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Gossip Girl Rubriche & Esclusive

Il Grande Gatsby – Gossip Girl: Il Nascondere le Apparenze

Bentornati a tutti e buon inizio settimana!
Eccoci qui, in questa settimana pre-natalizia (già finiti i regali?), pronti a lanciarci in un nuovo “capitolo” della nostra rubrica sui parallelismi dei temi affrontati in grandi romanzi e famosi telefilm. Sono in ritardo di un giorno, mi scuso ma i malanni di stagione hanno colpito anche me. Dunque non indugiamo oltre e procediamo.
Oggi affrontiamo un discorso che, a mio modesto parere, è piuttosto interessante: nascondere le apparenze.
Per farlo, abbiamo scelto per voi due famosissimi esempi, sia in letteratura che in ambito telefilmico.
Per il primo aspetto, infatti, parleremo de “Il Grande Gatsby”; per il secondo, invece, di “Gossip Girl”.

Come sempre, partiamo dall’esempio letterario.
Il Grande Gatsby” è forse il più famoso romanzo scritto da Francis Scott Fitzgerald, quello che si adatta e ri-adatta per il cinema, quello più citato in film e telefilm, nonché il più bello, a mio modesto parere. La prima pubblicazione è del 1925.

 

La trama di quest’opera vede al suo centro il misterioso personaggio di Gatsby, in realtà nato James Gatz, figlio di poveri contadini e fuggito dalla famiglia a diciassette anni per arricchirsi. Circa un anno dopo, durante l’addestramento militare, conosce Daisy Fay, della quale si innamora, ricambiato. E’ proprio in questo momento che nasce Gatsby: James assume, infatti, lo pseudonimo di Jay Gatsby, che poi diverrà la sua identità vera e propria.
Jay parte per combattere nella Prima Guerra Mondiale, dopo che lui e Daisy si sono giurati eterna fedeltà, ma mentre è al fronte scopre che lei ha sposato un famoso giocatore di polo, Tom Buchanan. Egli decide di riconquistarla e si reca in Inghilterra, precisamente a Oxford, dove vive per svariati mesi e dove apprende i modi di fare dell’alta società.
Tornato in America, si arricchisce grazie al contrabbando e diventa così il misterioso milionario Jay Gatsby, proprietario della meravigliosa villa che si affaccia su una delle spiagge di Long Island, proprio di fronte a un faro dalla luce verde, che si trova vicino alla villa dove Daisy e il marito trascorrono le estati.
La villa di Gatsby è maestosa, un vero e proprio palazzo, copia dell’Hotel de Ville visto in Normandia, e ogni settimana ospita feste sfavillanti e sfrenate, nel pieno stile degli anni ’20 (la storia, infatti, è ambientata nel 1922), a cui partecipano centinaia di persone.

https://www.youtube.com/watch?v=YQi59p-2npA

Tutto questo è organizzato con un solo scopo: riconquistare Daisy, perché ciò a cui mira Gatsby è far rivivere il passato, creando in questo modo un presente e, soprattutto, un futuro, il suo, insieme a Daisy.
Finalmente i due si incontrano, grazie a Nick Carraway (voce narrante della storia), che abita ai confini della proprietà di Gatsby ed è cugino di secondo grado di Daisy. Diventato, in un certo senso, amico di Gatsby, Nick acconsente a organizzare un incontro tra i due: in un pomeriggio estivo, Daisy e Jay si rivedono… e la scintilla del sentimento si accende di nuovo. I due intrecciano dunque una relazione che prosegue per tutta l’estate (il matrimonio di Daisy, per di più, è tutt’altro che felice, Tom la tradisce con la moglie del meccanico). Al momento di confessare la verità al marito, tuttavia, Daisy dimostra di avere un carattere debole e si rifiuta di ammettere di aver sempre amato Jay, che vede così infrangersi il suo sogno.
Daisy fugge sconvolta con la macchina di Gatsby e, tornando verso casa, investe e uccide la moglie del meccanico, che era l’amante del marito. E questo è il punto di non ritorno: Tom rivela al meccanico che la macchina che ha investito e ucciso sua moglie è quella di Gatsby e il meccanico si reca alla maestosa villa del milionario, il quale si trova in piscina e persevera nella speranza che Daisy vada da lui, e lo uccide, per poi suicidarsi.
A trovare i corpi sono il maggiordomo, lo chauffeur, il giardiniere e Nick, il quale si trova solo ad affrontare tale situazione. Telefona quindi a tutti coloro che erano “amici” di Gatsby, compresa Daisy, ma nessuno risponde all’appello. Daisy non risponde nemmeno al telefono e parte col marito. Al funerale dell’uomo che tutti volevano conoscere e tutti volevano essere non si reca nessuno, a parte il padre, affranto dal dolore, Nick e l’ubriacone presente a tutte le feste di Gatsby, che esclama: “Ma perdio! Ci andavano a centinaia! Povero bastardo!” (si riferisce alle feste e, in generale, a casa di Gatsby).

