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ESCLUSIVA | American Psycho: a teatro con Matt Smith!

Come era successo in precedenza con il Richard II interpretato da David Tennant, quest’oggi SIMONA vi porterà a teatro con lei parlandovi del musical American Psycho che annovera un altro “dottore” nel ruolo del protagonista.

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La domanda che quasi tutti si posero, quando venne pubblicata la notizia della realizzazione del musical, a Londra, fu: “Come si fa ad adattare questo romanzo -americano- così feroce a pièce teatrale, addirittura rendendolo musical?”

Semplice, datelo in mano agli Inglesi. Ecco come si fa.

A loro non serve nemmeno molto: un piccolo (e davvero carino) teatro in una deliziosa zona residenziale della città, un piccolo (numericamente parlando) cast in cui il ruolo del protagonista è assegnato ad un attore giovane ma tutt’altro che estraneo al teatro e divenuto, con gli anni, una delle stelle del Paese… et voilà!

La delizia è servita su un luccicante vassoio d’argento.

Per quanto la sfida fosse grande, il successo è arrivato e, soprattutto, è veramente meritato.

 

Ora, permettetemi di fare due introduzioni, la prima piccola piccola, la seconda un po’ più approfondita.

La prima: salve a tutti, mi chiamo Simona e mi trovo eccezionalmente a scrivere per Telefilm Addicted (normalmente mi si trova a farlo su The Vampire Diaries Italia) poiché ho avuto la fortuna di accaparrarmi i biglietti per American Psycho, il musical tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, in cui Patrick Bateman, il protagonista, è interpretato nientemeno che dall’amatissimo Eleventh Doctor, Matt Smith.

E passiamo, dunque, alla seconda, poiché immagino che non tutti abbiano letto il libro, pubblicato nel 1991, o visto il film che è stato tratto una decina di anni fa, con Christian Bale.

American Psycho non è certamente quella che si definisce una piacevole e leggera lettura. E’ un romanzo feroce, del genere per il quale si potrebbero usare i famosi modi di dire “Non adatto ai deboli di cuore”“Non adatto a coloro che sono delicati di stomaco”.

La storia si svolge alla fine degli anni ’80.

Patrick Bateman, che, come dicevo, è il protagonista, è un giovane uomo bello, ricco ed appartenente all’alta società newyorkese, il cui cuore risiede tutto nella grande fabbrica di soldi americana: Wall Street.
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Patrick ed i coprotagonisti, infatti, sono tutti uomini d’affari inseriti pienamente nell’alta finanza di Wall Street (accompagnati da splendide fidanzate dotate anch’esse di altisonanti titoli di studio), la cui vita si svolge tra le luminescenti ricchezze dell’Upper East-West Side di New York, fra shopping che ha come oggetto solo le grandi firme internazionali e quindi tocca cifre da capogiro, feste esclusive, locali alla moda e ristoranti in cui per prenotare la lista d’attesa è lunga almeno un anno. E, altresì, fra tradimenti e qualche sniffata qua e là di cocaina.

Una versione più adulta di Gossip Girl? Decisamente no. Patrick Bateman è molto più di questo. Di notte, il bellissimo, ricco ed elegante Patrick si trasforma in un serial killer spietato, capace di qualunque cosa e sempre accompagnato da almeno un’arma, anche nelle serate in cui si limita ad una cena con gli “amici”, oppure al ritiro o riconsegna delle videocassette dei suoi film preferiti (che, ovviamente, sono inerenti ad assassini seriali, in merito ai quali Patrick ha una notevole cultura).

Un romanzo splatter, quasi dell’orrore? Nemmeno, per quanto vi siano scene splatter, in aumento nella seconda metà del libro.

American Psycho è, in verità, una versione spinta “oltre il limite” di Wall Street (il famoso film con Michael Douglas) o, se preferite, dell’odierno “The Wolf Of Wall Street” (il nuovo film di Martin Scorsese e Leonardo di Caprio) ed è, dunque, una critica durissima alla società americana.

