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Doctor Who Recensioni

Doctor Who | Recensione 10×10 – The Eaters of Light

Umanamente semplice ma sorprendente. L’ultimo episodio “regolare” di questa stagione, ossia quello che precede la prima parte del finale, si è rivelato ben diverso da ciò che mi aspettassi. Forse ancora un po’ influenzata dalla staticità della puntata firmata da Mark Gatiss, credevo che anche questa settimana la serie avrebbe portato in scena un episodio di “accompagnamento” che ci traghettasse senza troppo impegno alle soglie di un finale che, per quanto possa aver rivelato già alcuni assi nella manica, appare in realtà ancora profondamente avvolto nel mistero e custode di storie di cui adesso probabilmente non scorgiamo neanche il potenziale. E invece, nonostante ancora una volta siano i momenti finali a portare avanti con parsimonia la trama orizzontale della stagione di cui Missy sembra essere il perno principale, l’ultimo episodio andato in onda è riuscito, nella sua evidente semplicità e con una storia pur sempre di passaggio, non soltanto a fare proprio lo spirito più autentico della serie e dello stile di Moffat, richiamando a tratti le atmosfere della quinta stagione e a tratti le sfumature di “The Girl Who Died” e “Face The Raven”, ma ha saputo anche intensificare il suo racconto con quell’umana poesia che “Doctor Who” trova sempre nelle piccole cose, nei dettagli, nelle storie che diventano leggende, nel potere di un animo puro capace di ascoltare voci e musiche che nessun altro riesce a sentire. “The Eaters of Light” rappresenta l’altro volto di questa serie, quello che entra in punta di piedi, che mira al cuore e non alla testa e che scorge l’universo anche in un piccolo villaggio contadino della Scozia del secondo secolo d.C..

“Please, stop being brave”

La metafora che, almeno per quanto mi riguarda, avvolge l’intera storia raccontata in questo episodio riesce a sussurrare il suo vero significato a gran voce ma solo per chi è disposto ad ascoltarla. “Any old idiot can be a hero”, si è detto una volta in questa stessa serie. E credo che quelle parole volessero evidenziare quanto, tante volte, il concetto di eroismo venga semplificato e ridotto a un significato stereotipato, quello di un individuo che si erge al di sopra dell’ordinaria comunità per farsi carico della proverbiale cosa giusta da fare, del grande lupo cattivo da sconfiggere, diventando in questo modo il coraggioso paladino difensore dei più deboli e degli indifesi. Ma coraggio ed eroismo così inteso non sono etichette che coincidono ogni volta. Quando si parla del Dottore per esempio, lo si definisce spesso un eroe, ma si tratta di una descrizione che secondo me necessita obbligatoriamente di una precisazione, di una definizione ulteriore che lo accompagni, che lo caratterizzi per davvero. “Insolito”, “Atipico, “Impossibile”, sono solo alcuni degli aggettivi che personalmente utilizzo per raccontare una forma di eroismo ben diversa dalla sua concezione classica, quell’eroismo assolutamente essenziale, rabbioso e devastante di cui il Dottore è portavoce, di cui il nome da lui stesso scelto è in realtà sinonimo, perché essere semplicemente il Dottore significa superare anche le etichette e le definizioni e affermarsi, oltre ogni impavida impresa, in un’indipendente imperfezione, in un riconoscimento dei propri limiti e delle proprie debolezze, accettandole e poi impiegandole al proprio servizio, per ripartire, per rinascere nella promessa di non essere mai crudele e mai codardo. Ed è esattamente QUESTA la definizione di coraggio e di eroismo che si ritrova in questo episodio, in una storia in cui la minaccia da respingere costringe chiunque l’affronti a fare i conti con se stesso, con la sua battaglia, con i propri fallimenti e le proprie colpe, solo per riscoprire la luce che altri avevano provato a spegnere. La metafora più importante è racchiusa infatti, per quanto mi riguarda, proprio nella creatura aliena combattuta in questo episodio. Priva di una forma unica e definita, di una storia che la racconti e di una motivazione che guidi le sue azioni, la caratterizzazione di questa minaccia serve quasi esclusivamente a veicolare un messaggio, a trasmettere l’ennesimo insegnamento, a impartire una lezione straordinariamente quotidiana. Gli “Eaters of Light”, come vengono definiti, vivono della luce solare, si nutrono della sua forza, si potenziano con la perseveranza con cui essa risorge ogni giorno, e soprattutto attaccano chiunque possegga dentro di sé questa luce, chiunque ne sia portatore.

