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How To Get Away With Murder Recensioni

How To Get Away With Murder | Recensione 3×03 – Always Bet Black

“He is not a good person”: queste erano le poche parole con cui Laurel ci aveva descritto suo padre la scorsa stagione in un dialogo con Wes, e in base a quanto da lei affermato (che è questo il principale motivo per cui, tra tutti, lei è quella che ha retto meglio la tensione dopo quanto accaduto) e come tutti ne parlavano in generale, mi aspettavo il classico boss della malavita immerso fino ai gomiti in giri poco raccomandabili.
Con ciò non voglio dire che vederlo in panni diversi mi ha delusa, anzi forse apprezzo maggiormente l’immagine di papà Castillo che ci è stata regalata in questo episodio proprio perché inaspettatamente “normale” per uno che sembrava dover essere un villain da fumetto… quello che ho gradito un po’ meno è stato il contesto nella sua interezza: l’hype che lo show voleva evidentemente costruire intorno a questa new entry così sprecato in poche scene che, sebbene riuscite dal punto di vista della chimica tra i due attori, deludono per la mancanza di carattere. Se la regola d’oro dovrebbe essere “show, don’t tell”, qui invece si va a scavare nel passato solo e unicamente a parole. Non che mi aspettassi flashback apposta per il passato di Laurel, ma narrativamente parlando ci sono molti modi per introdurre efficacemente un personaggio e raccontare la sua storia SENZA RACCONTARLA. Qui in pratica si continua a ricordarci per quanto possibile che “il padre di Laurel è una persona cattiva” senza darci davvero un motivo concreto per crederci al di là del fatto che tutti dicono così, le sue azioni passate per quanto discutibili lasciano un po’ il tempo che trovano quando buttate lì in mezzo a una conversazione qualsiasi.
Ho voluto togliermi subito il dente di questa storyline perché, da quanto letto e sentito in giro, sembrava dovesse essere quella che avrebbe tenuto maggiormente banco in questo episodio, e invece si è risolta alquanto sottotono – senza contare in maniera quasi bizzarra: non che ci sia nulla di strano in sé a vedere una mediatrice aiutare un padre e una figlia a risolvere i propri conflitti… riformulo, non che ci sia nulla di strano in sé IN UNO SHOW TELEVISIVO a vedere una mediatrice aiutare un padre e una figlia a risolvere i propri conflitti, ci dice sicuramente qualcosa di che tipo di persona può essere questo Jorge Castillo. Il problema è che mi è sembrato un espediente dal potenziale vanificato dalla ristrettezza di tempi, mentre magari darci modo di assistere a qualche parentesi in più prima di passare al tête-à-tête avrebbe avuto una riuscita migliore.

A conti fatti quindi sono abbastanza delusa da questa parte di episodio, e le cose non vanno migliorando se si guarda ad altri subplot: la gita ad Atlantic City, che per apparire nel promo dello scorso episodio pensavo dovesse essere tipo alla base del caso della settimana, è in realtà un mero mezzo per alleggerire la narrazione. I motivi che spingono Michaela a rubare i soldi e trascinare Asher, Connor e Oliver nella Sin City della Costa Orientale sono troppo flebili (c’era davvero bisogno di ritirare in mezzo il suo ex-fidanzato per darle una bella crisi d’identità?), ho avuto l’impressione di vedere troppo marcatamente la penna degli autori dietro a ciò che stava accadendo: il viaggio è meramente un plot device per “mettere una spunta” ad alcune voci della trama, tipo favorire un breve confronto tra Michaela e Bonnie riguardo la relazione della prima con Asher o l’attuale situazione dei Coliver. L’esplorazione “capitolo per capitolo” del loro post-rottura si sta rivelando forse la sottotrama dei Keating 5 più interessante finora (anche perché a essere onesti tra Laurel e le sue daddy-issues, l’affaire Michaela/Asher e Wes non pervenuto ci vuole poco…), mi piace come si sta lavorando su tutti gli step della separazione, dal trovarsi un nuovo appartamento al cercare di mantenere rapporti civili all’ovvio momento di gelosia che doveva verificarsi prima o poi, soprattutto quando il motivo del break-up non ha nulla a che fare con la mancanza di affetto e attrazione tra i due. E a questo proposito, ho apprezzato il fatto che Connor si sia tenuto per sé il fatto che l’altro tizio ci stava in realtà provando con lui ammettendo invece di essersi messo in mezzo, è un’ennesima dimostrazione del suo character development e del personaggio multisfaccettato che è diventato, anche se il mio lato negativo continua a leggere un sacco di foreshadowing nel continuo mettere questi due sotti i riflettori.