La figura di Patrick Bateman come serial killer è una metafora per delineare il “cannibalismo” di quest’ultima. Ellis utilizza, infatti, lo strumento della violenza estrema come mezzo per rappresentare e condannare l’arroganza e la superficialità di quella parte della società che vede nella ricchezza e nell’apparenza intesa in senso lato gli unici valori degni di nota.

Nonostante l’indulgere nella violenza, tuttavia, American Psycho è un romanzo intrigante, una critica senza mezzi termini di uno stile di vita che è, fondamentalmente, vuoto, dinanzi alla quale non si può fare a meno di restare, in qualche modo, rapiti. In gran parte questo è dovuto proprio al personaggio di Patrick. Egli, infatti, pur suscitando orrore per le sue azioni sempre più estreme ed orribili, è dotato, altresì, di una mente affascinante: è colto; ha una memoria strepitosa (è in grado di indicare con precisione estrema ogni firma dei capi che compongono il look della persona che gli è davanti, uomo o donna che sia, tanto da sembrare “Vogue Illustrated”); è un genio capace di spiegare e dare risposta a qualunque cosa, che si tratti del debito pubblico americano o del modo di migliorare lo stato sociale.
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Infine, va sottolineato come il romanzo sia venato da geniale umorismo… profondamente nero, com’è ovvio immaginare, ma pur sempre umorismo.

Ed è dunque questa la storia che l’Almeida Theatre ha deciso di portare in scena, rendendola un “musical” diretto da Rupert Goold (ora direttore del teatro), musiche e parole di Duncan Sheik e libretto di Roberto Aguirre-Sacasa.

Il risultato è uno spettacolo che unisce in modo perfetto recitazione (con accento americano) e musical e che, pur nella semplicità delle scenografie, grazie ai colori, alle luci e alla musica trasporta fedelmente l’atmosfera del romanzo, la storia ed il suo messaggio.

American Psycho-The Musical è, infatti, molto colorato, in pieno stile anni ’80, in particolare grazie a momenti quali: “You Are What You Wear”, un inno all’eleganza estetica, alle firme e, dunque, all’apparenza, la cui coreografia è semplice e tuttavia veramente azzeccata, con le donne che, oltre a camminare come se stessero sfilando, fanno dei movimenti ed assumono delle pose che ricordano quelle del video di “Vogue”, di Madonna, e di “Too Funky”, di George Michael; la scena al Tunnel, il locale da loro maggiormente frequentato, ove Tim Price, il migliore amico di Pat, mostra quello che è il suo vero ruolo nella storia, ovvero una sorta di presa di coscienza di quello stile di vita vuoto (“This can’t go forever / There’s something wrong… The end is just a state of  mind… There’s no finish at the finish line” – “Questo non può andare avanti per sempre / C’è qualcosa di sbagliato… La fine è solo uno stato della mente… Non c’è fine all’arrivo”; “Have you look yourself in a mirror, lately?!?! Don’t bother. We are the enemy!” – “Vi siete guardati allo specchio utlimamente? Non disturbatevi. Noi siamo il nemico!”); la palestra – scena di sesso fra Patrick e Courtney, in cui dominano il verde ed il rosa; la festa di Natale, in cui il colore dominante è il rosso; infine, la scena che serve a simboleggiare tutti gli omicidi commessi da Patrick e non mostrati. Un meraviglioso momento musicale, quasi psichedelico, in cui il cast balla, impersonando “semplici” persone e Matt Smith / Patrick Bateman canta muovendosi fra loro, sinuoso ed elegante, uccidendo quasi tutti loro con delle armi che estrae alternativamente da una piccola botola nella parte anteriore del palcoscenico, ovvero un coltello, una pistola e, infine, di nuovo il coltello, accompagnato da una mannaia. Esso va in crescendo, anche per quanto riguarda la musica (elettronica, in cui, negli istanti strumentali, risaltano la chitarra elettrica e le percussioni), terribile e divertente e che alla sua conclusione (con Matt / Patrick che alza le braccia al cielo impugnando ancora il coltello e la mannaia, affilati pochi secondi prima a tempo di musica), fa istintivamente sorgere l’impulso di balzare in piedi ad applaudire entusiasta.
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Attingendo a piene mani alla satira, evidente per ogni lettore, infatti, gli ideatori dello spettacolo hanno creato una pièce dal contenuto certo terribile se si pensa a ciò che fa il protagonista e tuttavia spumeggiante, senza freni, trascinante e molto divertente, colmo di battute al vetriolo (“God. Jeez, time dies. Flies. Time flies” “Dio. Cavolo, il tempo muore. Vola. Il tempo vola”).

