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La Paura del Diverso – Da “Il Buio oltre la Siepe” a Desperate Housewives e Broadchurch

Bentornati a tutti e buona domenica! Eccoci qui per un altro appuntamento con la nostra rubrica sui parallelismi tra grandi romanzi e famosi telefilm.
Questa settimana ci occupiamo di un tema “scottante”, per così dire, ovvero la paura di ciò che non si conosce, del diverso.
Un tema quantomai attuale e che presenta molte implicazioni, nonché di certo non facile da affrontare, quindi vogliate avere un po’ di pazienza e di pietà nei miei confronti, visto che tenterò l’ardua impresa.
Iniziamo, dunque.
Onde esaminare questa tematica abbiamo scelto un romanzo che è entrato a far parte della storia della letteratura contemporanea e due show totalmente diversi ma che, a loro modo, hanno riadattato e affrontato anche il suddetto tema, ovvero “Desperate Housewives” e “Broadchurch”.

Partiamo dal romanzo: Il Buio Oltre La Siepe(To Kill A Mockingbirdnella versione in lingua originale), dell’autrice statunitense Harper Lee.
Il libro fu pubblicato nel 1960 e vinse, in quello stesso anno, l’ambitissimo premio Pulitzer. In seguito venne adattato a film, in cui Atticus Finch fu interpretato da Gregory Peck. Il film vinse tre premi Oscar (tra cui proprio quello a Peck) e, presentato a Cannes, vinse il Gary Cooper Award.

Per quelli di voi che non lo conoscono, eccovi in breve la trama: nell’Alabama degli anni ’30 del XX secolo, Atticus Finch, un onesto avvocato membro di un’antica famiglia nonché dell’Assemblea Legislativa dello Stato, viene incaricato d’ufficio della difesa di un afro-americano, Tom Robinson, accusato di violenza carnale ai danni di una ragazza bianca, Mayella Ewell.
L’uomo, dotato di saldi principi morali e antirazzista, decide di non rifiutare il caso, prendendo a cuore la situazione di Tom Robinson, che egli sa essere innocente.
Atticus riuscirà a dimostrare l’innocenza dell’uomo, ma questo, in una terra dominata dal radicato razzismo, non avrà alcuna influenza sul verdetto né sul destino del povero Tom.

La particolarità del romanzo è che la storia è narrata attraverso gli occhi della piccola Jean Louise “Scout” Finch, una dei due figli di Atticus (l’altro è Jem, il fratello maggiore).
E’ dunque la piccola Scout che introduce il lettore al suo mondo, ai giochi, agli amici, alla scuola, al rapporto con l’adorato padre e l’amato fratello, la governante, i parenti e i vicini e lo porta per mano durante i circa tre anni lungo i quali si sviluppa il romanzo.

