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Doctor Who Recensioni

Doctor Who | Recensione 10×04 – Knock Knock

“Doctor Who” è una serie tv dal potere incommensurabile. È ciò che mi ha sorpreso la prima volta, è ciò che mi riempie tutt’oggi. A volte ho quasi difficoltà a considerare “Doctor Who” uno show televisivo alla stregua di tutti gli altri e non perché credo che non ci sia nulla al suo livello [per esempio c’è … aspettate, quella … o anche … beh qualcosa mi verrà in mente prima della fine di questa recensione] ma per il semplice motivo che fin dall’inizio mi è apparso come un mondo a parte, una storia che esula da tutti gli schemi conosciuti, una realtà senza limiti, senza confini. Non si può soltanto guardare “Doctor Who”, secondo me, gli si deve concedere libero accesso ad ogni aspetto della vita, devi lasciare che ti circondi, che ti avvolga, devi permettergli di “fare la sua magia” perché solo in questo modo può davvero mostrarti ciò che sa fare. “Doctor Who” sa farti ridere, sa emozionarti, sa insegnarti, sa come porgerti la mano per rialzarti, sa spiegarti ciò che provi e che vivi, sa … portarti fuori dal mondo con realtà talmente assurde da annullarti completamente la razionalità, sa farti piangere e straziarti il cuore come nessuno mai e a volte, tante volte, sa spaventarti a morte, o come si suol dire in inglese “it scares the hell out of you”. Noi whovian di nuova generazione siamo abituati a incolpare Steven Moffat per questo, uno showrunner e scrittore che certamente ha affinato questa particolare dote di traumatizzare lo spettatore spingendolo a guardare con terrore sospetto un semplice angelo in pietra o a temere letteralmente la nostra stessa ombra, ma ciò che dimentichiamo spesso è che “Doctor Who” nasce, nei lontani anni ’60, con l’intento basilare di essere uno show per bambini, bambini che VOGLIONO essere spaventati. È proprio con gli esordi di questa serie infatti che viene coniata l’espressione “behind the sofa” per indicare l’atteggiamento tipico dei bambini di nascondersi dietro il divano per “sfuggire” alle scene più “paurose” dello show, le stesse che in fondo li entusiasmano così tanto. Noi amiamo farci spaventare da questa serie, perché questa paura è elettrizzante, è una scarica di adrenalina, è … un superpotere e ci rende tutti compagni [non devo ricordarvi che è una citazione, VERO??]. “Doctor Who”, nei suoi episodi più inquietanti, gioca con alcune delle paure più radicate nella psicologia umana e dunque inevitabilmente sfruttate in lungo e in largo in diversi contesti narrativi, che si tratti di un romanzo o di una trasposizione televisiva o cinematografica. Le ombre, il diavolo, le presenze sotto il letto, e adesso la casa scricchiolante e infestata, sono tutti luoghi comuni dei più classici film horror, sono stereotipi sempreverdi perché funzionano ogni volta, e questo “Doctor Who” lo sa bene perché conosce la nostra psicologia e il nostro mondo, sa quali corde toccare per spingerci a nasconderci “dietro il divano” ma poi, più di qualsiasi altra cosa, SA come fare propri tutti questi caratteri tipici della cultura del terrore omaggiandoli al tempo stesso, sa come amalgamarli nel suo stile più autentico per poi presentarceli sotto una nuova luce, in una storia diversa e sempre nuova, in cui la paura diventa solo un mezzo e non un fine. Un mezzo un po’ troppo disgustoso questa volta … ho ancora i brividi.

E sapete cosa differenzia questo aspetto di “Doctor Who” da una qualsiasi storia horror? L’umanità, l’umanità che è alla base di ogni episodio, di ogni scelta, di ogni parola, di ogni azione, anche quella che al principio appare la più inquietante. E con questo non intendo dire che “Doctor Who” giustifica Norman Bates, intendo semplicemente evidenziare un elemento caratterizzante di una serie che cela sempre una ragione, un perché, una motivazione che metta in moto ogni sua storia e che le doni lo spessore e la profondità di cui personalmente sono dipendente, avvertendo ormai l’intenso bisogno di essere pienamente appagata da uno show che finora non mi ha mai delusa. E la ragione umana che giace alla base di questo episodio è forse una delle più semplici mai affrontate: l’amore familiare e l’istinto di sopravvivenza.

