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Bones Farewell to... Rubriche & Esclusive

Farewell to … Bones

Circa una settimana fa è andato in onda sul network FOX il series finale di “Bones“, serie tv crimedy (che univa il genere crime con leggere sfumature comedy) creata da Hart Hanson che ha raggiunto così il suo ultimo traguardo dopo un percorso monumentale durato ben 12 anni. Io, The Lady and the Band e ChelseaH abbiamo avuto bisogno di alcuni giorni per metabolizzare il lutto, smettere di piangere e raccogliere i pensieri ma questo è il nostro addio a uno degli show più longevi del piccolo schermo statunitense.

Piccola premessa: Bones non è uno show che mi ha tenuto compagnia per dodici lunghi, lunghissimi anni, ma è uno show del quale ho visto la prima stagione qualcosa come tre anni fa perché avevo trovato il cofanetto in super offerta, poi ho dimenticato di averlo iniziato e l’ho ripreso più o meno un anno fa in questo periodo. Sono riuscita a rimettermi in pari giusto per l’inizio della stagione finale, ma non crediate che questo abbia tolto qualcosa alla mia esperienza con questo show, anzi, in un certo senso l’ha intensificata. Avendo visto dalla seconda all’undicesima stagione in un arco di tempo di poco più di sei mesi, il mio rapporto con Bones è stato intensissimo ed è stato di puro amore e puro odio. Forse è stato il bingewatching, o forse me ne sarei accorta anche avendolo sempre seguito in pari, ma la settima, l’ottava e la nona stagione sono state deludentissime per me, al punto che alcuni episodi li tenevo come sottofondo mentre facevo tutt’altro. Vi dico cosa ho odiato visceralmente: il fatto che la gravidanza della Deschanel ci abbia negato il piacere di vedere Booth e Brennan succedere. Il piacere di vedere i loro primi passi all’interno della relazione, dopo sei stagioni di sentimenti repressi, nascosti, taciuti o appena accennati, ma che nonostante questo erano sempre lì e urlavano disperatamente per farsi sentire. Non mi è piaciuto che in queste tre stagioni si sia un po’ persa l’essenza dei vari personaggi, soprattutto dell’arte di Angela. E generalmente parlando – e questo vale per tutte e dodici le stagioni – ho trovato molto debole la narrazione dei casi che ci siamo portati avanti per più episodi. Avrei preferito archi più ampi per alcuni di essi – quello di Pelant su tutti, il cui potenziale non è stato sfruttato nemmeno a metà – così come non ho gradito per nulla il fatto che ogni volta venissero mollati per interi episodi e poi ripresi dal nulla senza molto senso logico. Diciamo che l’unico caso orizzontale che secondo me sono riusciti a gestire bene, è stato quello di Gormogon, ma anche lì in realtà avrei pagine e pagine di appunti da fare agli autori.

E allora perché, domanderete voi, sono qui a dare il mio personale saluto a una serie a cui troppo spesso ho fatto più critiche che complimenti? I personaggi. I personaggi in Bones sono stati TUTTO. 

Questo show è riuscito a creare una famiglia vera e propria all’interno delle istituzioni del Jeffersonian e dell’FBI, è riuscito a creare personaggi veri, con emozioni vere e che reagiscono in maniera altrettanto vera alle situazioni in cui la vita li ha di volta in volta fatti finire. Ma ancora meglio, questo show ha saputo seguire in maniera appropriata tutti i suoi personaggi. Io, da persona che se l’è visto tutto d’un fiato, non sento alcuna mancanza da questo punto di vista, sento che tutti hanno avuto il loro spazio, tutti hanno avuto le loro storie e tutti hanno avuto la conclusione più appropriata a dette storie. Perché sì, nel finale di Bones ogni singolo personaggio ha avuto la conclusione perfetta al proprio percorso ma non solo, c’è stato spazio perfino per coloro che ci hanno lasciato tantissimo tempo fa, come ad esempio Vincent o il caro, carissimo Sweets. La saggia Lilo un tempo disse che Ohana significa famiglia, e famiglia significa che nessuno viene lasciato indietro o dimenticato. E questo è Bones. È Ohana. Dove nessuno viene lasciato indietro o dimenticato. Dove il Jeffersonian non viene consegnato nelle mani di Brennan ma piuttosto di Hodgins – che è il solo e unico king of the lab – dove Cam che ha tutto ciò che una donna affezionata alla carriera potrebbe desiderare, decide di lasciare questo tutto per provare a vivere la vita che c’è fuori dal laboratorio, dove Hodgins non viene graziato di una guarigione miracolosa che avrebbe avuto dell’assurdo, ma impara a convivere con la disgrazia capitatagli grazie alle persone che ha intorno, dove Brennan impara a non far affidamento solo e soltanto sulla propria scienza grazie all’amore di Booth e all’affetto di tutti gli altri, dove ogni singolo tirocinante ha avuto il suo percorso e il suo spazio. Dove Lance Sweets e James Aubrey sono stati costruiti così bene da essere diventati due dei miei comprimari preferiti di sempre.