Come dicevo, il romanzo è stato adattato più volte per il cinema: ricordiamo la famosissima versione del 1974 con Robert Redford nei panni del protagonista, in stile che potremmo definire “classico”, e quella più recente, del 2013, che ha visto la riunificazione del duo che a metà degli anni ’90 del XX secolo diede vita a “Romeo+Giulietta di William Shakespeare”. Parlo, ovviamente, di Baz Luhrmann, alla regia, e Leonardo Di Caprio, qui nei panni di Gatsby.

Lo stile del regista emerge prepotentemente anche in questo caso, com’era già avvenuto per “Romeo+Giulietta” (e “Moulin Rouge”): la storia è quella originale con tanto di battute tratte, virgole comprese, dal romanzo, accompagnata da una colonna sonora moderna che si rivela particolarmente azzeccata, specialmente per sottolineare alcune caratteristiche come, in questo film, la frenesia a cui i personaggi (che vivono vite “vuote”) si lasciano andare per sfuggire alla monotonia delle loro esistenze e il lusso sfrenato in cui queste si svolgono.

https://www.youtube.com/watch?v=oKLep6H6_kE

Il romanzo di F.S. Fitzgerald non è solo la storia di quest’uomo che, per amore di una donna, costruisce una personalità fittizia e con essa una grande ricchezza; esso è, altresì, una sorta di autobiografia dell’autore, che riflette con questa opera sugli ostacoli che la sua generazione ha dovuto affrontare; è una rappresentazione del sogno e del mito americano (simboleggiato nel libro dalla “luce verde” verso cui ogni notte Jay Gatsby si tende), il successivo infrangersi di esso, di quell’illusione a cui si è mirato e che ha portato via i valori, e dunque una critica a una parte della società americana. In particolare, la così detta “alta società”, nello specifico newyorkese, e i veri aspetti che si celano dietro la superficie lucente (noia, dissolutezza, scarso senso morale, ecc.).

(Se c’è una cosa che gli Americani sanno fare, oltre all’autoesaltazione, è l’aspra e impietosa autocritica. Una cosa che forse sarebbe salutare imparare.)

Pur non essendo intenzione paragonare o, meglio, elevare un telefilm al capolavoro della letteratura che è “Il Grande Gatsby”, osservando con attenzione (e andando dunque oltre la superficie di mero intrattenimento) possiamo notare come gli stessi principi siano riscontrabili anche nel tanto chiacchierato “Gossip Girl.
Il famosissimo telefilm è stato trasmesso negli Stati Uniti dalla CW, dal 2007 al 2012, ed è basato sugli omonimi romanzi di Cecily Von Ziegesar. Gli autori dello show, tuttavia, hanno preso solo spunto dai libri, cambiando la trama, inserendo e dando spazio a personaggi che in essi erano minori o apparivano fuggevolmente, rendendola così non solo, anzi, non tanto la storia di ricchi ragazzi viziati, quanto una ricerca del potere, quello necessario a realizzare i propri sogni, a ottenere ciò che si desidera.

