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Doctor Who Recensioni

Doctor Who | Recensione 10×08 – The Lie of the Land

Avete presente quella sensazione angosciante di non riuscire a svegliarsi da una serie di sogni e incubi incasellati, l’uno nell’altro, e avvolgenti come la spirale di un vortice, questa volta senza neanche poter contare su Babbo Natale come spirito guida per uscire dal labirinto? Ecco, non troppo distante da questa descrizione mi appare a posteriori questa trilogia di episodi, in cui l’incubo vissuto non faceva altro che ripetersi con sfumature sempre più oscure, sempre più reali. Con questo trittico magistrale, “Doctor Who” smette di giocare, smette di “cullarci” e prova invece a svegliarci, con cinismo, con paura, con l’ennesimo avvertimento che forse non ascolteremo. Eppure, anche nel suo momento più severo, “Doctor Who” non riesce a lasciarci totalmente in balia di una dura verità, concedendoci ancora una volta una via di fuga, uno spiraglio di luce per continuare a credere.

“Humanity is doomed to never learn from its mistakes”

Aleggia una presenza oscura in questo episodio, che non deriva semplicemente dal mondo così intensamente e sfacciatamente Orwelliano che ci hanno raccontato, è una sensazione di inquietudine più radicata e paralizzante che nasce dalla consapevolezza di aver riconosciuto nella realtà alternativa dei Monaci una condizione fin troppo speculare e fedele a un passato che conosciamo bene e che a volte sembra assomigliarsi, più di quanto vogliamo ammettere, al nostro futuro. Ma ciò che, personalmente, mi ha davvero spaventato non è stato ritrovare in “Doctor Who” uno specchio della mia contemporaneità, a questo sono più che abituata ormai, poiché ho sempre considerato questa serie l’insegnante universale di cui tutti avremmo bisogno, la chiave di lettura della nostra stessa realtà, della storia, delle arti, della cultura, della guerra e della pace; no, ciò che mia turbato profondamente per gran parte dell’episodio è stato riscontrare una parziale assenza di speranza in una serie che ha fatto di questo elemento la sua base fondante, il suo punto di partenza, il suo manifesto più orgoglioso.

La realtà distopica è un argomento che sto imparando a conoscere abbastanza bene, e che le barriere tra il nostro mondo e quello raccontato da George Orwell stiano inesorabilmente crollando, una dopo l’altra, non è un mistero per qualsiasi essere vagamente senziente che riesca a vedere e a riconoscere gli abissi in cui stiamo lentamente sprofondando; ma nonostante questa consapevolezza si faccia largo prepotentemente nel modo di vedere e concepire il futuro dell’umanità, una parte di me ancora crede, forse ingenuamente, che l’era predetta da “Black Mirror” non si sia davvero già realizzata, ancora spera che il passato distopico di “The Man In The High Castle” resti soltanto questo, un passato, o che almeno esista sempre una Juliana Crain in grado di rischiarare anche le tenebre più dense. E in questa speranza, “Doctor Who” era il mio campione di riferimento, perché nonostante si sia sempre dimostrato realista, adulto e maturo nella sua rappresentazione della modernità, non si è mai privato della sua luminosità, non ha mai rinunciato a credere. Ma quando anche una serie come “Doctor Who” sembra abbandonarsi all’accettazione di un triste destino in cui l’umanità non riuscirà mai a spezzare il loop dei suoi errori, allora un paio di dubbi cominciano ad assillarti perché significa che siamo effettivamente “fregati”.

Il momento più straziante dell’episodio è per me, e forse per buona parte degli spettatori con un cuore pulsante, l’atto finale della crudele ma forse necessaria messinscena del Dottore ai “danni” di Bill [se ci fosse stata un’altra persona, credo che il Dottore si sarebbe davvero rigenerato a suon di schiaffi alla fine] perché ciò che risulta davvero straniante e per questo motivo terrificante di quella caratterizzazione è proprio l’assenza di speranza nelle parole di chi invece rappresenta il simbolo dell’ultima possibilità quando non ci sono più possibilità da concedere.