La maggior parte degli omicidi commessi dal protagonista non viene portata in scena, come è ovvio immaginare, e alcuni dei più significativi (e atroci) sono rappresentati in modo simbolico, con l’eventuale aggiunta della spiegazione verbale di Patrick stesso (quelli rappresentati sono il barbone, Paul Owen, le due prostitute e Victoria, con la sparachiodi).

Il successo meritato dello spettacolo è, dunque, dovuto al perfetto mix di sceneggiatura, scenografia, musica (elettronica, se volessimo trovare uno stile potremmo dire “Depeche Mode”, con l’utilizzo di brani, arrangiati, dei Tears For Fears – “Everybody Wants To Rule The World” -,  Phil Collins – “In The Air Tonight” -, Huey Lewis And The News –“Hip To Be Square”, una delle canzoni composte per “Ritorno Al Futuro” – ), colori, esaltati da un talentuoso cast: oltre a Matt Smith, Ben Aldridge, (Paul Owen), Charlie Anson (Craig McDermott), Jonathan Bailey (Tim Price e… Tom Cruise, in una divertentissima caricatura), Katie Brayben (Courtney Lawrence), Cassandra Compton (Jean), Holly Dale Spencer (Sabrina), Susannah Fielding (Evelyn Williams), Simon Gregor (Detective Kimball), Holly James (Christine), Lucie Jones (Victoria), Tom Kay (Sean Bateman), Gillian Kirkpatrick (Mrs. Bateman), Eugene McCoy (David Van Patten), Hugh Skinner (Luis Carruthers).

Spiccano, in particolare, Ben Aldridge, l’interprete di Paul Owen, e Cassandra Compton, che  interpreta Jean. Le loro voci sono obiettivamente le più belle. In particolare, sono rimasta incantata dalla voce di Cassandra Compton: limpida, potente, un bellissimo vibrato e molto coinvolgente.

Il Patrick Bateman di Matt Smith è, secondo alcuni, più sofferente di quello di Bale e forse è vero. Tuttavia, corrisponde appieno a quello del romanzo: Patrick è sofferente. Invero, egli è assolutamente consapevole dei suoi problemi, del suo essere uno psicopatico.
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Inoltre, ha dei momenti di umanità di cui manda via le persone per non far loro del male, quando sente il bisogno di violenza crescere dentro di sé. Una parte di lui, seppur piccola, vorrebbe essere normale.

Matt Smith riflette alla perfezione tutta la sofferenza, la ferocità, il sarcasmo di questo personaggio ed il suo talento emerge pienamente. Per quanto giovane, ha esperienza teatrale e si vede: usa il palco in tutta la sua interezza, lo riempie e domina la scena.

Quando schiocca le dita o torce le mani è inevitabile che la mente avverta una sensazione di déjà-vu, poiché sono movimenti che gli abbiamo visto fare spesso in Doctor Who, eppure non v’è pericolo di confusione fra i due personaggi. Una delle cose che personalmente ho sempre amato è la sua capacità di passare dalla calma, dal sorriso luminoso al gelo in un battere di ciglia e questo, in American Psycho, è ancora più evidente ed impressionante.