Ed è per questo che Bones merita il tempo che uno può perdere a guardare dodici stagioni, è per questo che Bones merita attenzione, punto. Perché non lesina le perdite e non addolcisce nessuna pillola, visto che questo è il mondo nel quale viviamo e quella è la professione che tutti quanti loro si sono scelti. Ma viviamo anche in un mondo in cui i rapporti interpersonali possono fare tutta la differenza, ed è questa la lezione fondamentale che ci insegna. A essere testardamente noi stessi ma ad accettare le mani che ci vengono tese, gli insegnamenti che ci vengono passati, le lezioni che ci vengono impartite.

“Why would you wanna be reminded of the moment when everything almost ended, Bones?”
“Because it didn’t.”

ChelseaH

Salutare “Bones” è stato strano e triste ma anche un momento che era giusto avvenisse: tante cose si sono perse nell’arco di dodici anni (una perdita quasi fisiologica per un procedural) e molti appunti avrei da fare agli autori, ma nel complesso “Bones” è stato un bellissimo viaggio giunto alla sua conclusione che mi ha lasciato molti bei ricordi e che malgrado alcuni difetti, conserva pregi rari e preziosi.
Ho conosciuto “Bones” a spizzichi e mozzichi (termine tecnico, non lo sapevate?) fin dall’inizio ma è stato solo nell’estate fra la settima e l’ottava stagione che mi sono decisa a recuperarlo per benino. Ho divorato le sette stagioni nell’arco di una manciata di settimane e quando mi sono ritrovata a dover aspettare settembre per rivedere il team del Jeffersonian, mi sono sentita leggermente abbandonata.
Ci sono molte ragioni per cui, per quanto mi riguarda, “Bones” avrà sempre un posto speciale nel mio cuore.
La prima, sicuramente, è l’immensa capacità degli autori di costruire i personaggi, di inglobarli nel gruppo, di farti sentire coinvolta fin dalla loro prima comparsa. Non è facile introdurre personaggi nuovi, soprattutto quando prendono il posto di altri la cui morte rimarrà sempre come una piccola cicatrice nel cuore dei fans ma, il team di “Bones” ha saputo farci affezionare a personaggi come Aubrey pur senza farci dimenticare Sweets e dando all’agente dell’FBI una bella caratterizzazione a tutto tondo che non lo ha mai fatto sentire come qualcosa di nuovo ma come più come qualcosa che mancava e noi non ce ne rendevamo conto.
Un’altra ragione per cui questa serie tv occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore è l’unicità dei suoi protagonisti. 
Temperance Brennan è una persona con zero coefficiente emozionale (l’EQ di cui parlavano tempo fa in Scorpion) e questa sua difficoltà nell’interazione con gli altri ci è stata mostrata con naturalezza, mai come un handicap ma come un aspetto caratteriale, un difetto (a volte comico, a volte tragico) che ci ha fatto empatizzare con lei, con la sua capacità di fare gaffe, con la sua difficoltà nelle relazioni interpersonali, un handicap che l’ha avvicinata allo spettatore e che è parte integrante del suo personaggio senza essere ciò che la identifica.
Camille Saroyan è probabilmente una delle mie girl crush: la adoro. Adoro il modo in cui veste, il gusto per l’eleganza e la finezza, adoro la composta autorevolezza che emana, la sua sensibilità e la sua professionalità ed esperienza che fanno sì che, nonostante l’ombra di Bones, non ci sia nessuno meglio di lei che possa costituire la bussola del Jeffersonian. E adoro – kudos agli autori – che sia stata una delle prime donne di colore ad avere un ruolo di autorità in una televisione che 12 anni fa aveva praticamente solo Shonda Rhimes come baluardo per la rappresentanza femminile afroamericana in tv. Una rappresentanza, nel caso di Cam, svincolata da ogni stereotipo della donna afroamericana, un problema che 12 anni fa esisteva ancora prepotentemente. E fra tutti, l’episodio in cui viene ritrovata la nave schiavista sarà probabilmente per sempre uno dei migliori episodi della serie tv e l’emozione che Cam è riuscita a trasmettermi, rimarrà scolpita nei miei ricordi.
Angela Montenegro è uno dei primi personaggi bisex della tv: ve ne ricordate? Angela è l’amica che tutti vorremmo avere e il suo legame con Bones resterà sempre una delle più belle amicizie femminili del piccolo schermo.
The King of the Lab! Io amo Jack Hodgins. Ecco, l’ho detto. Angela scansati, Hodgins è mio! Oltretutto, condividiamo lo stesso nome, condividiamo anche il marito. Wink wink.