Noi. Noi siamo forse [o dovemmo essere] i più forti ricevitori e portatori di luce, noi siamo l’emblema e la testimonianza più assoluta di una luminosità che ritorna sempre, di un giorno che rinasce ogni volta dopo l’oscurità più profonda, “it’s always darkest before the dawn”. Ed è questa la luce di cui gli “Eaters of Light” si nutrono maggiormente, così come fanno quotidianamente tutti quei sentimenti che lasciamo entrare troppo facilmente, a cui lasciamo libero accesso per la nostra fonte inesauribile di luce. Lo so, detto ad alta voce suona terribilmente banale e buonista, ma se ci pensate solo un attimo, se vi soffermate su ciò che abbiamo visto vi renderete conto di quanto quelle creature avessero costretto sia i Pitti, che i giovani soldati della Nona Legione romana a nascondersi nell’oscurità, così come la tristezza, l’odio, la paura intrappolano anche noi nelle nostre zone più recondite, nei nostri meandri più bui, nutrendosi della nostra positività, risucchiando la luce immagazzinata nel tempo. Attenzione, né questo episodio né la mia visione di esso intendono celebrare la pace e l’amore universale [anche se non sarebbe poi così assurdo come intento], ciò che si vuole evidenziare è la necessità di combattere le battaglie più personali, quelle che nessun eroe può lottare e vincere al posto nostro, quelle che in troppi non riescono e non possono vedere perché sono solo nostre, quelle che rischiano di spegnerci se accettiamo di rinchiuderci nelle zone d’ombra dove queste sensazioni provano a spingerci, costantemente. Quando il Dottore chiede alla giovane Kar di “combattere la sua battaglia”, non intendeva in senso letterale contro una creatura apparentemente impossibile da respingere, intendeva contro i suoi stessi demoni, contro i sensi di colpa per i caduti in guerra e per quelli che le sue decisioni avevano causato, contro le paure che la immobilizzavano nei pregiudizi e nella rabbia per ciò che non capiva. E quando Kar accetta finalmente la sua battaglia, lo fa proprio nel nome di quell’insegnamento, una lezione che restituisce al Dottore così com’era stata ricevuta. Il Dottore ci prova infatti, ancora una volta, senza troppi preamboli, senza riserve, senza voler essere un eroe, lui prova comunque a fare ciò che gli riesce meglio: vincere, dovesse anche perdere se stesso per farlo, perché in fondo quel portale non sarebbe stato il primo cancello di cui era custode, lui che fa da guardia al nostro mondo da tutta la vita. Ma questa battaglia non gli apparteneva, non era lui a dover affrontare il corvo questa volta, ancora una volta.Stop being brave”, il Dottore prova a fermarli, Kar e i soldati della legione, così come aveva cercato di fermare un’altra giovane donna decisa ad affrontare a viso aperto la sua ultima battaglia, abbracciando ogni errore, ogni debolezza, ogni decisione di cui non si era pentita, ogni scelta che l’aveva condotta in quel preciso istante. Ma per quanto questa consapevolezza lo annienti ogni volta, il Dottore non può fermarli, non può salvarli da una lotta a cui sono destinati, una lotta per riprendersi la propria luce, per sfuggire alla prigionia dell’oscurità, per respingere tutte quelle ombre decise ad invadere la loro e la nostra realtà. Gli eroi di questo episodio sono tanto insoliti e atipici quanto lo è il Dottore, perché anche loro hanno espresso e dimostrato coraggio nella propria umanità, in una guerra così semplice eppure così travolgente, in un conflitto in cui il loro peggior nemico si nascondeva proprio dentro di loro ed era l’irresistibile tentazione di accettare che la propria luce venisse spenta, rendendoli codardi o crudeli. Il coraggio mostrato in questa serie molte volte non riguarda tanto ciò che si fa, non riguarda i grandi gesti e i salvataggi epici, ma si rivela più che altro nel segno che quelle azioni lasciano sulla realtà vissuta e sulle persone che testimoniano questi momenti, si mostra in tutta la sua potenza negli echi che sopravvivono come lontani ricordi. Il nome di Kar verrà ricordato dai corvi così come il sacrificio della legione romana sopravvivrà in una musica distante. E forse, anche il coraggio di chi ha affrontato la sua sorte senza esitazione resisterà anche in colui che non può ricordarlo.