Per quanto riguarda il canto, nonostante non abbia una voce particolarmente potente, si può dire che egli abbia talento anche in quest’ambito. La sua voce è pulita, ha un bel timbro, è intonato, è bravissimo quando scende di tonalità e, quando canta, nei movimenti, nel modo di tenere il microfono, ricorda Frank Sinatra. Il suo stile da dandy “di classe” emerge anche in quest’ambito e si rivela perfetto.

I momenti emblematici, per questa storia, sono vari. A parte l’inizio, l’accento va posto, in particolare, su tre di essi.

La prima sorpresa, una volta entrati nella sala, è lo scoprire che il teatro è raccolto, il palcoscenico basso e la prima fila davvero molto vicina ad esso… nonché scoprire che i nostri posti (sulla parte sinistra della sala stando di fronte al palcoscenico) ci pongono comunque molto vicine ad esso.

All’entrata, la scenografia è già pronta per la prima scena: l’ambientazione è l’appartamento di Patrick, con il famoso quadro di David Onica, di cui nel romanzo si parla così tanto, sistemato sulla parte destra. Per chi ha visto il film con Christian Bale nei panni del protagonista, è un déjà-vu: i mobili, infatti, sono praticamente gli stessi, compreso il telescopio. Il colore dominante è il bianco, nonostante i divanetti siano neri, così come il televisore.

Lateralmente, le pareti sono rappresentate come due enormi librerie contenenti infinità di videocassette. Unitamente allo sfondo, inoltre, danno anche l’idea di sbarre di una prigione. La prigione mentale (nonché socio-ambientale) in cui si trova Patrick.

In corrispondenza delle due “librerie” sul pavimento del palcoscenico vi sono due semicirconferenze costellate da alcuni faretti (che si riveleranno due pedane rotanti, le quali, portando in scena o dietro le quinte i vari elementi, permetteranno il cambio di ambientazione), ed è proprio su esse che si trovano i mobili che compongono l’arredamento della casa del protagonista.
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Le luci si spengono all’improvviso ed un boato riempie lo spazio.

Il cast, mani in tasca, appare fra il pubblico, tutti nel classico trench (beige chiaro per le donne -le quali indossano anche una parrucca a caschetto biondo- e nero per gli uomini), dando inizio al primo pezzo cantato dello spettacolo, che parla di come tutti siano peccatori, “senza faccia”. Il palco si illumina mentre loro cantano e su una pedana mobile centrale (che si abbassa nel sottopalco e, per l’appunto, sale da lì) viene portato in scena Matt Smith, che così fa il suo ingresso nei panni di Patrick Bateman.

Richiamando l’inizio del film, anche questo Patrick indossa soltanto l’intimo (bianco) ed una maschera refrigerante sul viso (la quale è anche simbolica della sua facciata “sociale”). Dietro di lui una sorta di “doccia” che richiama anche un lettino solare (l’abbronzatura è uno degli imperativi estetici, nel loro ambiente). Le voci del cast sfumano e lui inizia a descrivere la sua routine quotidiana, a partire dai trattamenti estetici, passando poi a descrivere il suo appartamento e, infine, facendo girare quella doccia che così diventa armadio ed iniziando, dunque, a vestirsi; anche in questo caso, Patrick ci spiega nei minimi particolari quali sono le firme che compongono il suo look.

Il suo completo durante lo spettacolo cambierà una volta soltanto (a differenza dei look dei coprotagonisti). Particolarmente significativi e simbolici sono i colori dei calzini, bordeaux, e di bretelle e cravatta: rosso. Sangue.

Le sue descrizioni iniziali sono intervallate dagli ultimi versi del brano introduttivo dello show (i quali risuoneranno varie volte durante la pièce): “I’ve become clean / A living dream / I am so clean… Now I’m clean / So fucking clean / It’s obscene / I am so clean… I am clean / My past pristine / The things I’ve seen / I am so clean” (“Sono divenuto pulito / Un sogno vivente / Io sono così pulito… Adesso sono pulito / Così fottutamente pulito / E’ osceno / Io sono così pulito… Sono pulito / Il mio passato incontaminato / Le cose che io ho visto / Io sono così pulito”)

Ultimo elemento del look del protagonista, quello fondamentale, scelto anche come simbolo per l’immagine ufficiale: il walkman.

