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Il mio personale ricordo di “Fringe”, 4 anni dopo

Oggi ricorre il quarto anniversario dalla conclusione di una delle mie serie preferite in assoluto (probabilmente l’avevate un pochino intuito anche dalla mia foto profilo), che si concludeva proprio il 18 gennaio 2013 con il doppio episodio “Liberty/An Enemy of Fate” su una FOX che era stata davvero poco indulgente negli anni precedenti (arrivando addirittura a spostare lo show al temibile slot del venerdì, notoriamente anticamera della cancellazione) ma che, a onor del vero, ha almeno avuto la decenza di concederle una mini-stagione finale di appena 13 episodi, giusto per arrivare alla tanto ambita (e in fondo anche vantaggiosa in termini di syndacation) quota 100.
La verità è che spesso mi accade (e so bene di non essere l’unica in questo triste limbo meglio noto come Mainagioialand) di appassionarmi a prodotti che per una ragione o per un’altra (in genere, o almeno così mi piace pensare, per via del fatto che lo spettatore americano medio è un totale imbecille) sembrano perennemente sulla soglia del baratro, nascono condannati o, molto più semplicemente, con il passare del tempo non vengono apprezzati tanto quanto il mio modesto parere mi fa dire che meriterebbero. E in un sistema come quello dei broadcast dove + spettatori = + vile denaro, è ovvio che un calo di attenzione del pubblico porta a quella lacerante sensazione di dubbio costante sul rinnovo o meno di questo o quell’altro show che però tu senti ormai come parte della tua routine settimanale, che vivi come territorio familiare, ai cui personaggi ti sei affezionato come fossero amici o conoscenti.

Per me Fringe è stato questo: una storia che mi ha catturata immediatamente più di quanto mi sarei potuta aspettare, con la quale ho seguito un percorso forse anomalo, ma che porterò sempre nel cuore come una delle mie serie preferite anche perché è quella che mi ha portata a scoprire il meraviglioso mondo dello streaming e della visione in contemporanea con gli Stati Uniti, aprendomi le porte di questo universo da addicted grazie al quale posso scegliere io cosa vedere, e non aspettare che le emittenti italiane decidano per me cosa acquistare e cosa no e in che bizzarro ordine mandare in onda i vari episodi.

Ho parlato di un percorso anomalo perché la mia avventura con Fringe è “cominciata dalla fine”, ovvero per puro caso dal finale della prima stagione. In questo caso un micro grazie alle emittenti italiane che ho bistrattato fino a due righe fa credo sia dovuto, perché parliamo del lontano aprile 2010 e Italia1 stava trasmettendo l’episodio “Uno sguardo dall’altra parte” (titolo già di per sé alquanto criptico se non si sa nulla della trama, ma ancora più evocativo se si pensa all’originale “There’s More Than One of Everything”). Ricordo che quella sera ero già a letto per qualche motivo, o forse davano la serie in seconda serata e io stavo guardando un canale a caso, come facevo spesso, con il timer della tv impostato in modo che qualunque cosa fosse trasmessa mi conciliasse il sonno senza il pensiero di addormentarmi col televisore acceso. Facendo zapping mi ritrovo davanti a Pacey di Dawson’s Creek, sì proprio lui! Solo con la barbetta figosa e dall’aspetto un po’ più maturo… ricordi di tempeste ormonali adolescenziali si fanno spazio nella mia memoria, e la curiosità mi suggerisce di vedere di cosa si tratta. Specifico anche che l’episodio non solo era cominciato da un bel po’, ma era anche in dirittura d’arrivo per essere onesti. Ora sfido chiunque a cercare l’episodio e ad aprirlo tipo al minuto 30:00, seguirlo da lì e dirmi poi cosa hanno capito… ecco, questo giusto per darvi un’idea del modo rocambolesco con cui sono stata gettata nell’universo Fringe. Eppure, nonostante la geek appassionata di sci-fi che è in me non abbia potuto rimanere indifferente a questa sequela di eventi di cui pure non avevo il minimo background, ad ancorarmi definitivamente a questa serie è stata precisamente l’inquadratura finale dell’episodio, per me una scena memorabile: Olivia che si affaccia alla finestra dell’ufficio del misterioso William Bell (cioè, Spock, mica cavoli!) e la visuale che si allarga fino a rivelarci che la nostra protagonista si trova… all’interno di una delle Torri Gemelle!

