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How To Get Away With Murder Recensioni

How To Get Away With Murder 4×10 – Una telefonata allunga la vita

Quello in cui HTGAWM riesce meglio, oltre a twist e intrighi ben studiati, è sempre stata la rappresentazione di rapporti complessi messi in scena con un realismo disarmante, anche grazie al talento attoriale dei suoi interpreti principali (Viola Davis in primis ma, abbiamo visto nel corso delle quattro stagioni finora andate in onda, anche Liza Weil si è spessissimo dimostrata perfettamente all’altezza della collega quando messe faccia a faccia in una sequenza di carattere più intenso). Non è quindi una sorpresa che il punto per me focale dell’intero episodio, da un punto di vista emozionale e non solo, sia stato il confronto a lungo rimandato tra Annalise e Bonnie, che provano a descrivere a parole il loro complicato e di certo disfunzionale rapporto. Viene chiarita anche la sfumatura che ha per varie settimane aleggiato sulla percezione di Bonnie, quel “I love her” che ripete nella 4×05 e “I love you” alla diretta interessata nel mid-season finale: avendo love una qualità ambigua in inglese era lecito chiedersi se la morbosità dell’attaccamento di Bonnie ad Annalise non sfociasse in qualcosa di più di normale affetto, in un sentimento romantico magari. D’altronde la ferocia con cui le si è scagliata contro dopo il licenziamento è alquanto forte, per quanto posso provare a mettermi nei suoi panni e posso comprendere come l’essere stata sradicata dalla tua esistenza precedente dall’avvocato che ti aveva precedentemente distrutta in tribunale ed essere portata a un tale livello di co-dipendenza con lei possa far leggere l’essere licenziata con un’impersonale lettera di raccomandazioni alla stregua dell’essere mollati dal proprio compagno con un sms, ma la reazione è stata comunque apparentemente superiore all’offesa… sfociante nell’ossessivo, come fa giustamente notare Nate, nel suo piccolo ruolo di Grillo Parlante da cui potrebbe forse, e dico FORSE, affrancarsi grazie alla scoperta in questo episodio (ci torno fra un attimo).
Il chiarimento di Bonnie (“I’m not in love with you, Annalise”) era senz’altro dovuto, perché da sempre ho trovato questa relazione molto più interessante nella sua scarsa chiarezza e con i contorni sfumati piuttosto che forzandogli un’etichetta ben definita: si tratta di qualcosa di molto più complesso di quanto possa essere un rapporto “con un marito, una moglie o una fidanzata”.