“I am 26 years old, living on New York City at the end of the century and this is what being Patrick Bateman means to me.”(“Ho 26 anni, vivo a New York alla fine del secolo e questo è ciò che essere Patrick Bateman significa per me.”)

1) L’incontro di Patrick con Sabrina e Christine. Patrick torna a casa, accompagnato da due prostitute. Ha luogo una delle scene migliori dell’intero show: mentre le due giovani iniziano l’atto sessuale, a cui prende parte anche lui, ha inizio la musica e, successivamente, Patrick inizia a cantare il pezzo forse più emblematico, “I Am Not A Common Man”: “Look at history, open the books / There are statues with great looks / There are Gods, there are Kings / I’m pretty sure I’m missing things / Beyond boundaries, beyond walls / I’ve been talking of best rules / There’s middle I Won’t Do… I am needing / So much more / Every pleasure is a bore / I am something other than / A common man / I am not a common man / I do suspect / I’m on a few / I can assure you / Something new / All the constraints / They’re long gone / I confess no interest / In right and wrong… There’s no reason / To be fair / It doesn’t matter… While you’re loosing / To much blood / Let it flow / Let it fly / Just keep breathing / If you can / And you will see / I am not a common man…” (Guarda alla storia, apri i libri / Ci sono statue bellissime / Ci sono Dei, Ci sono Re / Sono sicuro di dimenticare qualcosa / Oltre le barriere, oltre i muri / Ho parlato delle regole migliori / C’è una via di mezzo, che non non percorrerò… Io ho bisogno / Di così tanto di più / Ogni piacere è un foro / Io sono qualcosa di più / Di un uomo comune / Io non sono un uomo comune / Ho il sospetto / Di essere uno dei pochi / Io posso assicurarti / Qualcosa di nuovo / Tutti i limiti / Sono da tempo superati / Io confesso nessun interesse / Per il giusto e lo sbagliato… Non c’è ragione / Di essere giusti / Non ha importanza… Mentre tu stai perdendo / Così tanto sangue / Lascialo scorrere / Lascialo volare / Continua solo a respirare / Se puoi / E vedrai / Io non sono un uomo comune…”).

Il tutto avviene mentre attorno a lui quasi tutto il cast, entrato in scena, si sposta e si scambia dando vita a rappresentazioni di atti sessuali di vario genere: etero, gay (sia maschili che femminili), a tre, in un’atmosfera che è, tuttavia, quasi ovattata, anche grazie alla musica, non particolarmente ritmata e anzi, quanto ad intonazione di voce, con qualche caratteristica dello swing.

Questo momento non serve solo a rappresentare alla perfezione il personaggio di Patrick Bateman, sottolinea, infatti, anche lo stile di vita “libertino” di quella società, in ogni senso.

2) Il pranzo con la madre e Jean.

Jean, la sua segretaria, ingenua e romantica, chiede alla donna come fosse Patrick da bambino e la tensione si fa tangibile. La madre di Patrick resta senza parole per qualche istante, sofferente, poi si scuote ed inizia a raccontare di come il figlio fosse un bambino adorabile.

Alla domanda di Jean, Patrick si è come raggelato e, man mano che la madre narra (e si crea un duetto tra lei e Jean, “A Nice Thought”), diviene sempre più immobile, agghiacciato. Il suo tormento, però, è perfettamente visibile nei suoi occhi, leggermente spalancati e venati di panico e disagio. Infine si alza e, quale voce narrante, afferma di non ricordare nulla della sua infanzia, nonostante ci abbia provato, se non una foto di sua madre e suo padre, il quale guardava direttamente nell’obiettivo; i cui occhi sono un ricordo che lo tormenta, in quanto “prova” di come vi fosse qualcosa di sbagliato in essi.