Le dinamiche generazionali sono evidentemente il nucleo centrale intorno a cui si costruisce la storia, estendendo progressivamente il suo raggio d’azione, come un epicentro da cui si propaga un’onda d’urto che inevitabilmente colpisce e influenza chiunque lo circondi. Superati l’angoscia iniziale, lo shock dell’evoluzione della storia e i brividi dietro la schiena causati dai protagonisti indiscussi dell’episodio [sì, c’erano diversi ostacoli da superare questa volta], la rivelazione dell’umano movente da cui scaturisce il “sacrificio” perpetrato dal proprietario del castello per settant’anni riesce sorprendentemente a fare breccia sia in Bill che nel Dottore, perché entrambi, proprio come quel bambino “intrappolato” nel corpo di un uomo anziano che non ha mai vissuto, sono ancora alla ricerca di una persona o una famiglia a cui appartenere.

 Da una parte infatti, c’è lo sguardo dimesso e ferito di Bill che vive ogni giorno il rimpianto di non aver avuto il tempo e la possibilità di conoscere sua madre e che, come ha dimostrato a partire dal suo primo episodio, usufruisce di tutta la sua luminosa immaginazione per alimentare un “ricordo” di lei che ha creato da sola, per renderla in qualche modo partecipe della sua vita, perché quell’immagine illusoria che l’accompagna è in fondo tutto ciò che le resta della sua famiglia. Il bisogno di integrarsi nel nuovo gruppo di coinquilini, il desiderio profondo di piacere e di essere accettata, il legame già instaurato con l’unica ragazza che già conosceva e le insicurezze che dimostra anche in questo contesto quando teme di non essere abbastanza “cool” per tutti loro, sono tutti aspetti intensamente umani e universali che caratterizzano una paura che non conosce differenze, una paura che Bill non esprime a parole ma che traspare in ogni sua scelta, la paura di essere respinta, di non riuscire a costruire un rapporto che non sia solo di passaggio, di non trovare mai quel punto fermo che ti stabilizza e ti permette di mettere radici, quella costante invariabile sempre presente, quel punto di partenza da cui tornare dopo ogni avventura, in parole semplici una famiglia che ti accolga e ti scelga anche quando non esistono leggi biologiche a definirla.

Dall’altra parte però, c’è il silenzio del Dottore, lui che di famiglie ne ha avute tante e tutte diverse, ma le ha perse inesorabilmente l’una dopo l’altra. Ho sempre creduto che il Dottore di Peter Capaldi fosse nato con l’obiettivo di provare a racchiudere in sé tutte le incarnazioni precedenti, pur presentando una personalità autentica ed originale al tempo stesso. Nei modi di fare, nelle parole, a volte addirittura nello stile, il Dodicesimo Dottore sembra riunirsi spesso al suo passato, anche a quello più lontano, anche a quello da cui tutto ha avuto inizio. E a testimonianza di questo intento di chiudere un cerchio che in realtà, a conti fatti, è stato appena riaperto essendo Twelve la “prima” incarnazione del Dottore dopo aver ricevuto il nuovo ciclo di rigenerazioni [grazie ancora, Clara], Twelve sembra aver cercato e trovato in Bill un perfetto richiamo per la sua prima companion, per quella ragazza che rappresentava tutto ciò che gli rimaneva della sua famiglia originaria, sua nipote Susan, il cui ricordo aleggia insistentemente in questa stagione ma ancora di più proprio in questo episodio sia a causa della storia raccontata sia per il modo in cui il rapporto con Bill continua ad essere caratterizzato.

Di fronte a un amore così profondo come quello che lega un figlio a sua madre, per alcuni istanti il Dottore perde improvvisamente la sua persuasiva eloquenza, dimenticando anche solo per un momento le conseguenze distruttive e deviate che quel sentimento ha generato e riconoscendo invece nella scena che si apriva davanti ai suoi occhi i compromessi che si riescono ad accettare pur di proteggere [o nascondere?] la persona o la famiglia a cui ognuno di noi sente di appartenere.