Frasi come “I’m gonna save you from yourselves”, se inserite nel contesto di un’apologia della tirannia dei Monaci che in questo modo hanno portato “peace and order” [per la cronaca, un Emmy, un BAFTA, un Oscar e anche un Nobel io li conferirei a Peter Capaldi per l’atroce e inquietante realismo portato in scena nei primi venti minuti circa di episodio, sia con le sue parole che con la sua eloquente espressività; a Moffat invece consegnerei volentieri il conto sempre aperto dallo psicoanalista], destabilizzano profondamente chi ha sempre trovato nelle parole e nelle ragioni di quell’insolito e atipico eroe esattamente la spinta che serviva per andare avanti e non abbandonarsi semplicemente al ripetersi degli eventi senza nemmeno provare a smuovere le maree per spezzare il circolo vizioso. Sebbene fossero solo parte di un test, sebbene istintivamente fossimo consapevoli di dover attendere il momento in cui finalmente il Dottore ci avrebbe rivelato il suo piano segreto, il potere di quelle parole era inaccettabile e angosciante per me perché anche nella loro bugia si celava pericolosamente un fondo di verità. Testimoniare lo sfogo del Dottore, assistere alla sua visione ormai disillusa dell’umanità, è stato come perdere l’unica persona che ancora crede in noi e non potergli neanche dare torto se alla fine ha smesso di lottare per la nostra salvezza. Eravamo abbandonati. Per pochi minuti, eravamo nuovamente soli con la nostra genetica incapacità di imparare dai nostri errori, dalla nostra storia, ed era ancora una volta esclusivamente colpa nostra perché anche nel suo cinico realismo e nella sua delusione, il Dottore aveva ragione e questo faceva ancora più male. Ai suoi occhi, noi siamo sempre apparsi migliori, meritevoli di un’altra chance per cambiare, capaci di grandi atti di altruismo e di decisioni e scoperte catartiche in grado di cambiare il nostro mondo, noi eravamo ugualmente importanti e degni per lui, nella nostra ordinarietà, nella nostra imperfezione. Vederlo rinunciare a noi è stato un incubo, è stato per me l’aspetto più oscuro dell’intero episodio, perché abbiamo bisogno del Dottore, oggi più che mai, abbiamo bisogno che ci mostri un’alternativa migliore, abbiamo bisogno che ci lasci quelle parole che ricerchiamo disperatamente, abbiamo bisogno di un lieto fine, anche se continueremo a sbagliare, anche se continueremo a dimenticare.

“In amongst 7 billions, there’s someone like you, that’s why I put up with the rest of them”

Ma quella speranza persa, a causa di una paura che per un momento ci ha gelato il sangue nelle vene, viene ristabilita nel finale, emergendo oltre tutte le ombre di questa storia e tornando ad essere il nostro punto di partenza, la nostra possibilità di cambiare e di meritare ancora la fiducia del Dottore, il suo supporto, la sua amicizia. E questo perché esisteranno sempre persone come Bill, così pure, custodi di una luce accecante capace di diradare ogni oscurità; esisterà sempre chi sceglierà di fare un passo indietro e allontanare la mano dal grande bottone rosso; esisterà sempre chi sceglierà di salvare una creatura misteriosa che ha le stesse probabilità di essere innocente o di essere una minaccia anche contro il parere unanime del suo stesso pianeta; esisterà chi sarà disposto a viaggiare in tutto il mondo solo per raccontare una storia che infonda coraggio e speranza. In definitiva, ci sarà sempre una companion in cui il Dottore ritroverà la parte migliore dell’umanità.

Lo aveva “preannunciato” nel precedente episodio ma in “The Lie of the Land”, Bill Potts diventa esattamente tutto ciò che volevo che fosse: “spintona” il Dottore per farsi spazio nel suo mondo, alza la voce per far valere il suo pensiero, appare preponderante e onnipresente, è universale e unica al tempo stesso, è Martha Jones e Donna Noble, e poi è semplicemente Bill, com’è sempre stata, e adesso esplode di luce propria e irradia l’umanità e le sue menti con la più pura forma d’amore.

La fiducia cieca e radicata nel Dottore non vacilla neanche di fronte al condizionamento mentale, a lui e ai ricordi che condividono lei si aggrappa con tutte le sue forze per combattere una realtà che non riconosce e non accetta, anche quando forse sarebbe più semplice lasciarsi andare e spegnere la mente, rinunciando anche a quel libero arbitrio che, notando quanto facilmente riusciamo a vendere in cambio di sicurezza, appare ora terribilmente sopravvalutato. Nonostante il grigiore di quella vita, Bill ancora alimenta la sua positività, ancora crede nella sua quotidianità, quella a cui vuole ritornare, con le piccole cose, con le avventure, con Nardole e quel rapporto quasi fraterno di amore/odio che adesso mi sembra anche un po’ adorabile [a piccoli passi, Nardole …], con il Dottore e il TARDIS per cui forse ha ancora una cotta.

 

Per questa ragione è ancora più straziante assistere alla disillusione di quella speranza, al progressivo indebolimento della sua luce, all’evoluzione di una disperazione crescente che riesce ad oscurare anche l’animo più puro. In quel particolare momento, Pearl Mackie porta in scena, nello show del Dottore in cui Bill è inconsapevole guest star, un’interpretazione impeccabile ed emozionante mentre il duello con Peter Capaldi vale l’intero episodio, nonostante la sua storia in questo contesto fosse solo a metà strada.

Il primo confronto con Missy è interessante e affascinante ma difficile da definire essendo Bill ancora priva delle conoscenze necessarie per creare un’opinione e una dinamica relazionale con lei ma è esattamente in quel momento che Bill è costretta ad affrontare una verità quasi inevitabile per una companion, dalla quale non può e non vuole fuggire. Ma è ancora una volta il Dottore a non poterla accettare, perché anche in questo caso lui resta nuovamente indietro, impotente, mentre la persona che lo accompagna va incontro, sola, a un fatale destino, abbracciando il suo autentico coraggio. Tutto ha avuto inizio con Bill e tutto deve finire nello stesso modo, è lei il perno intorno a cui ruota il potere dei Monaci, è l’unica a custodire almeno la possibilità di indebolire la loro tirannia svegliando le coscienze dormienti soggiogate al loro controllo.