Scherzi a parte (più o meno), Hodgins è e sarà sempre uno dei miei personaggi più amati. Mi è sempre piaciuto come riuscissero a bilanciare il suo essere talvolta buffo e nerd con l’incredibile professionalità e genialità senza mai, e dico mai, farlo diventare una macchietta. Il marito innamorato, l’uomo che si ritrova su una sedia a rotelle lottando per accettarla, l’amico che non smette mai di voler bene a Zach anche quando sembrava colpevole, il teorico delle cospirazioni (che a volte intuiva bene): tutto ha concorso a creare un personaggio a cui ho imparato subito a voler bene.
Su Seeley Booth direi solo una cosa: il suo legame con Bones, esaltava il suo personaggio. Se mi si chiedesse di descriverlo, non userei il suo essere un ex cecchino dei Marines o un abile agente dell’FBI, lo descriverei come un uomo paziente che ha saputo andare oltre il velo di diffidenza di Brennan e lo ha saputo squarciare giorno per giorno. Il cammino perché i due diventassero una coppia a tutti gli effetti è stato lungo ma lo è parso di meno, guardando a ritroso, se considero la meravigliosa amicizia che hanno saputo costruire fra i due. Un legame fatto di rispetto reciproco, di sostegno e comprensione dell’altro: sono molti i punti su cui Booth si differenzia da Brennan (in primis la religione) ma negli anni gli autori hanno sempre saputo costruire i loro dibattiti in maniera costruttiva e senza la paura di far riflettere il pubblico attraverso i due protagonisti che restano una delle meglio scritte fra le coppie televisive.
Infine, dedicherei due righe agli squinterns. Non ho mai creduto che Zach potesse essere un killer: la rivelazione che concluse la terza stagione mi lasciò basita e sconvolta per cui sono stata molto contenta di conoscere la verità in questa dodicesima conclusiva. Ho trovato però bellissimo da parte degli sceneggiatori, la scelta – dopo la prigione di Zach – di inserire degli assistenti a rotazione. All’inizio disorientante, questa decisione si è rivelata foriera di nuovi personaggi: uno diverso dall’altro, ciascuno insostituibile e portatore di nuove storyline con gli altri personaggi e nuovi approcci alle storie (due di loro sono portatori di realtà difficili quali Cuba o l’Iran o nel caso di Jessica Warren, il sistema dell’affidamento temporaneo in America).  Non saprei dire chi sia stato il mio preferito, esattamente come Brennan, ho imparato ad apprezzarli uno per uno e le poche scene in cui li abbiamo avuti tutti, sono state le mie preferite.
Un applauso, infine, alla meravigliosa Patricia Belcher: il suo personaggio senza filtri ha regalato le migliori battute della serie tv rispecchiando sempre i pensieri del pubblico.
Un’altra cosa di “Bones” che ho sempre apprezzato è stato il profondo rispetto per il lutto e i suoi derivati, senza troppo cedere nel patetico. Una scelta perfettamente esemplificata dalla canzone di Henry Nilsson “Coconut“, intonata dai nostri ai funerali di Vincent Nigel Murray e dello stesso Sweets. Abbiamo vissuto più o meno direttamente molte perdite nel corso di 12 stagioni di “Bones”, non ultimo Max, eppure non hanno mai indugiato nell’esasperazione del dolore. Abbiamo visto i nostri protagonisti piangere i propri cari ma mai quel dolore è stato strumentalizzato per raggiungere la lacrima facile. “Bones” è riuscito sempre a toccare le corde del nostro animo senza strafare, coinvolgendoci senza travolgerci, emozionandoci senza indugiare nel dolore. Un pregio, in una televisione urlata, che si estende anche all’opposto del dolore ovvero la gioia. I sentimenti erano recitati col viso e le espressioni del corpo, dalle belle parole mai troppo melense, da una capacità di scrittura che rendeva realistico ogni scambio fra i personaggi.
Ed infine, Bones ha saputo prendere una delle tropes della letteratura (cinematografica e televisiva in primis), ovvero “gli opposti si attraggono” e ha saputo innanzitutto svincolarlo dalla sfera romantica usando i contrasti non tanto come foreplay ma soprattutto come mezzo di crescita dei suoi personaggi e soprattutto ha saputo estendere il tema anche ad altri aspetti della socialità: per fare un buon team sono necessarie le differenze, sono queste ultime ad unire e non ciò che si ha in comune.
Dopo 12 anni, “Bones” ha dato al proprio pubblico tutto ciò che era in grado di dare e la sua conclusione è stata un atto dovuto, utile a chiudere bene una serie che ha meritato tutti i successi ottenuti, proprio per peculiarità altre rispetto alla semplice trama. Mi mancherà “Bones”, mi mancheranno i suoi personaggi, mi mancherà il Jeffersonian e le risate, tante, che ha saputo regalarci.
The Lady and the Band