Questa sequenza mi si è marchiata a fuoco nella mente, ricordo che durante lo scorrere dei titoli di coda mi sono accorta che nel frattempo avevo staccato la schiena dal cuscino come se il tutto avesse non solo calamitato la mia attenzione ma anche, fisicamente, il mio corpo verso lo schermo. Credo che i colpi di fulmine esistano, e che leggi simili possano applicarsi anche al modo irrazionale con cui a volte un minimo dettaglio che agisce in modo “viscerale” ci spinge ad innamorarci di una città, di un libro, un film o, come in questo caso, di una serie tv. Il cosiddetto “sentimento di pancia”, capire di amare qualcosa anche se il cervello non è ancora arrivato a capire perché. Nel caso mio e di Fringe potrei anche dirvi a posteriori cosa mi ha catturata in questo shot: tutti dicono che, per la nostra generazione, il crollo delle Torri è stato come l’allunaggio per la generazione precedente, ovvero che quasi chiunque saprebbe dirvi esattamente dov’era quando è accaduto. Io so benissimo dov’ero, ricordo di aver acceso la tv perché, appena rientrati a casa dopo aver pranzato da mia nonna, mio fratello mi ha chiamata dal piano di sotto dicendo: “Stanno facendo vedere la stessa cosa su tutti i canali, sembra un palazzo che va a fuoco” (a sua discolpa, era molto piccolo). Ho acceso la tv e ho riconosciuto due dei grattacieli simbolo di New York, ricordo di essere rimasta a occhi sbarrati per un po’ cercando di capire se fosse uno scherzo o cosa, poi ricordo questo senso di enorme tristezza. Provavo disperazione al pensiero di tutte quelle persone intrappolate tra fiamme e lamiere, e allo stesso tempo un magone provocato da una consapevolezza: vedere New York era già il mio sogno, un sogno che mi sono trascinata dietro per anni, e in quel momento mi sono detta che semmai un giorno sarebbe successo avrei visto una città del tutto diversa, quella città (e forse il mondo intero) non sarebbe più stata la stessa. Quell’ultimo shot di “There’s More Than One of Everything” è stato come un proiettile che mi ha brevemente ricordato l’ondata di amarezza provata quasi 10 anni prima alla vista del crollo delle Torri, ed è stato credo l’elemento “viscerale” che mi ha scatenato un’ossessione per questa serie, per sapere COME si era arrivati a quel punto. Una curiosità così selvaggia che non potevo permettere a Italia1 di decidere per me come e quando avrebbe mandato in onda le repliche, dovevo “consumarle” immediatamente. Così, consapevole già da allora che “Google is my friend”, mi sono messa alla folle ricerca di indicazioni su come vedere puntate di telefilm perse (vi dico solo che sono una di quelli che si sono fatti tutte le scuole medie registrando programmi su VHS quando si doveva rimanere a scuola nel pomeriggio, e idem i primi anni del liceo… giusto per dare un’indicazione dell’era precolombiana di cui stiamo parlando e del fatto che scoprire la magia dello streaming, nello specifico ai tempi Megavideo, per la sottoscritta equivaleva davvero alla scoperta del Nuovo Mondo).

Ed è così che ho recuperato tutta la prima stagione di Fringe, scoprendo anche con piacere di apprezzare la visione di una serie in lingua originale… e una volta tornata al “punto di partenza” (ovvero il primo season finale) ero decisamente cotta e il mio viaggio accanto alla Fringe Division è proseguito. Ho scoperto di amare ciascun membro di quella squadra impegnata a limitare i danni provocati da esperimenti facenti parte della cosiddetta scienza di confine, con uno stile che in molti hanno definito da “nuovo X-Files” ma che in seguito si è sviluppato su traiettorie tematiche e stilistiche che hanno incontrato ancora di più il mio gusto personale: universi paralleli e scambi di identità, narrazioni parallele e in seguito perfino salti temporali e riscrittura di intere timeline. La fantascienza che mi piace…

Ricordo di essermi immediatamente appassionata alla protagonista per la sua tenacia e apparente freddezza, una pragmaticità che andava in realtà a nascondere un passato fragile che è ancora lì da qualche parte, pronto a emergere nel momento in cui questa donna caparbia saprà far crollare le sue difese affettive.

  

Era la prima volta che la televisione mi mostrava un meraviglioso personaggio femminile che funzionava in maniera eccellente come leading character in uno show dall’impronta più “maschile” (non che io ami le etichette di gender sulle serie tv, ma in particolare allora ricordo che c’erano nette demarcazioni per quanto riguarda il target audience: thriller, action, sci-fi non erano considerati “roba per femmine”, e in un certo senso mi piace pensare che l’agente Dunham sia uno di quei personaggi che hanno aperto questi filoni a un pubblico più orgogliosamente misto). Una figura multisfaccettata, forte e femminile allo stesso tempo, Olivia Dunham (e la sua interprete, la meravigliosa Anna Torv) si conquista uno spazio nel mio cuore di addicted insieme a un altro pilastro fondamentale di questa storia, ovvero quel mostro di talento di John Noble e il suo Walter Bishop, inizialmente quasi uno stereotipo dello scienziato pazzo ma anche lui con molti più strati di quello che si possa inizialmente immaginare, livelli di personalità che emergono in più fasi della storia rivelandoci un passato intriso di scelte discutibili a fare da contraltare a un presente in cui tali azioni pesano come macigni sulla mente e il corpo di un uomo indebolito, complesso, a tratti bizzarro ma che ha avuto una sola costante per tutta la sua vita: l’amore per suo figlio, Peter (Joshua Jackson), al centro di una delle sottotrame più emozionanti dell’intera serie.

