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Doctor Who | Recensione 10×03 – Thin Ice

Vorrei cominciare questa recensione in modo insolito, vale a dire con quella che in gergo viene riconosciuta e definita come “unpopular opinion”. In realtà, non avendo mai fatto mistero della mia profonda e incrollabile stima [“stima” is the new “ossessione professionale”] nei confronti del “team” Moffat-Capaldi-Coleman, credo che gran parte delle mie opinioni riguardanti questa serie siano fortemente “unpopular“, ma questa volta potrei sinceramente superarmi nel contrastare l’idea generale condivisa, a quanto sembra, da buona parte del fandom e forse anche dalla critica.

Voglio innanzitutto premettere quanto io abbia apprezzato questo episodio e spero lo si noterà in seguito quando ne parlerò più approfonditamente, credo infatti che questa decima stagione stia seguendo al momento un ritmo incredibile, lo stesso [o quasi] che ha caratterizzato secondo me la passata stagione, con uno stesso livello qualitativo di storie, sceneggiature, ambientazioni e regia, sempre alto, sempre costante. E i riconoscimenti e le critiche positive che questa nuova stagione sta riscontrando nella fase attuale non potrebbero emozionarmi e soddisfarmi di più di quanto stiano facendo [mentre le critiche negative mi rassicurano sempre, ne sentirei quasi la mancanza se venissero meno]. Ma qui si inserisce la mia unpopular opinion, assolutamente ed estremamente soggettiva e personale e dunque non obbligatoriamente condivisibile, ma che vi mostrerò adesso supportata da solide tesi a sua conferma.

Per quanto infatti Bill e il suo rapporto con il Dottore [ancora di più in questo episodio] sembrino richiamare uno stampo “daviesiano” nella caratterizzazione, vicino soprattutto ai modi e alla personalità di Donna Noble, come si era notato già dal principio, credo fortemente che “Thin Ice” non potesse sposare, più di quanto non abbia già fatto, lo stile della discussa e problematica ottava stagione neanche se fosse stato scritto nel 2014. I riferimenti e i richiami al recente passato si sprecano per tutta la durata dell’episodio, ma sono alcune profonde somiglianze nella trama e nella sceneggiatura a risultare talmente evidenti da spingermi a domandarmi come possano passare inosservati. [S]Fortuna per voi, la mia conoscenza della tanto rinnegata ottava stagione è piuttosto approfondita, ma ad ogni modo cercherò di essere concisa nella mia arringa comparativa.

Innanzitutto il background vittoriano non è affatto nuovo per la serie, anche se riconosco quanto originale, affascinante e inedita sia questa recente rappresentazione della Londra ottocentesca. La realtà ricreata da Sarah Dollard è socialmente eterogenea, innovativa, realistica quanto serve ai fini del messaggio di punta trasmesso dall’episodio, una realtà che definirei quasi “dickensiana“, impavida nel mostrare gli aspetti più drammatici del tempo senza avvertire il bisogno di edulcorarli. Sebbene dunque questa ambientazione si mostri fin dal principio volutamente distante, differente e più “popolare” rispetto alla sua controparte più aristocratica e “investigativa” rappresentata da Madame Vastra, Jenny e Strax [ci troviamo anche in una fase diversa dell’Ottocento], i richiami a “Deep Breath”, ossia al primo effettivo episodio di Peter Capaldi nei panni del Dodicesimo Dottore, sono inevitabili e a volte anche estremamente evidenti. L’attitudine del Dottore nei confronti della società e dei valori vittoriani è la medesima presentata in passato, anche dal Dottore di Matt Smith in episodi come “The Snowmen” o “The Crimson Horror”, ma è l’atteggiamento sarcastico, indignato, apparentemente distaccato e profondamente impegnato di Twelve [elemento su cui mi soffermerò dopo] a rappresentare un aspetto dell’episodio “già visto” ma forse all’epoca ignorato, per misteriose ragioni. La scena in cui il Dottore e Bill, legati e resi prigionieri, cercano di raggiungere e afferrare con le gambe il cacciavite sonico nel tentativo di liberarsi è innegabilmente simile [per evitare di dire “identica”] a quella mostrata nella premiere dell’ottava stagione, semplicemente con esiti in parte differenti a causa delle diverse… caratteristiche fisiche di Clara e Bill [Clara non è bassa, è diversamente alta].