Tuttavia, all’inizio di questo momento a tre, esprime anche un pensiero “tenero”: “You know, for one, brief moment, I imagine myself with Jean. We’re running trough the park… we buy balloons, we let them go… ” (“Sapete, per un breve momento immagino me e Jean. Corriamo nel parco, compriamo palloncini, li lasciamo volare via…”).

E avviene uno scambio significativo e profondo tra lui e la madre. Quest’ultima, infatti, gli dice “You know, darling, if you’d marry this one, maybe you’d be la little less unhappy” (“Sai, caro, se sposassi lei, forse saresti un po’ meno infelice”) e Patrick risponde “I’m not unhappy, mom. Anyway, Jean would never marry someone like me, would you, Jean?” (“Non sono infelice, mamma. Comunque, Jean non sposerebbe mai uno come me, vero, Jean?”) e, senza lasciar replicare la ragazza, prosegue “Jean is too good for us. Too authentic” (“Jean è troppo buona, per noi. Troppo autentica”).

Lei è l’unica di cui Patrick pensi una cosa del genere. E forse questo avviene perché Jean riesce, in qualche modo, a “toccare” la parte umana di lui, quella che vorrebbe essere normale, che vorrebbe “sentire”. Nonostante a volte si irriti con lei e si compiaccia del fatto che Jean è innamorata di lui, la giovane resta comunque l’unica verso cui Patrick esprima pensieri positivi e con la quale, addirittura, prova ad immaginare una relazione. E proprio questo aumenta la tristezza della sua situazione: è solo un breve momento, che non potrà mai realizzarsi, perché Patrick non potrà mai essere normale.

3) L’appuntamento tra Jean e Patrick.

Jean entra nell’ufficio di Patrick e lo trova sconvolto, ma il suo arrivo incredibilmente lo calma.

“Jean. Jean, Jean, Jean…Jean.” ripete in modo sempre più lieve… e poi accade: le chiede di cenare insieme. Il momento è incrinato (e venato di humor) dalla risposta tentennante di Jean alla domanda di Patrick “Where should we go?” (“Dove potremmo andare?”); “What about… Dorsia?” (“Che ne dici del… Dorsia?”) replica, infatti, la ragazza, ma in verità ha soltanto citato il nome del ristorante che ritiene più adatto a Patrick, a lei non interessa in quale locale andranno, la cosa importante è solo trascorrere la serata con lui, aver ricevuto quell’invito.
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Nonostante il disagio provocatogli dalla risposta della giovane donna (tanto che resta immobile per un istante), Patrick si riprende subito, la invita nel suo appartamento prima di andare a cena e le lascia il resto della giornata libera per permetterle di andare a casa a rilassarsi e prepararsi: “Wear something… I don’t know, special? Let’s make this a special night” (“Indossa qualcosa… Non so, di speciale? Rendiamo questa una notte speciale”), le dice.

Ha inizio, così, il momento forse più delicato e toccante di tutto lo spettacolo, “A Girl Before”. La scenografia cambia e, dall’ufficio di Patrick, diviene prima spoglia e poi il suo appartamento. Jean, al centro del palcoscenico, canta: “Does he needs someone / The way that I need him? / Does everything he has / Are now too enough / Does he needs someone / To hold when / It gets wrong?… I am someone he could love more / Will I be just a girl before? / A girl before / He looks at me sometimes / In a certain way / All the feels I have / Seem to fed away / I know that I’m a fool / To think that this is real / I’m breking every rule / ‘Cos this is how I feel…” (“Lui ha bisogno di qualcuno / Nel modo in cui io ho bisogno di lui? / Tutto ciò che ha / E’ forse troppo / Lui ha bisogno di qualcuno / A cui aggrapparsi / Quando va male?… Io sono qualcuno che lui potrebbe amare di più / O sarò soltanto una “ragazza prima”? / Una “ragazza prima” / Lui a volte mi guarda / In un certo modo / Tutti i sentimenti che ho / Sembrano emergere / So di essere una pazza / A pensare che questo sia reale / Sto infrangendo ogni regola / Perché così è come mi sento…”)