  

Di Fringe ho amato sì le interpretazioni magistrali dei suoi attori, spesso impegnati in versioni diverse dello stesso personaggio (dopo la Torv solo Tatiana Maslany ha saputo convincermi così tanto con il suo scivolare abilmente da un clone all’altro delineando sempre personalità nettamente differenti e ben studiate; anche Noble eccezionale, potevi subito capire se sullo schermo c’era Walter o Walternate da un’alzata di sopracciglio; non da meno i comprimari, Astrid in cima a tutti), ma anche gli innumerevoli richiami ad alcuni baluardi del genere fantascientifico: penso all’episodio “Do Shapeshifters Dream of Electric Sheep?” (chiaro omaggio al quasi omonimo romanzo di Philip K. Dick, base per Blade Runner), o all’indimenticabile presenza come guest star di Christopher Lloyd (Doc in Ritorno al Futuro) in uno dei miei episodi preferiti (chiamato casualmente “Firefly”, quasi a voler esorcizzare il recente passaggio al nuovo “death slot” del venerdì rimandandoci con il titolo a ricordi di ingiuste cancellazioni passate). Nelle storyline incentrate sull’universo alternativo mi divertivo a individuare le differenze, ciascuna tutt’altro che una scelta random ma basata su eventi del nostro mondo che potevano realmente prendere la strada che hanno preso o quella mostrata “over there”. E al di là di questi riferimenti più “geeky”, permettetemi di ricordare anche i vari modi in cui Fringe ha omaggiato uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni, visto che siamo anche a pochi giorni dal primo anniversario della sua scomparsa: tra gli antagonisti che si sono succeduti nelle varie stagioni appaiono nomi come David Robert Jones e Thomas Jerome Newton, e come a voler rendere ancora più chiari questi riferimenti a David Bowie, in un episodio della quinta stagione Walter si mette proprio ad ascoltare un suo disco.

Il sottofondo di “The Man Who Sold The World” al termine di quell’episodio è un altro di quei momenti di Fringe che si sono impressi indelebilmente nei miei ricordi, l’ho adorato, così come in generale ho sempre apprezzato la scelta di soundtrack non originali all’interno di questo show, trovando che le scelte fatte abbiano sempre saputo sottolineare poeticamente la personalità di un personaggio, l’entità di un gesto o semplicemente l’atmosfera e il peso di un particolare momento nella storia.
Voglio lasciarvi con il video di un altro di questi momenti che per me hanno esemplificato perfettamente l’anima di Fringe, che al di là di casi del giorno, intricate trame orizzontali, ambiziosi esperimenti e perfino mutazioni genetiche quasi al limite della credibilità (“I like porcupines! It shows that God has a sense of humor”) ha saputo armonizzare all’interno di uno show action/sci-fi una vena più sentimentale. C’è sì l’amore romantico a un certo punto, ma a farla sempre da padrone è l’amore familiare, fino all’ultimissima stagione (che a molti non è piaciuta… beh, io non posso definirla la mia preferita perché quella che mi è piaciuta di più è la terza, specialmente la 3A con i passaggi tra universi e il costante parallelo tra Olivia e Fauxlivia, ma nell’ultima ci sono stati comunque numerosi momenti che mi hanno ricordato perché ho seguito questo show per 5 anni). L’amore di un padre che è disposto a frantumare la membrana tra due universi pur di salvare suo figlio, di uno che è disposto a perdere la sua umanità per vendicare la figlia e un altro ancora che, al contrario, riguadagna la propria umanità proprio per via di un “figlio”.
Non credo di esagerare dicendo che, al di là dell’involucro fantascientifico, Fringe è una lunga storia d’amore, perdono e redenzione. È un cammino emozionante per cui anche solo il disegno di un tulipano bianco o la vista di un fiore che cresce tra l’asfalto può scatenare così tanti sottintesi da travolgere e commuovere.

Questo è il mio personale ricordo di Fringe.

Vorrei condividere un piccolo behind-the-scenes: Fringe doveva figurare nell’articolo di ieri “I 10 show che ci mancano di più” ma, una volta compreso il mio stato maniacale nei confronti di questa serie, MooNRiSinG ha gentilmente accettato di sostituirlo e lasciare a me l’onore di parlarne in maniera estensiva e intimamente personale. Grazie un miliardo per questo! 😉

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