Come certamente quasi tutti sapete, al centro vi sono i cinque esponenti del gruppo dell’Upper East Side (con infiltrazioni da Brooklyn): Serena Van Der Woodsen, Blair Waldorf, Charles “Chuck” Bass e Nathaniel Archibald (la cui madre fa Vanderbilt di cognome) da una parte, tutti e quattro rampolli delle più importanti, influenti e ricche famiglie newyorkesi (e quindi anche americane), e Daniel Humphrey dall’altra (con la sorella, Jenny), l’outsider, il ragazzo che proviene da Brooklyn e frequenta i prestigiosi istituti scolastici di Mahnattan grazie a borse di studio e sacrifici economici dei genitori, il padre in particolare, col sogno di diventare uno scrittore (e Jenny stilista).
La storia si sviluppa nell’arco di circa cinque-sei anni (con un epilogo che la chiude ambientato dopo altri cinque anni), durante i quali i protagonisti (che hanno diciassette anni quando essa inizia) vivono eventi che, di base, dovrebbero essere quelli comuni a tutti i ragazzi in procinto di affacciarsi alla vita adulta, ovvero amori, liti, successi scolastici, contornati loro malgrado da svariati problemi familiari… se non fosse che tutto questo è accentuato fino all’estremo dalle vite vissute nel lusso, tra vari impegni mondani, paparazzi, feste sfrenate, famiglie molto problematiche, aspettative schiaccianti che su di loro riversano i parenti, a partire dai potenti genitori, i quali gettano i figli non ancora maggiorenni nella spietata arena del mondo dell’alta società. I ragazzi devono quindi imparare a proprie spese cosa vuol dire essere parte di quel mondo, dove tutto è portato all’estremo e ci si può perdere pagandone in prima persona lo scottante prezzo.

A complicare le loro vite fin dal primo anno di liceo, infatti, interviene Gossip Girl, misteriosa persona, presumibilmente ragazza, che gestisce l’omonimo sito “unica fonte di notizie sulle vite scandalose dell’élite di Manhattan”. Ogni giorno, durante tutti quegli anni, Gossip Girl rende pubblici segreti, errori e sconfitte dei protagonisti, grazie anche al fatto che tutti i giovani di Manhattan forniscono le relative informazioni e monitorano costantemente il sito per essere sempre aggiornati.

E’ evidente, dunque, come anche in questo caso la storia sia, in verità, una critica implicita ai membri dell’alta società americana, di nuovo, nella specie, newyorkese.
Inoltre, si mostra come questi ragazzi (al pari degli adulti) spesso “giochino a fare Dio”, ritenendosi al di sopra delle regole solo perché smodatamente ricchi; in più, se, forse, è eccessivo attribuire tali atteggiamenti e potere a dei diciassettenni-diciottenni (età che, come ho detto, i giovani protagonisti hanno quando ha inizio la storia), di certo non lo sembra per quanto riguarda i genitori, i cui soldi paiono in grado di decidere la sorte dei loro figli (un esempio ne è la telefonata di Bart Bass alla Preside del liceo Constance, che salva Serena dalla probabile espulsione in seguito all’episodio della piscina) e non solo.

Dietro tutte quelle luci sfavillanti, New York, l’Upper East Side, emblema di quella fetta della popolazione statunitense, sembra quasi rappresentata come una Sodoma-Gomorra moderna: un luogo di perdizione dell’anima, dove una tranquilla e normale adolescente arriva a trasformarsi in una vipera, per poi chiedere al padre il permesso di andare via, sentendo il bisogno di disintossicarsi (Jenny Humphrey); dove una giovane insegnante dai saldi principi morali arriva a utilizzare gli stessi mezzi degli abitanti, che comportano l’umiliazione degli altri, colpendo anche chi non le ha mai fatto nulla, per poi fuggire non riconoscendosi più.
E, d’altronde, nella prima stagione Blair avvisa subito Jenny (e gli spettatori): bisogna decidere se davvero si ritenga che valga la pena entrare a far parte di quel mondo, poiché c’è un prezzo da pagare (“per essere me” specifica la stessa Blair). Avviso che sempre Blair in qualche modo ripete all’insegnante: dopo aver scoperto che era stata proprio la professoressa a divulgare, tramite Gossip Girl, determinate informazioni riservate, dinanzi allo sconcerto della giovane donna, che finalmente comincia a provare ribrezzo per ciò che ha fatto, Blair decide di non fare nulla, poiché la punizione peggiore è proprio il dover convivere con le proprie azioni (sbagliate sotto ogni punto di vista) e afferma di saperlo bene.
Peraltro, tutto ciò avviene durante la messa in scena de “L’Età Dell’Innocenza”: un altro romanzo emblematico (dell’autrice Edith Warton, pubblicato nel 1920 e che fece vincere all’autrice il premio Pulitzer l’anno successivo), che rende altrettanto emblematica la pièce, il suo inserimento nello show e dunque la contestualizzazione della stessa in esso.