“When you can understand what everyone in the universe is saying, everybody sound like children”

Separata dal Dottore per la prima volta dopo la realtà distopica creata dai Monaci, più fiduciosa e razionale nonostante l’ennesima situazione impossibile in cui è letteralmente caduta, Bill segue in realtà un percorso simile e parallelo a quello che il Dottore compie con i Pitti, ma nel suo caso è vissuto fianco a fianco con i soldati sopravvissuti della Nona Legione romana. La sua crescita come personaggio e companion è continua e costante ma, restando in tema con il significato di fondo dell’episodio, è quasi “accecante” notare quanto sia lei la portatrice di luce nel rifugio dei soldati, centurioni che in realtà altro non sono che ragazzini intrappolati in una vita adulta e nell’oscurità di colpe e paure che non riescono a respingere. Ancora una volta, inevitabilmente forse, Bill diventa la chiave, attraverso il rapporto di amicizia che riesce a stringere con il maggiore dei centurioni, per presentare quella diversità di cui parlavo nella precedente recensione, una diversità che in questa serie si perde nella normalità a cui appartiene o, come in questo caso, viene addirittura ribaltata come forma di “chiusura” sociale poiché la “modernità” vissuta dai giovani soldati romani è in realtà molto più libera e priva di limitazioni rispetto alla nostra concezione contemporanea.

 

Ma un aspetto su cui insiste particolarmente la storia di Bill in questo contesto riguarda un’ulteriore conoscenza che la ragazza acquisisce, ossia l’esistenza del celebre campo telepatico diffuso dal TARDIS che permette di tradurre e uniformare tutte le lingue, permettendo quell’incontro tra popoli e culture così sottovalutato: la comunicazione. In un eco ridimensionato di uno dei discorsi più belli che questa serie abbia mai portato in scena nell’episodio “The Zygon Inversion”, anche Bill diventa portavoce dello straordinario potere della comprensione, della parola ascoltata e capita per la prima volta, della possibilità di riconoscersi estremamente simili anche al nemico che si combatteva e si temeva in precedenza, un nemico che adesso appare spaventato e insicuro proprio come la sua controparte.

Matura e ormai perfettamente inserita in una realtà così diversa eppure così vicina alla sua, Bill diventa arbitro di un incontro totalmente umano, allontanando il Dottore da un destino che non gli apparteneva e rendendosi degna della musica che risuona per chi sa ascoltarla.

Hearing the music

Come anticipato, il finale dell’episodio fa proseguire con misteriosa parsimonia la storyline che attraversa l’intera stagione e che sembra confluire continuamente in Missy e nel suo apparente percorso di redenzione, un percorso a cui non credevo avrei potuto concedere il beneficio del dubbio prima che l’Inferno gelasse e che invece – sono quasi spaventata nell’ammetterlo – comincia a far vacillare prepotentemente le mie convinzioni. “Sentire la musica” diventa in questo finale un’ulteriore metafora, messaggio, un richiamo per l’eroismo del singolo, per un bagliore di umanità che ancora resiste e che riesce a scorgere l’universo anche nelle piccole cose, nel valore di un sacrificio o nel potere di un ricordo che si tramanda.

Missy non riesce a sentire la musica, non riesce ad avvertire i significati che porta con sé, le vite che ha accompagnato in una battaglia eterna dalla quale non hanno più fatto ritorno, ma nonostante tutto il suo successivo confronto solitario con il Dottore sembra colpirla ancora una volta emotivamente, in modi che a quanto pare sorprendono anche lei, ora in balia di sensazioni sconosciute. Di fronte alla persona che in un modo o nell’altro, l’ha accompagnato per tutta la vita, di fronte forse all’unico Signore del Tempo che non riesce a disprezzare perché pericolosamente simile a lui, il Dottore appare stranamente dimesso, quasi alla disperata ricerca di una chiusura, di una risoluzione da raggiungere prima che scocchi la sua ora. Ma ciò che davvero stranisce del suo atteggiamento è un’insolita paura, la paura di sperare, la paura di crederci per davvero e fidarsi, la paura di essere debole e rischiare così di diventare la causa di danni collaterali che non può permettersi, non più dopo tutto ciò che ha perso.

L’onestà della redenzione di Missy rappresenta senza dubbio uno degli interrogativi più affascinanti di questa stagione e l’aspetto più assurdo della sua storia sta, per quanto mi riguarda, nel non sapere più adesso quale sia lo scenario più probabile e giusto per la serie, se l’effettiva conferma di ciò che ci è stato mostrato finora o un capovolgimento finale che darà inizio all’ultimo atto di uno spettacolo che non abbiamo visto cominciare. Ma il tempo delle ipotesi è finito, i giochi sono ormai fatti e che il finale abbia inizio!

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