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Farewell to... Rubriche & Esclusive

Farewell to … Perception

Mai come questa volta, la ferita è ancora fresca perché sono passati soltanto pochissimi giorni dal prematuro e anche piuttosto inatteso series finale di Perception. Non ci vuole un critico televisivo per ammettere che Perception non è stata una serie evento degli ultimi anni, non ha ottenuto esplosivi successi di pubblico e critica, non è stato celebre per i suoi scandali e per le sue trame al limite del parental control, anche perché se così fosse stato, non starei qui oggi a parlarvi del suo addio con il cuore spezzato, ma quello che posso affermare con certezza è che nel suo piccolo mondo sottovalutato forse anche troppo Perception era l’unico nel suo genere, era un crime diverso, originale, ricco di quelle sfumature che profumavano di novità e che permettevano alla serie di staccarsi dal classico stile procedural per approdare in un contesto nuovo, quello delle neuroscienze, quell’ambito ancora così sconosciuto eppure essenzialmente la chiave ultima per capire i comportamenti umani, soprattutto quelli che si celano dietro un omicidio.

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Ciò che fin dall’inizio mi colpì incredibilmente del professor Daniel Pierce (Eric McCormack) era il suo essere un paradosso umano perché proprio lui, uno dei maggiori esperti mondiali di neuroscienze, riconosciuto e apprezzato scrittore, era l’emblema vivente dell’oscurità che può circondare il cervello umano di fronte ai suoi deficit, essendo infatti affetto da schizofrenia paranoica.

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Daniel era il tipo di uomo la cui mente non era mai spenta, anzi costantemente sintonizzata su svariati canali che convivevano quotidianamente nella sua persona, costringendolo però a sacrificare in questo modo i suoi rapporti sociali, alienandosi nel suo mondo in cui non permetteva a nessuno di entrare, in parte perché temeva che non l’avrebbero capito o accettato, in parte perché non voleva che nessun altro oltre lui dovesse vivere quella malattia che spesso riusciva a controllare ma che a volte poteva trasformarsi in un vero incubo. Ma per quanto ci provasse ad allontanare tutti, c’era qualcuno che lo conosceva da tanto, che sapeva della sua condizione e lo accettava, ogni giorno di più, fidandosi di lui più di quanto Daniel stesso non facesse con sé stesso e questa persona è l’agente dell’FBI Kate Moretti (Rachael Leigh Cook), sua ex-allieva, amica ma soprattutto partner perché Kate credeva in Daniel tanto da permettergli di affiancarla nelle sue indagini più delicate, anche quando tutti vedevano in lui solo una stranezza, anche quando le sue teorie sembravano impossibili.

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Daniel & Kate hanno dato vita a una delle partnership più anticonvenzionali a cui abbiamo assistito nei crime degli ultimi anni in cui all’istinto e al fiuto dell’agente Moretti si legava perfettamente la genialità di Daniel Pierce, espressa straordinariamente sia a livello conscio che a livello inconscio, tramite le sue stesse allucinazioni che lo spingevano a vedere oltre, a superare quella che sembrava la realtà oggettiva e a cercare la soluzione in ragioni troppe volte non visibili a occhio nudo.

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Perception sapeva sempre come coinvolgermi completamente nella storia, nei singoli casi, nella mente di Daniel, nel significato che giaceva dietro le sue allucinazioni, soprattutto in quella costante di Natalie, quella ragazza che era stata per lui il più grande rimpianto, la più grande paura, perché era questo l’aspetto che più ti spezzava il cuore di Daniel Pierce, il suo continuo timore che lo spingeva indietro, che gli impediva di vivere davvero e soprattutto di amare, prima Natalie e molto tempo dopo Kate.

Eppure c’erano quei momenti in cui Daniel era davvero vivo, era libero di essere sé stesso, era in pace con sé stesso e con il mondo che lo circondava più di quanto non lo fosse mai stato ed era quando teneva le sue lezioni universitarie, quelle lezioni a cui tutti noi avremmo voluto assistere perché le sue parole diventavano molto più di aridi insegnamenti di una qualsiasi materia, Daniel insegnava ai ragazzi del suo corso a capire come funzionava il cervello, a spiegare razionalmente tante azioni quotidiane ma soprattutto insegnava loro che la scienza alcune volte non è davvero l’unica risposta e che c’è ancora un mondo lì fuori che non potremo mai spiegare e in fondo andrà bene così.

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La ricchezza di una serie come Perception stava nel perfetto equilibrio di storie e personaggi, di realtà e immaginazione, di razionalità e fiducia cieca, di ciò che sappiamo con certezza e ciò che resterà sempre un mistero.

Perception è una serie a cui mi sono affezionata più di quanto avessi messo in conto di fare e ancor più triste del dispiacere per la sua fine prematura è il rimpianto di non aver avuto la possibilità di vedere quale strada avrebbero scelto per il futuro, il rimpianto di non aver visto quel finale che gli autori avevano in mente per la serie ma soprattutto il rimpianto di non aver visto Daniel finalmente libero dalle sue paure e pronto a rischiare con coraggio di vivere la sua possibilità di essere felice al fianco di amici leali come Lewicki e Paul Haley ma soprattutto al fianco di quella persona che aveva visto il suo lato più oscuro e l’aveva accattato pienamente.

Con rammarico quindi dico addio a una piccola perla incompresa, proprio come Daniel Pierce, nella speranza che la prossima volta qualcuno possa apprezzare di più la ricchezza dietro una serie tv che vola basso ma che brilla nel suo piccolo mondo.

Long Live Professor Pierce!

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