[POSSIBILI SPOILER]

GOODBYE, MY FRIEND. AND THANK YOU.

“I don’t know what that means”

“C’mon Bones”

“Hey, Sweetie”

“I’m the boss”

“King of the lab!”

Queste parole risuonano nella mia mente. Vedo i loro volti, sento le loro voci, ricordo i momenti, le risate, le lacrime, gli abbracci. “Bones” non finirà mai, non per me, perché c’è stato in ogni fase o momento della mia vita, ho vissuto ogni tipo di emozione con questa serie e con tutti coloro che l’hanno portata da me, l’hanno resa viva e vera ai miei occhi, era la costante, era un’abitudine, era il porto sicuro, mi fidavo di “Bones” e non ho mai sbagliato a farlo. Avevo circa 15 anni quando questo show è cominciato, ero ben lontana dall’essere la persona [e l’addicted] che sono oggi ma ricordo ancora i primi articoli sui giornali, le prime pubblicità in tv, ricordo di averlo scelto perché era la nuova avventura del “mio” Angel e non intendevo perdermela. Ma sapete, ciò che più ricordo perfettamente di quelle prime puntate è la sensazione che provavo mentre lo guardavo: stavo bene, “Bones” mi faceva stare bene. Credo che “Bones” sia stata una di quelle serie che hanno letteralmente creato il “mio” mondo, quello che mi appartiene, quello in cui poter essere completamente me stessa. In definitiva, “Bones” mi ha aiutato a creare la mia via di fuga e allo stesso tempo però mi ha permesso di accettare e apprezzare una quotidianità ripetitiva che a volte non è facile da sopportare. È questo ciò che più mi mancherà di questa serie, il suo esserci, costantemente, i punti fermi, le certezze, la semplicità nella complessità, perché nel bel mezzo dei suoi dialoghi incomprensibili, tra quelle parole così difficili e specifiche di un linguaggio tecnico che solitamente non ci appartiene, capire “Bones” non era affatto complicato, bastava soltanto cogliere il significato oltre le ossa e le indagini, bastava guardare oltre e accettare ciò che in quel momento ci stavano offrendo, ossia una lezione, di umanità, di vita, di storia, un consiglio su come andare avanti anche quando sembra impossibile farlo, su come trovare uno spiraglio di luce anche nel momento più buio. Questo è sempre stato uno degli aspetti che più ho amato della serie e che ai miei occhi era rappresentato dal laboratorio di antropologia forense del Jeffersonian.