Questo permette alla storia, per sua natura tragica, di essere affrontata in modo “leggero”. Si badi, non intendendo superficialità o umorismo, bensì con quei toni delicati e lievi tipici del racconto di un bambino (nonostante il fatto che Scout sia un po’ un maschiaccio e per questo motivo di grande costernazione per la zia e le vicine “benpensanti”… e bigotte), che vede il mondo attraverso occhi sinceri, in modo semplice, senza filtri e, soprattutto, senza secondi fini o significati reconditi.
E ciò rende il romanzo particolarmente scorrevole, nonostante il tema drammatico.
Dunque, anche il processo, che è la vicenda centrale (letteralmente) del romanzo, è narrata da Scout, la quale si intrufola con il fratello maggiore (compagno con l’amico Dill di giochi, avventure e piccole, innocenti, malefatte) in tribunale e assiste alla lunga udienza.
E’ in questo modo, pertanto, che Scout, Jem e Dill (assistendo a tali eventi e all’ingiusta condanna di Tom, cui seguirà la morte dell’uomo in un disperato tentativo di fuga), prenderanno coscienza del razzismo imperante nella società americana dell’epoca (e non solo dell’epoca, potremmo dire).
Nel finale del romanzo, invero, i due fratellini rischieranno anche la vita, aggrediti da Bob Ewell, il padre violento, alcolizzato e nullafacente di Mayella (la supposta vittima della falsa violenza di Tom), vero responsabile delle percosse alla figlia e desideroso di vendetta, poiché smascherato proprio dall’avvocato Finch in sede di testimonianza.
Prima di rivelarvi come i due riusciranno a salvarsi è necessaria una precisazione. Il titolo originale, “To Kill A Mockingbird”, deriva da una frase che Scout dice proprio nel finale al padre in merito a quel “buio oltre la siepe”: tra i vicini della famiglia Finch, infatti, vi sono i Radley, tra cui Arthur, soprannominato Boo, che non esce mai di casa. I bambini non l’hanno mai visto e la casa è sempre chiusa, la proprietà difesa anche a colpi di fucile dal fratello di Arthur, il signor Nathan Radley. Inoltre, i membri della comunità di Maycomb non parlano volentieri della famiglia Radley e tutto questo induce i bambini (e non solo, a dire il vero) a esserne spaventati, a considerare quella casa quasi “stregata” o “degli orrori”, proprio perché è un qualcosa che non conoscono.
La paura di ciò che è sconosciuto, per l’appunto.
Ebbene, i due ragazzi verranno salvati proprio da quello sconosciuto, il temuto Boo (che, però, hanno tanto desiderato vedere), in realtà di animo buono e che si è loro affezionato osservandoli dall’interno della propria casa nell’allegria dei loro giochi e nella quotidianità dei loro riti (il ritorno da scuola, l’andare incontro al papà di ritorno dal lavoro…).
Ecco che emerge come il titolo in lingua italiana, in verità, sia una metafora riferita a uno dei momenti raccontati dalla piccola Scout: il buio oltre la siepe” è, infatti, ciò che è sconosciuto pur essendo vicino e di cui, pertanto, si diffida, che si teme e, a volte, verso cui si hanno pregiudizi proprio perché sconosciuto, estraneo e per questo apparentemente sinistro.
Il titolo originale, invece, si riferisce alla delicatezza di Arthur “Boo”, che in verità è solo timido e malato: mockingbird è l’usignolo, una creatura innocua e da proteggere e che emette un canto delizioso ed è assimilato proprio ad Arthur. Far del male a una tale creatura, anche invadendone la riservatezza per rivelare il suo gesto eroico, dunque, sarebbe un atto grave; a ciò è anche paragonata la morte di Tom Robinson, uomo buono quanto Arthur nonché marito e padre, giudicata altrettanto inutile e ingiusta.



Il romanzo, dunque, attraverso la metafora della paura di ciò che è sconosciuto tocca il tema scottante del razzismo, che ne è componente implicita o, quantomeno, inevitabile conseguenza
; il razzismo era estremamente radicato nel Sud degli Stati Uniti, in particolare, in epoca contemporanea, nel periodo che va dai primi del ‘900 agli anni ’60 circa.
Bisogna ricordare che nel periodo in cui è ambientato il romanzo sussistevano sentimenti di odio nei confronti delle persone di colore, specialmente in quegli Stati del Sud che, proprio per difendere la schiavitù e dunque la segregazione razziale (ancora in vigore all’epoca della pubblicazione del romanzo) si erano staccati dallo Stato Federale e nella seconda metà del XIX secolo avevano provocato così lo scoppio della Guerra di Secessione.
Il libro affronta la tematica non solo attraverso l’episodio del processo, ma anche tratteggiando i diversi comportamenti dei vari personaggi in merito all’integrazione delle comunità: alcuni sostengono la segregazione (per esempio il violento Bob Ewell), altri vogliono superarla (il padre dei protagonisti, Atticus Finch, il Giudice Taylor che presiede il processo, lo Sceriffo della Contea…), altri ancora presentano atteggiamenti contraddittori (come l’insegnante di Scout, che descrive ai bambini le atrocità delle idee di Adolf Hitler, salito al potere in Germania, e utilizza però terminologie analoghe a quelle del Fuhrer in merito agli afro-americani). Anche i giurati, la maggioranza dei quali si rifiuta di riconoscere l’evidente innocenza di Tom Robinson a causa di una visione distorta della realtà, si dimostrano vittime del pregiudizio razziale.

