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Grey's Anatomy Recensioni

Grey’s Anatomy | Recensione 13×08 – The Room Where It Happens

IT’S A BEAUTIFUL DAY TO SAVE LIFES WRITE SOMETHING ABOUT GREY’S ANATOMY

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Oggi è un giorno bellissimo.

Un giorno bellissimo perché, dopo un mese e mezzo di lamentele, richieste, confusione e disappunto, Shonda tira fuori il suo asso dalla manica, il coniglio bianco dal cappello, quel CAPOLAVORO che non ti aspetti. Quello di questa settimana è SENZA ALCUN DUBBIO il migliore episodio della stagione, il più FORTE, il più intenso e meglio studiato in quello che sino a questo momento è stato un inizio con il freno a mano.

In realtà non critico a Shonda la qualità, come ho più volte rimarcato continuo ad apprezzare, emozionarmi, ridere e piangere, per qualsiasi episodio che ci ha proposto in questa nuova stagione telefilmica. Presi singolarmente gli episodi sono MAGICI come al solito, ma è guardando l’insieme che non riesco a scorgervi quel gran PIANO che solitamente caratterizza ogni annata di Grey’s Anatomy. E anche con questa spettacolare puntata a mio parere viene rimarcata questa sorta di mancanza, in quanto, se ben ci pensate, non vi è un continuo di alcuna storyline, ne un evoluzione dei personaggi. Non si parla di fatti avvenuti in questa stagione, ne di cose che son state mostrate negli episodi precedenti. Questa puntata si sarebbe potuta trovare nella scorsa stagione e non avrebbe stonato minimamente, perché l’unica cosa che conta non son le storie dei nostri dottori ma la MEDICINA e in particolar modo il rapporto Dottore-Paziente.

Dunque se Shonda sia nel pallone, abbia in realtà un grosso piano nascosto, o voglia solo concentrarsi narrativamente più sulla seconda parte di stagione, non ci è dato saperlo. Io continuo a riporre in lei la mi fiducia ed aspettare, anche se la prossima puntata sarà già il midseason finale e so già che concentrerà tutto in quei 40 minuti (quando aveva quasi 10 episodi per dividere bene le cose). MA BASTA CON LE LAMENTELE. Sono qua per parlarvi di un episodio che mi ha rubato il cuore, che ha aperto i miei condotti lacrimali e mi ha strappato l’anima. Una di quelle puntate che non portano NULLA di nuovo sul tavolo della stagione se non il proprio IMMENSO impatto emotivo.

L’episodio ruota intorno a un paziente, un caso disperato, uno sconosciuto su un tavolo operatorio.

A tentare di salvargli la vita ci son tre chirurghi e uno specializzando: Meredith, Owen, Webber e Stephanie. A prima vista personaggi presi a caso, estratti per essere i protagonisti di queste vicende, ma che se osservati più attentamente condividono tutti qualcosa: il DOLORE.

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A muovere i fili della puntata è Webber, il nostro saggio, il nostro eterno capo (perché per me lo sarà sempre) che, visto il distacco con la quale i medici si stanno avvicinando a questo caso, prende le redini delle situazioni e comincia a viaggiare con la mente permettendoci di conoscere due nuovi personaggi, una versione passata di uno dei protagonisti e un avvenimento di una tristezza immensa. In realtà tutta la puntata trasuda TRISTEZZA, perché ci vengono mostrati dei frammenti di anima, di passato o del dolore dei personaggi che sino ad ora avevamo ignorato o solo immaginato.

Così Webber da un volto a quello sconosciuto e gli crea una storia. Il paziente diventa allora Gail, una donna, una madre, una semplice violoncellista per cui ora i medici devono battersi con le unghie e con i denti e allo stesso tempo tentare di ricostruire la sua storia. Ma chi è davvero Gail? Solo una normale paziente? Mi son posta immediatamente questa domanda, visto il trasporto emotivo con cui Richard continuava a vederla e a sentirla. No, Gail non è un paziente come tanti, non è un viso sconosciuto, non è frutto dell’immaginazione di un dottore che vuole utilizzare questo caso come un importante lezione di vita. Gail è, o meglio, era sua madre. La donna che ha perso a causa di un cancro al pancreas, che lo ha cresciuto e alla fine lo ha abbandonato troppo presto per via della sua malattia.

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Webber condivide questa storia con gli altri per trasmettere un messaggio, che quando un medico conosce la storia di quel paziente che ha sul tavolo, allora ciò che guarda non son più tessuti, organi, sangue e carne, ma una persona per cui lottare. Trova nuova soluzioni, nuova forza, le tenta tutte prima di abbandonarlo al suo destino, prima di gettar la spugna e ammettere la sconfitta. Ed è proprio così che vanno le cose, perché quando tutto sembra inutile, quando ormai sembra non esserci più alcuna speranza, i medici tirano fuori le unghie, aguzzano le proprie menti e riescono nell’IMPOSSIBILE.

Con la guida di Webber anche le menti degli altri tre protagonisti viaggiano oltre quella sala operatoria, verso campi militari, verso una propria versione passata e verso un ricordo traumatico.