Il vero problema di “Everything We Did Was For Nothing” per me rimane quindi il fatto che questa punta di diamante gravita nel nulla cosmico, che al di là dell’alta prestazione delle due attrici e della capacità autoriale di Pete Nowalk nel mettersi a tavolino a creare questo confronto con tutte le note al posto giusto, l’episodio manca di incisività: la maggior parte delle storyline si stagnano o evolvono poco, ci sono anche buoni dialoghi e confronti (penso ad Asher che si apre con Oliver per aiutarlo a uscire dal suo vortice di autocommiserazione per la prima quasi-morte a cui ha assistito, ad esempio) ma avrebbero fatto una figura migliore in un episodio diverso, magari più denso di accadimenti in cui avrebbero controbilanciato il ritmo, che qui invece rimane perlopiù stabile e al di sotto della media per la quasi interezza della puntata, restituendo un’impressione generale di lentezza.
Perlomeno però ci sono un paio di momenti in cui si intravede uno spiraglio di luce che si ergono dall’altrimenti confuso minestrone, come ad esempio l’incontro segreto tra Michaela e Tegan e come quest’ultima si mostri seriamente spaventata dai potenziali risvolti che qualsiasi collegamento con Antares potrebbe portare: una donna che abbiamo sempre visto come determinata, acuta, risoluta e tutta d’un pezzo incuriosisce non poco in questa veste, a indirizzarci verso un ennesimo pericolo da cui guardarsi le spalle (e a prescindere ho già ripetuto varie volte quanto mi intrighi il personaggio di Tegan, che trovo scritto e interpretato magistralmente per un ruolo che dovrebbe essere perlopiù di contorno finora ma che ogni volta che è in scena riesce a risplendere di luce propria). Ma anche il fatto che gli autori sembrano finalmente aver trovato uno scopo per Nate al di là del fare da tappezzeria all’ufficio del procuratore, in tribunale e, quasi quasi, perfino a casa sua: il continuare a incoraggiare Annalise sulla strada della class action, cercando di guidare le sue azioni su percorsi meno accidentati e più legali, testare la sua affidabilità con la promessa di un nome che avrebbe potuto fare al caso suo qualora si fosse dimostrata degna della più completa fiducia acquistano ora una nuova prospettiva (e meno male, la ripetitività e quasi petulanza di Nate mi stava uccidendo!): il far capire almeno un paio di volte anche in questo stesso episodio quanto sia deluso dal fatto che Annalise sembri aver smollato la class action al suo team delle meraviglie (Facciadafesso, Olly in stato catatonico e Connor che non studia manco più alla Middleton) anziché dedicargli la sua piena attenzione prende una forma finalmente vagamente più interessante alla luce della scoperta che uno degli appellanti si chiami Nate Lahey (probabilmente Senior, forse proprio il padre del nostro Nate Lahey?). L’asticella di interesse per il personaggio di Nate in questa stagione per lui finora alquanto smorta vibra leggermente pronta ad alzarsi…

Per il resto, come dicevo, non posso dire di aver fatto i salti di gioia per questo episodio che, dopo averci ricollegato all’esatto momento dei flashforward della prima metà di stagione, ci fa accomodare a osservare la staticità di quasi tutte le storyline: cercare di far uscire Laurel dal reparto psichiatrico (risolto solo sul finale grazie al coinvolgimento del per me sempre più inetto Isaac, che però almeno stavolta ne fa una giusta quindi non sarò troppo dura con lui), Oliver che per quasi tutto il tempo si ammanta di depressione e interesse ossessivo per la sorte di Simon (senso di colpa tatuato addosso peggio di una scritta al neon sulla schiena… senso di colpa che continua a essere uno dei fili conduttori di questo episodio come di gran parte della stagione, definendo ancora una volta anche il rapporto Annalise-Bonnie come loro stesse lo inquadrano nel loro faccia a faccia) e, per la rubrica “Frank gonna be Frank”, il nostro Delfino che continua a dondolare sul filo dell’imbecillità portandosi ancora addosso l’incriminante telefono del tizio ammazzato rigorosamente con suoneria a pieno volume, perché ok conservarlo nella speranza di riuscire finalmente a far sentire a Laurel il messaggio vocale di Wes, ma metterselo tipo in silent mode… perché mai? *insert sarcasm here*

“Tutto risolto, sono un fottuto genio del male!”

Grazie a Dio comunque anche questa storia trova presto risoluzione (già mi vedevo a fare facepalm per il resto della stagione ogni volta che a Frank sarebbe squillato il cellulare nel taschino in pubblico) grazie all’ennesima chiamata da un numero sconosciuto, questa volta convenientemente intercettata da Laurel che risponde a… sua madre! La trama “soap-osa” si infittisce… a quali livelli di marcio della famiglia Castillo arriveremo mai? E soprattutto, potremo considerare mamma Castillo una valida alleata nonostante i trascorsi? La mia ipotesi (nonché speranza) è sì. Voi che ne pensate?

Vi lascio come sempre il promo del prossimo episodio e vi invito a scrivermi i vostri pareri e le vostre teorie qui sotto nei commenti e, per rimanere sempre aggiornati sullo show e i suoi interpreti, ricordatevi di passare dai nostri amici di

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Alla prossima!

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