Che cos’è, infatti, il razzismo, se non una conseguenza del timore, della diffidenza, dei pregiudizi che sono elementi connotanti la paura di ciò che non conosciamo o che è diverso da noi?
La diversità di origini, di lingua, di cultura… che solo perché diversa viene ritenuta inferiore, partendo dal presupposto (non proprio corretto, diciamo) della superiorità della propria.
Tutto ciò che è posto “oltre la siepe” è distante e per questo sconosciuto, diverso, e quindi deve essere temuto, deve essere tenuto a distanza, magari anche in segreto, in quanto rischioso.

Gli stessi concetti sono presenti, sebbene in modo differente, tale da non virare sul razzismo ma su altre forme di pregiudizi, in due telefilm molto diversi l’uno dall’altro, Desperate Housewives e Broadchurch.
Due serie che non hanno niente in comune… o quasi.

Desperates Housewives, andato in onda dal 2004 al 2012, è lo show che in modo forse più evidente rispetto ad altri ha rappresentato una cronaca impietosa del cosiddetto “american way of life”, unendo il dramma e il giallo all’umorismo e alla satira.
La storia delle quattro principali protagoniste (Gabrielle Solis, Bree Van De Camp, Susan Mayer e Lynette Scavo) è ambientata nell’apparentemente idilliaco quartiere di Wisteria Lane, dove il sole splende e le belle case eleganti sono contornate da siepi dalle forme perfette e dai luminosi colori dei fiori.
Quelle case, però, nascondono segreti e inganni, alcuni molto gravi.

La storia inizia, invero, con il suicidio di una delle cinque amiche (Mary Alice Young), colei che poi sarà la voce narrante di tutte le vicende, sino al finale. Un suicidio indotto dal ricatto di una vicina, qualcuno che sta, dunque, “oltre la propria siepe” e guarda coloro che si trovano a loro volta oltre quella del suo giardino e che si fa guidare dalla diffidenza e dai pregiudizi verso le persone che le abitano accanto, sulle quali rovescia i suoi giudizi senza essere al corrente della situazione in cui queste versano, senza provare a mettersi nei loro panni e comprenderle. Anzi, ansiosa di spargere le sue malignità ovunque può.
A questa persona si sostituirà poi la sorella, fatta, come suol dirsi, della stessa risma e che, quindi, agirà esattamente nello stesso modo nei confronti dei nuovi vicini.
E non saranno solo queste due persone a rendersi colpevoli di atti del genere: pur restando a livelli ben distanti dalla malignità dimostrata dalle due sorelle, in un modo o nell’altro anche le quattro protagoniste principali si faranno guidare da pregiudizi nei confronti di alcuni vicini, vecchi e nuovi. Persone, dunque, “oltre le loro siepi”.
Pur non essendo possibile compiere un vero parallelismo tra i personaggi del romanzo e quelli dello show, è dunque facile comprendere come “Desperate Housewives”, mediante toni anche umoristici grazie al sarcasmo, ironia e humour nero che hanno caratterizzato lo show, abbia affrontato il tema dell’ipocrisia di parte della comunità (in particolar modo americana), della sua intolleranza verso coloro che non si conoscono, coloro che sono, per l’appunto, “diversi”, in qualunque modo tale diversità si presenti.

In modo più drammatico il tema è stato trattato da Broadchurch, recente ma famoso dramma britannico, andato in onda sulla BBC nel 2013 (e ora copiato dagli Americani, che invece di trasmettere la versione originale hanno deciso di rifarlo ambientandolo negli Stati Uniti e usando lo stesso protagonista, il fantastico David Tennant… che poi è il solo motivo valido per vedere questa edizione made in USA).