Ma ciò che restituisce la parola e soprattutto la soluzione al Dottore è proprio l’estrema evoluzione raggiunta da quel legame, un legame per la cui sopravvivenza sono stati offerti sacrifici, come divinità che vengono adorate e nutrite in cambio di un favore costante, di un miracolo a cui non si può più rinunciare. Tale era la brama di salvaguardare la vita ad ogni costo da aver venduto a questo scopo quell’umanità che si voleva preservare, dimenticando cosa significasse vivere per davvero e abbracciando in realtà una morte che era stata respinta con ogni mezzo e che paradossalmente aveva in questo modo circondato colui che aveva cercato di aggirarla, quasi come la legge del contrappasso dantesca, confinandolo in una casa in cui la vita ormai era soltanto un tenue ricordo.

“Look how far I went for fear of losing you”

E assistendo all’evoluzione di un amore così travolgente da diventare inevitabilmente una minaccia, non ho potuto fare a meno di pensare quanto simile quella casa apparisse, nel momento in cui i suoi “ingranaggi” sono stati rivelati, al “castello” in cui i Signori del Tempo hanno rinchiuso il Dottore in “Heaven Sent”. In entrambi i casi credo che si tratti di una trappola che i protagonisti dei rispettivi episodi “scelgono” a un certo punto di vivere pienamente, una trappola da cui potrebbero fuggire in ogni momento ma che diventa ai loro occhi l’ultima possibilità, l’ultima occasione di aggrapparsi a una vita che continua a sfuggire dalle loro mani ma che non riescono a lasciar andare. Pur trattandosi di un amore completamente diverso, il Dottore e il “proprietario” vivono quasi nello stesso modo le sfumature opposte di un sentimento per entrambi irrinunciabile, un sentimento per il quale hanno costantemente cancellato e riscritto la linea che marcava quei confini che continuavano ad oltrepassare. La paura di perdere quell’unica persona che in un particolare momento ha definito la loro intera esistenza li travolge, li rende inarrestabili, li rende “ciechi” davanti alle conseguenze delle loro azioni ma soprattutto impedisce loro di vivere le avventure e le storie a cui erano destinati. Il quadro della persona amata diventa in questo contesto un ulteriore richiamo a esperienze simili ma più di qualsiasi altra cosa, è proprio quella persona lì ritratta a liberare anche questa volta l’anima “intrappolata” in un legame che non può essere spezzato. Eliza è costretta a portare con sé suo figlio la cui vita non era mai davvero cominciata ed era anzi terminata nel momento stesso in cui lei si era ammalata; Clara dal canto suo invece aveva concesso al Dottore un futuro in cui poter continuare ad essere esclusivamente sé stesso, mai crudele, mai codardo; Clara “libera” il suo Dottore da un ricordo preponderante, da un amore “impossibile”, da un dolore che lo avrebbe “rinchiuso” in un rifugio che giorno dopo giorno avrebbe assorbito ogni pensiero felice, ogni desiderio di continuare a combattere. La differenza tra le due storie sta infatti nell’eredità che questo amore lascia in coloro che erano rimasti indietro, e se il figlio di Eliza si lascia definire dalla disperazione e dal rabbioso bisogno di sopravvivere, ciò che resta nel Dottore è adesso un insegnamento che in qualche modo sopravvive anche alla cancellazione dei ricordi, l’insegnamento che lo spinge a correre e ad essere soltanto il Dottore.

“Music can be pleasant
but a simple repetition like that it’s a merely distraction from the inevitable,
Hope is a form of cruelty”

Vorrei soffermarmi ancora su altri due aspetti della storia mi hanno colpito particolarmente. Da una parte c’è lo strano valore simbolico affidato alla componente musicale, che attraversa l’episodio per tutta la sua durata. Ma diversamente dai theme che arricchiscono la serie dall’inizio e che aiutano anche nella caratterizzazione delle companion e dei momenti più iconici delle avventure del Dottore, la musica in questo episodio sposa perfettamente gli intenti e gli obiettivi della trama, incorniciando un andamento oscuro e inquietante della storia ma assumendo quasi sfumature introduttive e portatrici, nella loro apparente delicatezza, di imminenti pericoli o orrori. Le dolci note che richiamavano le Driadi si incontrano nel finale con le melodie provenienti dal caveau, anticipando in entrambi i casi uno scenario tetro e minaccioso, in cui la musica appare ora come un’effettiva “distrazione” da ciò che inevitabilmente sta per accadere.