Tutto ha avuto inizio con Bill, sì. Ma nessuno aveva capito quanto profondamente vera fosse questa consapevolezza perché è dal momento in cui l’abbiamo conosciuta che Bill ci mostra una costante della sua vita, un aspetto sempre presente nella sua ordinarietà, il suo inizio essenziale, la sua prima pagina. Mi ha sempre colpito il potere dell’immaginazione di Bill, mi emozionava la sua tenacia nel non lasciare andare un ricordo che non è neanche reale, la sua determinazione nell’alimentare un rapporto che non ha mai avuto, un amore che non ha mai davvero provato anche se era convinta che ci fosse. Tutto inizia con Bill ma Bill comincia proprio lì, nel suo pensiero più felice e luminoso, nel sentimento che fa da perno per la sua intera esistenza, nel ricordo che non puoi corrompere, non puoi rubare, nell’unico briciolo di autenticità di cui puoi fidarti, di cui l’umanità intera si fida per aprire gli occhi e fare ciò che ci riesce meglio, quando vogliamo: combattere il tiranno e vincere, riprendendoci la nostra libertà.

Ho aspettato Bill Potts per sei episodi e se è questa la companion che attendevo, allora ne è valsa la pena.

“Your version of good is not absolute. It’s vain, arrogant and sentimental”

Quando il Dottore e Missy si affrontano, mi sembra quasi che, per la prima volta nell’episodio, la scena si distacchi completamente dal suo perenne sfondo umano e terrestre, creando un micro-mondo gallifreyano, simboleggiato in qualche modo dal caveau, in cui esistono soltanto loro, le loro inevitabili somiglianze e le scelte che invece li rendono così differenti.

Così com’è successo nella prima parte di questo trittico, la caratterizzazione di Missy mi lascia perplessa. Non fraintendetemi, potrei vivere semplicemente ascoltandola, ma in questa stagione mi sembra quasi che il personaggio oscilli tra la sua più tipica personalità, che ho imparato a conoscere e ad amare, in cui ogni parola è così terribilmente “sua” da risultare quasi rassicurante, e un aspetto di lei di cui non posso fidarmi perché contrasta apertamente con l’altra faccia della medaglia, quella che abbiamo visto finora. Non stiamo parlando ora di un personaggio umano, inserito in un drama della ABC, a cui devi concedere il beneficio del dubbio nonostante le sue discutibili azioni passate, no, qui si tratta di Missy, di un villain che a tratti esula anche da questa etichetta così come il Dottore non è l’eroe classico, è quindi evidente quanto sia impossibile credere che possa semplicemente scegliere di cambiare, lei che invece ha “portato” Clara nella vita del suo migliore amico solo nella speranza che lui potesse affezionarsi così tanto che perderla lo avrebbe fatto impazzire, avvicinandolo così al suo modo di essere [missione quasi compiuta, Missy, quasi …].

No, credere che Missy abbia improvvisamente scoperto l’umanità è difficile per me ma non posso negare quanto mi abbia affascinato il confronto con il Dottore sulla vera essenza del bene. Missy non sarà stata “buona” in passato ma se non conosce quella sensazione, ciò che conosce è il Dottore, da sempre, e conosce la sua versione del bene, riuscendo a delinearne paradossalmente un’autentica descrizione. Il Dottore è buono ma forse non abbastanza da accettare di rischiare la vita di chi gli è accanto per questo scopo; è buono ma ama, forse troppo per essere considerato impavido; è buono ma perdona, così tanto da credere davvero che Missy voglia e possa cambiare, e forse ha ragione, o forse no; il Dottore è buono, sì, ma lo è in modo umano, e quindi forse esattamente “vain, arrogant and sentimental” come Missy lo descrive, come Missy non sarà mai. O in caso contrario avremo sbagliato su tutta la linea fin dall’inizio.

A metà. Così si conclude, ai miei occhi, un trittico di episodi straordinari che ha occupato, e al momento definito, il cuore di questa decima stagione. A metà tra una ritrovata speranza e una vecchia consapevolezza; a metà tra una vittoria e una realtà sempre pronta alla prossima sconfitta; a metà tra un bene pronto al sacrificio e un altro forse più “sentimentale” ed egoista ma rassicurante, come tutto ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno. “Extremis”, “The Pyramid at the end of the world” e “The Lie of the Land” ci hanno mostrato un incubo, lo hanno offerto a noi e poi lo hanno realizzato col nostro consenso. Ma infine ci hanno anche risvegliato nella speranza, forse vana, che la paura di quel sogno ci aiuti a migliorare la nostra realtà.

 

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