E’ da sottolineare come lo stesso concetto del sito di Gossip Girl sia la critica dell’alta società: denudarla, mostrando i segreti che i membri di spicco celano, al fine di sollevare la patina dorata (potremmo dire lo “scintillìo”) e mostrare quei membri per ciò che sono, ovvero persone normali, spesso molto discutibili, persino disoneste, in molti casi false, ipocrite e dagli atteggiamenti meschini.
Inoltre, non è un caso che Dan Humphrey voglia diventare uno scrittore: il richiamo è proprio a Francis Scott Fitzgerald e al suo “Il Grande Gatsby”. Richiamo anche esplicitato più volte, in verità: ad esempio nella quinta stagione, quando viene pubblicato “Inside”, il primo romanzo di Dan sotto pseudonimo, che è per l’appunto una satira della vita dell’Upper East Side, e nel finale, il decimo episodio della sesta stagione, quando si scopre che proprio “il ragazzo solitario”, l’outsider, quello dai più saldi principi morali, è ed è sempre stato, sin dall’inizio, l’odiata e amata Gossip Girl.
Questo è proprio ciò che spiega Dan: “L’Upper East Side sembrava uscito dalla penna di Fitzgerald o Thackeray. Teenager che si comportavano come adulti. Adulti che si comportavano come teenager, nascondendo segreti, scrivendo gossip, vivendo nell’opulenza più vera e sfrenata. E la carta di appartenenza a questa comunità era così elitaria che non si poteva nemmeno comprare il modo di entrarvi. Era un diritto di nascita. Un diritto di nascita che io non ho e che i miei più grandi successi non mi avrebbero mai fatto guadagnare.
Tutto quello che sapevo di quel mondo era quello che ho letto nei libri, ma ciò mi ha dato l’idea. Io non sono nato in questo mondo… forse avrei potuto scrivere di me stesso in esso (e qui si riferisce proprio a “Il Grande Gatsby” n.d.A.). Ho sentito abbastanza conversazioni da essere in grado di imitare il linguaggio delle ragazze della Constance, ma ogni scrittore ha bisogno della sua musa ed è stato solo quando ho visto quella foto di Serena in quel vestito bianco che ho capito di avere qualcosa di abbastanza forte da creare effettivamente una leggenda e lanciare un sito web.
In poche settimane sono stato sommerso da decine di e-mail con storie degli abitanti dell’Upper East Side, così li ho postati in modo anonimo e poi ne ho ottenuti sempre di più. In poco tempo, è diventato contagioso: tutti inviavano pettegolezzi. E quando Serena è tornata dal collegio, ho scritto il mio primo post su di me: Il Ragazzo Solitario, l’emarginato, il perdente. Potevo essere uno zimbello, ma almeno la gente parlava di me.

Vediamo, così, fondersi in Daniel Humphrey due personaggi de “Il Grande Gatsby”: James Gatz che diviene Jay Gatsby, l’outsider che riesce a entrare nell’élite grazie a un’identità fittizia, che crea per inseguire il suo sogno, e Nick Carraway, che come spiegato prima è la voce narrante della storia nel romanzo di Fitzgerald ed è l’opposto di Gatsby, in quanto conformista e dallo spiccato senso morale. Dan, infatti, ha aspetti di entrambi.
Il tema che il grande romanzo e il telefilm trattano, però, ha uno sbocco diverso: se nella grande opera di Fitzgerald predomina il pessimismo per la perdita dell’illusione, la caduta del sogno e del mito, in “Gossip Girl” i protagonisti riescono, pur con continue cadute, a evolvere, divenendo migliori dei propri genitori, della generalità dei membri dell’élite di cui fanno parte, rifiutando di seguire i passi già tracciati per loro dalle famiglie o di conformarsi alla volontà di queste per loro e giungono, infine, a ottenere ciò che hanno sempre desiderato, a realizzare i propri sogni. E riescono a rimanere uniti.

E tuttavia, proprio sul finale, Gossip Girl, assunta in un certo senso vita propria, ci ricorda che nessuno si libererà mai di lei, poiché ci sarà sempre un outsider che vorrà inseguire il suo sogno ed entrare nell’élite, conquistare la Daisy Buchanan di turno… e che, dunque, le apparenze non potranno mai restare tali e i segreti verranno rivelati.
L’unico segreto che rimarrà tale è la nuova identità di Gossip Girl. xoxo

https://www.youtube.com/watch?v=OzJAB9LmQMA

Bene, anche per questa settimana abbiamo terminato.
Mi auguro che anche questo capitolo sia risultato gradevole.
Buona settimana e alla prossima!
Simona.

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