Dall’altra parte invece mi ha affascinato il potere stesso delle Driadi e la metamorfosi che causano in Eliza. Non ho potuto fare a meno di riscontrare infatti un’interessante ma probabilmente casuale somiglianza con il mito di Dafne e con la trasformazione in un elemento naturale intesa come unica via di fuga, come ultima possibilità di salvezza. Che il riferimento fosse voluto o meno, notare questo aspetto della storia non ha fatto altro che ricordarmi ancora una volta quanto intriso di cultura questo show possa essere, quanto riesca ad arricchirmi in modi che ancora oggi riescono a sorprendermi.

Infine voglio dedicarmi brevemente a una riflessione sul personaggio di Bill Potts, per una sola, semplice e onesta ragione: poiché non so ancora cosa rispondere quando mi domandano quale sia la mia opinione su di lei. Credo sicuramente che l’approccio di Bill al mondo del Dottore sia ancora molto cauto. Abbiamo visto infatti quanto lei sia ancora nella fase delle mille domande, in cui cerca di capire il perché di ogni dettaglio o di ogni stranezza, in cui prova a mettere a fuoco e a regolare i suoi spazi per far posto a questa nuova e folle componente della sua vita.

Conoscere una parte diversa della sua quotidianità in ogni episodio è certamente fondamentale per la sua caratterizzazione personale, per crearle spessore e renderla tridimensionale ma ciò che mi lascia perplessa giunta al quarto episodio della stagione è la sensazione che Bill, in quanto “companion”, sia ancora un po’ sullo “sfondo”, presentandosi quasi più come “assistente” part-time che come effettiva “compagna” di viaggio e di avventure. Mi sembra quasi infatti che la sua caratterizzazione al momento oscilli tra un messaggio più ampio e generico di cui è evidentemente portatrice e una descrizione invece estremamente particolareggiata della sua vita di tutti i giorni, e sono senza dubbio entrambi lati del personaggio che al momento apprezzo, ma ciò che forse avverto [parere personale] mancante è un’ideale via di mezzo in cui convergono sia l’essere companion che la personalità individuale. Per quanto mi riguarda, non mi stancherò mai di ripetere quanto la companion viva sullo stesso livello del Dottore, quanto sia fondamentale e complementare al Signore del Tempo, e lo penso perché sono stata abituata a vederla così, perché Moffat mi ha insegnato che questo è il LORO show tanto quanto lo sia del Dottore e Russell T Davies mi ha mostrato quanto anche una ragazza di 19 anni e una segretaria precaria possano contribuire a salvare il mondo. Nonostante quindi non desideri altro che perdermi in Peter Capaldi e nella sua assoluta e iconica interpretazione del Dottore, ciò che mi aspetto da Bill è che lo raggiunga e cominci a lasciare la sua impronta nella storia e nella serie, che affermi quello stile unico e inconfondibile che le apparterrà e sopravvivrà anche dopo il suo addio.

Come è accaduto nei precedenti episodi, anche in “Knock Knock” il finale è dedicato al caveau e chiunque ci sia oltre quelle porte. Le dinamiche familiari sviluppate in questo episodio non sono una coincidenza, così come non lo è l’affetto per qualsiasi evidente minaccia sia “imprigionata” al suo interno. La teoria ormai diffusa nel fandom si poggia sicuramente su solide basi e soprattutto su quegli spoiler rivelati forse troppo presto, ma proprio per questo motivo sarei quasi portata a contemplare la possibilità che ci stiamo sbagliando tutti. In fondo, è di Steven Moffat che stiamo parlando e della sua ultima stagione nello show, potrebbe essere come sembra o potrebbe essere molto, molto di più …

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