 

Atlantic City quindi non c’entra niente con il caso del giorno, quello ha un retrogusto molto ma molto più amaro. In questa sottotrama abbiamo probabilmente uno dei pochi motivi per cui posso dire che l’episodio mi è generalmente piaciuto a livello qualitativo ed emozionale, anche se l’ho trovato decisamente inferiore rispetto ai primi due: HTGAWM in questo inizio di stagione sta dedicando molto più spazio ai casi a cui Annalise lavora e lo fa con argomenti scottanti e che coinvolgono in maniera viscerale alcuni personaggi principali. Apprezzo decisamente questo cambiamento rispetto ai casi riempitivi che venivano spesso trattati lo scorso anno, o peggio ancora quelli con potenziale non pienamente sfruttato: è un altro aspetto che aiuta l’approfondimento di storie e personaggi che speravo diventasse uno dei cardini di questa terza stagione.
Il caso, nello specifico, è in realtà fin troppo coinvolgente, a tratti disturbante, quasi come quello della scorsa settimana: l’accusato è un personaggio così viscido che all’inizio nessuno nella classe di Annalise sembra  voler far parte della difesa con lei.

Proprio come il forte argomento trattato dal caso della scorsa settimana, anche in questo è possibile intravedere striature di grigio: è ovvio che a nessuno piacerebbe essere il bersaglio del veleno sputato dalla ragazza abbordata da Toby, e di certo non devo essere io a usare la mia psicologia da Bignami per dire che per una persona che ha vissuto questo tipo di bullismo verbale in passato l’insicurezza che ne deriva può in certi casi deviare verso una violenza inaspettata… quello che è sbagliato è usare tutto questo per giustificare l’atto di uccidere la ragazza (che forse definire proprio innocente è un po’ troppo… voglio dire, una che segue a casa un perfetto sconosciuto per prendersi della coca a quanto pare gratis e poi, non contenta, lo prende pure a male parole che si aspetta? Un grazie e una tazza di tè? Perdonate la franchezza, immagino sia chiaro che non sto dicendo che la ragazza “se l’è cercata”, visto che è anche possibile che il suo atteggiamento sia stato esacerbato dal racconto di parte di Toby, solo che di certo se le cose sono andate davvero nel modo che vediamo nei flashback la tipa non era certo uno stinco di santa!).
Ad ogni modo, che sia o non sia andata davvero così, ci sono diversi elementi che disturbano in questa storia, come appunto il modo in cui l’uomo continua a ripetere di essere stato “spinto” a fare quello che ha fatto, come a voler a tutti i costi trovare una giustificazione per un atto che giustificazioni non ha: è vero che le parole possono ferire più di una lama ma allo stesso tempo rispondere con violenza bruta non è certo la via giusta.