E mentre Jean canta, Patrick le si avvicina e delicatamente l’aiuta a levarsi le scarpe, per poi passare dietro di lei e nello stesso modo delicato, sfiorandola appena, aiutarla a sfilare la camicetta e la gonna e, successivamente, ad infilare il vestito per la cena e le scarpe, osservandola in ginocchio accanto a lei e restando poi un istante ai suoi piedi, la fronte appoggiata alla sua mano.

Jean si accomoda quindi su uno dei divanetti, mentre Patrick gioca con la sparachiodi… l’inquietudine si diffonde, ma le parole della giovane donna, che sta parlando dei suoi piani per il futuro e delle possibilità, lo toccano nel profondo e lo fanno desistere e lui abbandona la sparachiodi e si siede, iniziando a parlare con lei: “You remind me a girl I’ve met at college, once… I just want to have a meaningful relationship with somebody unique… you know? … To live happily ever after, right? That’s what he wants… I want… Oh, Jean, where you see nature and life, earth and water, I see an unending visible landscape of void of reason and light and spirit” (“Mi ricordi una ragazza che ho conosciuto al college, una volta… Io voglio solo avere una significativa relazione con qualcuno di unico… capisci? … Vivere per sempre felice e contento, giusto? Questo è ciò che lui vuole… Io voglio… Oh, Jean, dove tu vedi natura e vita, terra e acqua, io vedo un infinito visibile paesaggio di vuoto di ragione e luce e spirito”).

Jean gli pone una domanda bellissima e terribile, per lui: “Haven’t you ever wanted to make someone happy?” (“Non hai mai voluto rendere qualcuno felice?”), a cui Patrick risponde raccontandole del nome del primo cane di Ted Bundy (un serial killer).

La giovane donna lo interrompe e, infine, si dichiara: “I think I’m in love with you, Patrick” (“Penso di essere innamorata di te, Patrick”).

La reazione di lui è prevedibile, ma in qualche modo straziante. La dichiarazione lo lascia attonito ed un lungo, immobile silenzio segue le parole di Jean. Quando finalmente Patrick parla, una sola parola nasce dalle sue labbra e dalla sua voce: “Why?” (“Perché?”)

La risposta che gli fornisce Jean è chiaramente dettata dalla falsa idea che la giovane donna ha di lui, ovvero un uomo che si preoccupa per gli altri, dolce, misterioso, a volte persino timido e romantico… tutte cose che lui non è. Jean non può nemmeno immaginare quale sia la verità e se lo facesse è logico pensare che fuggirebbe terrorizzata, lei ama l’apparenza, la facciata sociale che Patrick ha costruito, l’illusione… la ama perché, da persona vera qual è (a differenza di tutti gli altri), tutte queste cose, che rappresentano l’onestà, sono le uniche caratteristiche che la potrebbero far innamorare di qualcuno. Per questo motivo, l’amore di Jean, per quanto frutto di un’illusione, non è tuttavia meno puro, poiché nasce in una persona vera.

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L’unica cosa che lui può fare, però, è allontanarla da sé: “I think you should leave, right now, and go home… The truth is that I’ve never want to make anybody happy, not even myself” (“Penso che dovresti andare, adesso, e andare a casa… La verità è che non ho mai voluto rendere felice qualcuno, nemmeno me stesso”).

A queste parole, però, invece di andarsene Jean si avvicina e lo bacia. E Patrick per un istante… ricambia quel bacio. Il suo braccio destro le cinge la vita e la sua mano, posata delicatamente sulla schiena, l’avvicina a sé, ma anche questa è un’illusione, il momento fugge via rapidamente e lui l’afferra, meno gentilmente, e la invita nuovamente ad andarsene. E Jean, questa volta, ubbidisce.