Quando nel finale della serie, ho visto quel laboratorio immerso nell’oscurità e nelle macerie, ferito così come gli unici quattro volti che sono stati al suo fianco dall’inizio alla fine di questo percorso, per un istante ho avuto la sensazione di aver perso uno dei miei personaggi preferiti, perché quel laboratorio era per me l’ossimoro più stupefacente dell’intera serie. “Bones” è una serie tv che tratta della morte, questo è innegabile, tratta di vite spezzate e domande lasciate per anni senza risposta, tratta di casi mai chiusi e di famiglie ancora in attesa di giustizia e in qualsiasi altro caso, queste tematiche avrebbero inevitabilmente proiettato un’ombra pesante da sopportare sull’intera serie e anche su coloro che l’avrebbero guardata. Ma “Bones” non era così perché il Jeffersonian non era così. Il laboratorio di antropologia forense del celebre istituto emanava pure luce, era intimamente pulito, era quasi accecante nel suo rassicurante ordine, era il frutto dell’incontro tra scienza e umanità, era il punto di partenza e il traguardo, era l’ultima speranza, per chi non può più parlare, di essere ascoltato. E questo perché l’anima più autentica di quel laboratorio sentiva voci e storie che nessun altro riusciva ad ascoltare.

C’è un tipo di scena che nella serie si ripete spesso, a partire dal pilot sino ad arrivare al series finale, ed è rappresentata da quel momento particolare in cui Temperance Brennan resta sola, completamente sola, davanti a un mistero che per lei non ha più segreti. Per Brennan, le ossa erano la risposta che lei non aveva mai avuto, la certezza che aveva perso, la sua possibilità di definirsi e riconoscersi nella persona che aveva costruito sulle sofferenze e le delusioni, erano la sua occasione di capire, paradossalmente nella morte, tutte le sfumature della vita che le erano sempre sfuggite. La frase iconica di Temperance Brennan in ogni tipo di contesto o rapporto umano e sociale è “I don’t know what that means” [“non so cosa significhi”], perché c’era tanto, forse troppo di quei rapporti, di cui lei ignorava il significato, avendo perso troppo presto le persone che più di chiunque altro le avrebbero dovuto insegnare le particolarità dei legami umani.

Ma le ossa rappresentavano la sua normalità, perché quelle riusciva a capirle come il resto del mondo capiva invece ciò che per lei era spesso incomprensibile. Il rapporto di Brennan con il suo lavoro era qualcosa che andava oltre il semplice talento o la passione, era il suo modo di essere, era la sua identità, era ciò che la definiva intimamente perché era quel mondo che le aveva permesso di sopravvivere. Ecco perché, quando nel finale soffre momentaneamente di una particolare amnesia che in qualche modo “spegne” la sua genialità, Brennan crolla sotto il peso di un’effettiva crisi d’identità perché perdere, anche solo per un breve periodo, il suo talento unico significava per lei dimenticare anche chi fosse, dimenticare ciò che aveva vissuto e gli ostacoli che aveva superato, dimenticare il perché fosse così importante ed unico essere Temperance Brennan.

 