Come dicevo, “Desperate Housewives” e “Broadchurch” sembrano non avere niente in comune, ma se ci si pensa si nota che, invece, l’ambientazione utilizzata è in qualche modo simile.
Broadchurch”, infatti, si svolge in una tranquilla e soleggiata cittadina marittima della costa britannica (Broadchurch, per l’appunto), dove sembra regnare la pace e la vita scorre in apparenza serena.
Questo piccolo centro, però, è il luogo dell’omicidio di un bambino e questa tragedia è quella che porta non solo a scoprire i numerosi segreti custoditi dagli abitanti, ma anche l’indole aggressiva e, soprattutto, intrisa di pregiudizi di alcuni di essi.
Come in “Desperate Housewives”, dunque.
In questo secondo caso, però, è possibile fare un vero parallelismo tra uno dei personaggi dello show e “Il Buio Oltre La Siepe”. In “Broadchurch”, infatti, durante le indagini per trovare l’assassino del piccolo Danny Latimer emerge il passato dell’anziano proprietario dell’emporio della cittadina, Jack Marshall: quando era molto più giovane, Jack ebbe una relazione con una sua studentessa, minorenne, e venne condannato e imprigionato per aver avuto rapporti sessuali con lei.
Quando la notizia si sparge per la cittadina l’uomo viene immediatamente additato come pedofilo e fortemente sospettato di aver ucciso Danny.

Jack spiega come andarono realmente le cose alla polizia, che verificando le informazioni scopre che la versione dell’uomo è la verità: lui si era innamorato, ricambiato, di quella ragazza e una volta che lei era divenuta maggiorenne si erano sposati e avevano avuto un bambino… che tempo dopo, purtroppo, era morto. Tale evento aveva causato la fine del loro matrimonio e lui si era poi trasferito a Broadchurch per dimenticare e ricominciare. Non ha mai avuto, dunque, tendenze pedofile, non ha mai fatto del male a nessuno e non ha ucciso Danny.

Questo, però, non impedisce che alcuni membri della comunità lo accusino di pedofilia e lo aggrediscano verbalmente, pronti a passare anche all’aggressione fisica. La vita diventa una sorta di inferno per il pover’uomo, che si toglie la vita.
E’ facile vedere come Jack Marshall possa essere paragonato sia a Tom Robinson che ad Arthur Radley del romanzo di Harper Lee: un’accusa falsa e ingiusta che porterà alla morte di un uomo innocente e i pregiudizi che prendono il sopravvento e portano all’aggressione e all’isolamento di un “diverso”, il tutto perché non ci si prende nemmeno il disturbo di attendere una verifica dei fatti prima di emettere un qualsiasi giudizio. Ancora una volta, una presa di posizione aprioristica dettata dal timore e dalla diffidenza verso ciò che non si conosce.

Eppure, sarebbe così facile aspettare solo un momento prima di permettere alla paura verso ciò che è diverso da noi di prendere il sopravvento e di guidare le nostre azioni… basterebbe, ad esempio, ricordare il bellissimo insegnamento di Atticus Finch alla figlia: mettersi nei panni degli altri prima di giudicare, poiché forse da questa nuova prospettiva si vedrebbero in modo diverso le cose e si capirebbero le persone.

Alla fine del romanzo Scout afferma infatti che, col tempo, la casa dei Radley smise di spaventarla sebbene non le apparisse meno buia.
Perché a volte, al di là della siepe non c’è il buio, ma la luce.

Anche per questa domenica la nostra rubrica si chiude qui.
Grazie per aver letto e alla prossima settimana!

-Simona.

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2 comments

Gnappies_mari 11 Novembre 2014 at 09:51

Bravissima Simo, sei riuscita ad analizzare con semplicità un argomento per niente semplice, esattamente come è riuscita a fare la harper attraverso gli occhi della giovane protagonista del suo libro.
Alla prossima!

Reply
Mary'sWorld
Mary'sWorld 12 Novembre 2014 at 14:20

Davvero BELLISSIMO il parallelismo con DH. E il francesismo usato per la descrizione delle eleganti siepi di quartiere?

KUDOS.

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