, ma che non rinuncia all’eleganza dello stile dei grandi classici. Di un Dickens, per dire. Non Ottocentesco, ma dei giorni nostri.

 

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