E se è vero che per gran parte della sua vita Brennan “non sapesse cosa significasse” ciò che stava vivendo e affrontando emotivamente come parte di una società che spesso non comprendeva, è anche vero che dal momento in cui noi abbiamo avuto la possibilità e la fortuna di conoscerla, al suo fianco c’è sempre stata la sua perfetta metà, così incredibilmente diversa e lontana dal suo modo di essere, eppure così indispensabile per lei perché era l’unica che riuscisse a interpretarla al punto tale da permettere al mondo di vederla con i suoi stessi occhi e che, nello stesso modo, traduceva il mondo per Brennan, per aiutarla a viverlo pienamente. E quella persona è Angela Montenegro. Angela è senza ombra di dubbio il mio personaggio preferito nella serie perché era la variabile, era l’animo artistico del team, era la soluzione che non ti aspetti. Ma più di ogni altra cosa, e non mi stancherò mai di dirlo, Angela Montenegro è stata la prima occasione per Temperance Brennan di provare e vivere di nuovo un puro amore incondizionato, quello di un’amica che ti sceglie giorno dopo giorno nonostante le distanze e le stranezze, nonostante le barriere e gli ostacoli da superare. Angela non ha mai rinunciato a Brennan, non ha mai smesso di spiegarle tutte quelle emozioni che lei non riusciva a definire e individuare tra le sue conoscenze scientifiche perché esulavano da quelle leggi, non ha mai smesso di credere in lei, anche nei casi più estremi, Angela semplicemente c’era e vegliava su Brennan, facendo scudo per quel cuore fragile che solo lei all’inizio riusciva a vedere. Angela Montenegro è pura passione, è una donna che ha vissuto tutto ciò che desiderasse, uno spirito libero che ha viaggiato senza mai fermarsi ma che ha scelto di mettere radici quando finalmente ha incontrato le persone che sono diventate l’unica casa di cui aveva bisogno.

E se Angela rappresenta per Brennan il primo punto fermo della sua vita dopo aver perso la sua famiglia, Booth diventa per lei invece la sua irrinunciabile costante. Ma ciò che ho sempre amato di Seeley Booth è il suo essere un puro emblema del patriottismo americano. Anche nel suo caso infatti, credo che la serie abbia portato in scena un finale ciclico, perché così come accade nel pilot, quando ci hanno mostrato un uomo che ancora risentiva del peso delle azioni compiute nell’esercito nel nome di un ideale in cui credeva fortemente, così anche in questo finale Booth si ritrova a dover guardare in faccia le conseguenze più drammatiche del suo dovere compiuto con onore. Booth non è un sognatore illuso, non è un ragazzino accecato dal suo credo al punto tale da non riuscire a vedere i tanti lati bui di un governo immerso nei segreti, Booth è un uomo di fede, nella religione così come nella sua vita di tutti i giorni, è un uomo che ha visto e provato le conseguenze della corruzione anche nelle più alte cariche dello stato ma è anche un uomo che crede nello spirito di quella nazione, che crede ancora nella sua possibilità di agire sempre per il meglio, crede in quel bene superiore a cui ha dedicato una parte della sua anima ed è esattamente questo che lo rende l’ultimo baluardo di difesa di un ideale oggi quasi utopico.

 

Ma oltre Angela e Booth, altri due personaggi completano quel quadro straordinario, di cui Brennan è espressione viva, che è il laboratorio di antropologia forense del Jeffersonian, due personaggi che sono diventati anche per me punti di riferimento imprescindibili: Jack Hodgins e Camille Saroyan.
Nelle ultime scene al laboratorio, Jack Hodgins raccoglie tutti gli elastici che dalla prima stagione aveva utilizzato come “terapia della rabbia” e in quel momento è stato terribilmente evidente quanto Hodgins sia cambiato nel corso degli anni e quanto in realtà sia rimasto sempre lo stesso uomo, pervaso dalla voglia di scoprire, di capire, di vivere a pieni polmoni ogni giorno della sua vita, un uomo innamorato del suo lavoro per quanto assurdo e terribile a volte possa essere. Nei confronti di Hodgins gli scrittori di “Bones” hanno operato due scelte incredibilmente coraggiose. La paralisi alle gambe e la successiva conferma definitiva della diagnosi dopo lo spiraglio di speranza concesso nel finale dell’undicesima stagione sono state scelte narrative che non solo hanno rispettato l’inevitabile drammaticità di una condizione comune che nella vita di tutti i giorni non può essere risolta con un colpo di penna, ma hanno anche mostrato, con quella genetica delicatezza che li contraddistingue da sempre, quanta luce si possa ancora ritrovare anche dopo l’oscurità più profonda. La rabbia, la sofferenza, la difficoltà di Jack e anche di Angela nell’affrontare questa situazione non sono state affatto ridimensionate nel percorso che i personaggi hanno compiuto ma allo stesso modo, “Bones” ha concesso loro di ritrovarsi e diventare ancora più forti insieme. Il momento in cui Hodgins viene ufficializzato, nel finale, “king of the lab” è senza ombra di dubbio uno dei più emozionanti che abbia mai visto nel suo percorso, è pura gioia con quel pizzico di follia che caratterizza quel geniale entomologo con la passione per gli esperimenti pazzi, è piena accettazione della sua vita così com’è, senza rimpianti, senza rancori, perché questo era Jack Hodgins.