Questo caso sembra in un certo senso voler proiettare le stesse riflessioni fatte la scorsa settimana su un contesto leggermente diverso: una donna che uccide per fermare una volta per tutte l’uomo che la stava fisicamente torturando giorno dopo giorno e un uomo che uccide perché “provocato” dalle parole acide di una tizia che lo rifiuta. Si potrebbe quasi arrivare a dire che le premesse siano quasi le stesse se ci fermassimo qui e non considerassimo il buon lavoro fatto per presentarci un uomo tutt’altro che difendibile, che rispecchia in maniera disturbante un tipo di uomo che purtroppo esiste e colpisce davvero nel mondo reale per motivazioni futili come l’essere rifiutato da una appena conosciuta. Se ci fermassimo a compatire l’uomo trattato da cani da sempre e da chiunque, pensando ai danni che può provocare un continuo essere bullizzati, perderemmo di vista il quadro completo di un uomo tutt’altro che per bene, che può provare a giustificare atti imperdonabili quanto vuole ma rimarrà sempre bollato da quell’orribile selfie che ci descrive una personalità tutt’altro che da compatire: un uomo sì disturbato, forse, ma anche consapevole di quanto fatto e nonostante tutto apparentemente non incline al rimorso, tanto da beccarsi un meritatissimo ceffone da Annalise (sei tutti noi!) per aver osato polemizzare sul patteggiamento a tre anni contro una promessa di nessuna pena da scontare.
Uno che costringe perfino la nostra Annalise, notoriamente immune a sentimentalismi quando si tratta dei propri clienti, a ritirarsi dall’arena e proporre un patteggiamento dev’essere per forza uno schifo di persona… ma in fondo il vero obiettivo di Annalise non era vincere questa volta, ma semplicemente farsi pubblicità per contrastare ferocemente le scelte a suo discapito fatte dal consiglio dell’università.

Per concludere, anche dal punto di vista della trama orizzontale non abbiamo granché di succulento fino davvero alla fine, quando ci viene rivelata l’identità di un’altra persona salva (Bonnie… io avevo iniziato a scommettere che questo episodio avrebbe salvato lei dai secondi iniziali: non poteva che essere lei visto quanto il caso della ragazza scappata di casa e finita male si rifletteva sulla sua situazione passata di abusi in casa, permettendo tra le altre cose un’eccellente performance di Liza Weil come non se ne vedevano da un anno visto il recente abbandono della ribalta per il suo personaggio, poco sfruttato ma sempre al top quando messo in scena, specialmente in coppia con Viola Davis: le due insieme regalano alcuni dei momenti per me migliori dell’episodio… se si esclude la faccia di Oliver alla vista di Nate sudato a dorso nudo ma, vabbè, ho apprezzato quel momento per motivi del tutto diversi!).

Oltre a scoprire un’altra non-vittima scopriamo poi che nella casa in fiamme c’è anche un’altra persona, ancora in vita.
Continuano quindi le scommesse riguardo la persona sotto il telo: continuo a pensare a Frank e Nate perché semplicemente nulla mi ha dato ragione di escluderli e Connor perché, ora che ci penso, è sospetto il fatto che Annalise abbia dato il telefono da ripulire a Oliver omettendo forzatamente l’informazione del corpo trovato senza vita, anche di fronte alla domanda esplicita del ragazzo… ma, ancora una volta, potrebbe essere tutto depistaggio (lo spero!).

Ultima nota a margine per Wes, che ho prima definito non pervenuto: proprio come l’anno scorso, anche questa stagione gli autori lo stanno relegando a un angolo, con una storyline quasi totalmente slegata da tutti gli altri se non fosse per questo accenno di romance con Laurel. Ho già dichiarato dopo la visione della premiere che mi sto convincendo che i due insieme potrebbero funzionare,  e a questo punto mi viene spontaneo chiedermi l’utilità di Meggy: possiamo smettere di pensare che sia una persona con qualche secondo fine e cominciare a credere che il personaggio sia stato inserito SOLO E UNICAMENTE per fare la voce della coscienza di Wes e spingerlo in direzione di Laurel? E parlando di Laurel, credo si stia andando a infilare in un percorso sempre più impervio mentendo ad Annalise riguardo le sue scoperte su Frank, e l’idea che lei possa essere l’altra persona trovata in casa comincia piano piano a farsi strada in me… anche se devo ancora definire bene le dinamiche che li abbiano portati a quel momento. Immagino che dovremo aspettare ancora queste benedette 6 settimane, o speriamo meno, per vederci un po’ più chiaro.

Intanto inganniamo l’attesa godendoci il promo del prossimo episodio, io vi ringrazio come sempre per aver letto questo articolo e vi invito a dirmi la vostra qui sotto nei commenti. E se non l’avete già fatto ricordate di passare dalle fantastiche pagine di

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Alla prossima!

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