“There is an idea of Patrick Bateman, some kind of abstraction, but there is no real me, only an entity… this entity” (“C’è un’idea di Patrick Bateman, una sorta di astrazione, ma non c’è un vero me, solo un’entità… quest’entità”) inizia a spiegare lui, rimasto solo, mentre telefona all’investigatore privato Kimball e gli lascia un messaggio in segreteria (“And tho you can shake my hand and feel my flesh, I simply am not there” “E anche se lei può stringermi la mano e sentire la mia carne, io semplicemente non solo lì”), svelando tutto ciò che ha fatto, da Paul a tutte le altre persone che ha ucciso: “The truth is, it is hard for me to make sense… I am fabricated, an aberration… My conscience, my piety, my hopes… desappeared a long time ago… If they ever existed, they are no more barriers to cross and… and… and… and… and I’m pretty sick guy, detective, and I almost hurt someone good, so… I think you should stop me or something” (“La verità è, è dura per me dare un senso… Io sono costruito, un’aberrazione… La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze… sono sparite molto tempo fa… Se sono mai esistite, non ci sono più barriere da attraversare e… e… e… e… e sono piuttosto malato, detective, e ho quasi fatto del male ad una persona buona, quindi… penso che lei dovrebbe fermarmi o cose così”).

Il finale (leggermente diverso da quello del romanzo), interpretabile come allucinazione o realtà, racchiude il messaggio ultimo del libro: la perdita della speranza, poiché niente è destinato a cambiare (e non è forse vero che nulla è cambiato? L’Occidente si trova, da sei anni, a dover fare i conti con una crisi economica durissima, che ha avuto inizio ed è stata causata proprio dalle speculazioni della finanza americana. Essa, infatti, invece di “lavorare” per il benessere del Paese, dell’economia reale, ha, ancora una volta, perseguito la mera corsa all’arricchimento. Potremmo dire, quindi, all’apparenza).“In the end, no one is safe. Nothing is redemed… I come face to face with the truth, a truth… Maybe this schism / Is just a symptom / Of a late capitalism… Maybe you’ve been slaughtered / Maybe you’ve been kissed / Either way means nothing / I simply don’t exist… I am all alone here… This is what we’ve come to / What we have become / I am not a person / Known to anyone… No, this is not an exit… Am I just a version of the end of days / Am I just an effect of  modern face… Should I be afraid?… None of this exist for me / There is no future here / It’s not reality / And even if I tried and texted / No, this is not an exit now.” (“Alla fine, nessuno è al sicuro. Niente è perdonato… Sono giunto faccia a faccia con la verità, una verità… Forse questo scisma / E’ solo un sintomo / Del tardo capitalismo… Forse voi siete stati massacrati / Forse siete stati baciati / Entrambe le cose non significano nulla / Io semplicemente non esisto… Io sono tutto solo, qui… Questo è ciò a cui siamo giunti / Ciò che siamo divenuti / Io non sono una persona / Conosciuta da nessuno… No, questa non è l’uscita… Sono io solo una versione della fine dei giorni / Sono io un effetto della modernità… Dovrei essere spaventato?… Niente di questo esiste per me / Non c’è futuro, qui / Non è la realtà / E anche se ho cercato e provato / No, questa non è l’uscita, adesso.”)

E lo spettacolo finisce con la frase con cui era iniziato, ma che, questa volta, esprime disperazione:“I am 27 years old, living on New York City at the end of the century and this is what being Patrick Bateman means to me.” (“Ho 27 anni, vivo a New York City alla fine del secolo e questo è ciò che essere Patrick Bateman significa per me.”)

E’ stato bellissimo, inoltre, grazie alla vicinanza, poter vedere non solo gli sguardi durante lo spettacolo, ma anche quelli di gioia quasi sorpresa dell’intero cast, durante i ringraziamenti, per l’entusiasmo del pubblico.

Un’ultima considerazione? Avrei dovuto prendere i biglietti per due serate.
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