Per quanto riguarda Camille Saroyan invece, a volte quasi dimentico che è stata presente in undici delle dodici stagioni, perché per me Cam è diventata presto fondamentale proprio come i quattro main regular. Cam a volte appariva, anche a causa della sua posizione di leader, distante da quel “circolo di follia” composto dal team della Brennan ed è per questo motivo che non c’è un momento particolare della sua storia che identifichi il suo inserimento nel gruppo, avviene e basta, avviene perché Cam li protegge tutti dal primo giorno, avviene perché è lei che scende in prima fila in qualsiasi avversità, avviene perché li ascolta, li rispetta e soprattutto perché, nonostante il suo orgoglio e la sua autorità, Cam riesce ad andare oltre questi aspetti, riesce a superare anche i suoi limiti, pur andare incontro alle esigenze di chi lavora al suo fianco, di chi diventa, senza neanche rendersene conto, parte della sua famiglia. Questo è secondo me un lato essenziale di Cam, ossia la capacità di scegliere e creare la sua famiglia al di là dei legami di sangue, e lo ha dimostrato permettendo al team del Jeffersonian, a Booth, a Michelle, agli specializzandi della Brennan e infine ai tre ragazzi che decide di adottare con Arastoo nel finale di entrare nella sua vita e restarci per tutto il tempo di cui avranno bisogno.

E infine ci sono loro, gli “squinterns” come Booth li definisce, la “nuova” generazione, coloro che mai come nell’ultimo episodio della serie mi sono apparsi come l’eredità di Temperance Brennan, perché ognuno di loro possiede ora una parte di lei e soprattutto tutti loro invece fanno parte della sua vita. A partire da Zack Addy e dal suo percorso così inaspettato ma perfetto in ogni sua fase, abbiamo conosciuto e amato Arastoo Vaziri, Wendell Bray, Clark Edison, Daisy Wick, Colin Fisher, Vincent-Nigel Murray, Finn Abernathy, Rodolfo Fuentes, Jessica Warren e anche Oliver Wells, ognuno di loro ha caratterizzato e scritto una pagina di questo show, ognuno ha lasciato un segno, ognuno ha trovato il suo spazio in una famiglia che li ha accolti, li ha difesi, li ha capiti, li ha ascoltati. Con un lavoro di scrittura e caratterizzazione semplice ma profondo, “Bones” è riuscito a far entrare tutti loro anche nella nostra vita, è riuscito a farci scoprire nel tempo piccoli dettagli delle loro storie, rendendoli sempre più vivi e tridimensionali, avvicinandoli a noi così tanto da non voler più lasciarli andare.

“Bones” non ha avuto dodici stagioni di casi sempre interessanti, sempre sullo stesso livello; non tutti i suoi “big villain” sono stati raccontati e descritti con la stessa attenzione e maestria di caratterizzazione di figure iconiche della serie come Il Becchino, Howard Epps, Gormogon o Pelant; non tutti gli episodi posseggono quella carica emotiva che ti pervade completamente, rapendoti dalla tua realtà e coinvolgendoti nella sua; no, “Bones” non è sempre stato perfetto “oltre ogni ragionevole dubbio” ma ciò che ricorderò e apprezzerò sempre di questa serie è la sua coerenza, la linearità del suo percorso, il coraggio di crescere rimanendo se stessi, la capacità di proteggere i suoi personaggi anche OLTRE la storia. “Bones” non si è mai “venduto” alla bramosia di ratings stellari e di un successo senza paragoni, ha fatto del suo meglio per ponderare la drammaticità e le sfumature comedy, la scienza e la criminologia, la testa e il cuore, la realtà che è e quella che vorremmo che fosse. In definitiva, ecco cos’era “Bones”, era come noi ma tante volte era anche migliore ed è per questo che, personalmente, mi faceva stare così bene. Arrivederci, Bones, e grazie per il viaggio.

– WalkeRita

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