Ed è così che facciamo FINALMENTE la conoscenza della sorella di Owen, una splendida donna dagli occhi chiari, i capelli color carota e un carattere e carisma invidiabile. Megan Hunt è INCREDIBILE, un personaggio che riesce a catturare subito l’attenzione con la sua parlantina, il suo rapporto con il fratello, i suoi consigli e le sue affermazioni. Un personaggio che ha molto da dire e soprattutto da dare considerata l’ottima scelta di casting e porta alla luce ancora una volta quella domanda che aleggia nell’aria: ma se fosse ancora viva? Bridget Regan non è un attrice da singolo episodio e soprattutto un personaggio così interessante non può essere gettato via così facilmente. Premetto che mi immaginavo la sorella di Owen in modo totalmente diverso ma ho apprezzato TANTISSIMO il loro rapporto, la loro chimica e i loro battibecchi. Ed è palese il modo in cui Owen soffra ancora per lei, per quello che è accaduto ed è proprio per questo che la rivede nelle sue visioni, la rivede in sala operatoria al suo fianco.

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A esortare Stephanie a parlare e far sentire la sua voce è invece la sua versione bambina, quella piccola ragazzina costretta a passare ore a letto sui libri. Al fianco della specializzanda dunque non abbiamo un parente, come è invece successo per Webber e Owen, ma una sua versione passata, giovane ma non per questo meno interessante. La piccola Stephanie è infatti una bambina di carattere, una bambina che sa cosa vuole e sa cosa fa e che con i suoi consigli, con i suoi ricordi porta la donna che è diventata a salvare la vita di quel paziente, a far una rivelazione CHIAVE per la risoluzione del caso. Perché per farsi sentire Stephanie deve alzare la voce, deve farsi valere nonostante sia il medico con il livello minore di preparazione della sala, deve credere in se stessa e dimostrare di essere sopravvissuta a quello che le è successo perché è FORTE e non per un semplice caso o scherzo del destino.

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Il momento più strappalacrime della puntata però lo vince Meredith. Perché anche se il rapporto tra Owen e sua sorella, Gail che consolava Webber e la piccola Stephanie son riusciti tutti a commuovermi, Zola è stata in grado di DISTRUGGERMI. Alla scoperta infatti che l’uomo che stanno operando e che probabilmente morirà sotto i loro occhi ha una moglie e dei figli, Meredith torna indietro con la mente a quelle ambulanze, alla sua perdita e al momento in cui ha dovuto spiegare per la prima volta ai suoi bambini che loro padre non sarebbe tornato più.

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FIUMI DI LACRIME.

Se c’è una cosa che mi fa veramente piangere è quando un bambino riesce a far piangere un adulto. E veder Meredith con le lacrime agli occhi e Zola confusa che si lamentava del fatto che sua madre fosse in grado di aggiustare chiunque è stato veramente un COLPO BASSISSIMO. Quasi quanto quello di farci rivedere Derek, un Derek che manca sempre e che ad ogni occasione Shonda ci riporta per farci a pezzi l’anima. Perché non è giusto, perché farà sempre male, SEMPRE.

E tutto si chiude così, con la sua faccia, il suo sorriso e il voiceover di Meredith. Una di quelle scene che è in grado di trasmetterti TANTO in così poco tempo e con così poche battute. Perché le persone che amiamo sono sempre al nostro fianco o nei nostri ricordi e a volte, come dice Webber, fa quasi BENE riportarle nella nostra realtà per poter sfruttare il loro aiuto.

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(SOLO AVVISA QUANDO FAI QUESTE COSE SHONDA DAVVERO)

Voi come avete trovato questo episodio? Vi siete ripresi? State ancora piangendo come me? Fatemelo sapere!

Io vi consiglio come ogni settimana di far un salto in queste pagine:

E vi lascio il promo della prossima settimana e del finale di metà stagione, PREPARIAMOCI:

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2 comments

vale 12 Novembre 2016 at 15:30

Mi è piaciuto tantissimo l’episodio. Forse veramente il più bello di questi primi episodi. Certo rivedere Derek è stato un colpo al cuore ma facendo così Shonda ci fa sentire meno la sua mancanza. In questa ultima stagione mi piace sempre di più il personaggio di Stephanie (forse dirò una castronerie ma mi ricorda un po il personaggio di Christina) e meravigliosa la sorella di Owen. Mi piace l’attrice che la interpreta e la “chimica” che c’è tra di loro. Spero vivamente che non sia morta e che possa entrare nel cast. Ho sempre l’impressione che Owen sia triste e che questa cosa di avere un figlio sia, in qualche modo, per sopperire alla mancanza della sorella e forse anche per dimostrare di poter proteggere qualcuno, cosa che magari non è riuscito a fare con sua sorella. Le mie impressioni sono queste. Tutti i personaggi sono riusciti a trasmettere qualcosa di veramente emozionante.

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Papilla 13 Novembre 2016 at 21:41

L’episopdio in sé è stato molto bello, commovente, strutturato bene, con una regia bellissima ecc. Però io odio quando mettono in stand-bye le storyline, come hai giustamente scritto anche tu, poteva benissimo stare nella scorsa stagione e nessuno avrebbe potuto contestare niente. Poi sinceramente sono un po’ stufa dei continui rimandi a Derek, basta siamo andati tutti avanti a questo punto. Per fortuna non è l’unica cosa buona che aveva la serie, nonostante sia cambiata molto continuo a trovare Grey’s un prodotto di qualità e non capisco il perché di questo episodi che nell’economia della storia danno 0.
Ripeto, è stata una bellissima puntata ma che mi ha fatto incavolare. Forse sono l’unica a pensarla così..

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