L’occhio analitico, investigativo e deduttivo con il quale il Dottore affronta la particolarità della realtà che si apre davanti a sé, corredato da quell’apparente cinica indifferenza che sembra dimostrare puntualmente di fronte alle costanti perdite umane di cui si “serve” per acquisire quei nuovi indizi di cui ha bisogno per afferrare la sua soluzione, richiama con incredibile evidenza i suoi atteggiamenti in “Time Heist” e “Mummy on the Orient Express”, due degli episodi più “sherlockiani” dell’era Capaldi.

Ma è il nucleo centrale della trama dell’episodio, nonché quel singolo momento che definisce secondo me non solo il rapporto tra Bill e il Dottore, ma anche un aspetto importante della personalità dell’attuale companion, ad avermi ricondotto facilmente all’ottava stagione della serie e in particolar modo a uno degli episodi più “controversi” dello show, ossia “Kill the moon“. Ricordo ancora perfettamente le svariate critiche negative rivolte al suddetto episodio e soprattutto alla sua innegabile protagonista, al contrario delle entusiasmanti recensioni ricevute [giustamente] da “Thin Ice” e dall’inedita Bill. Eppure le storie non potrebbero essere più simili. Mentre il Dottore ripete quasi letteralmente le parole rivolte a Clara tre anni fa, quando in qualche modo “l’abbandona”, mettendola alla prova e lasciandola sola davanti a una decisione impossibile che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità, Bill si ritrova ora costretta a dover affrontare esattamente la stessa scelta della precedente companion, dovendo decidere se condannare a morte una creatura aliena potenzialmente pericolosa, solo come prevenzione della salvezza della razza umana, o se dar valore a quella vita così distante e diversa dalla sua nello stesso modo in cui lei per prima pretende che ogni vita venga preservata e difesa, senza distinzioni, senza barriere. Il dilemma morale di cui Bill si fa portatrice per la prima volta durante i suoi viaggi con il Dottore è essenzialmente e sfacciatamente identico a quello vissuto da Clara nell’ottava stagione, con un’unica fondamentale differenza: Clara era sola quando ha dovuto scegliere a nome dell’umanità perché “quello era il suo pianeta”, era sola contro un parere quasi unanime quando ha deciso di salvare la creatura “schiusa” dalla luna, era sola quando quella decisione catartica si è rivelata inaspettatamente quella giusta ed era sola quando il resto del mondo le ha poi “dato addosso” perché alla fine ha osato ribellarsi e temere quelle che erano state le azioni inspiegabili della persona di cui si fidava ciecamente.

Clara: “That is amazing. How will they explain this tomorrow?”

Doctor: “You’ll all forget it ever happened.”

Clara: “We are not going to forget an overnight forest

Doctor: “You forgot the last time. You remembered the fear and
you put it into fairy stories. It’s a human superpower, forgetting.
If you remembered how things felt,
you’d have stopped having wars. And stopped having babies

E infine, come se i riferimenti al passato non fossero già stati abbastanza numerosi, anche le battute finali dell’episodio riprendono in maniera evidente e fedele una lezione già impartita svariate volte e recentemente proprio nell’episodio “In the forest of the night” [8×10], in cui il Dottore ricordava a Clara la straordinaria capacità degli uomini di dimenticare ciò che più li aveva spaventati e ignorare l’inspiegabile, confinando la paura nelle storie e riprendendo la loro vita ordinaria come se nulla fosse accaduto, con le stesse abitudini e gli stessi errori, stessa lezione che adesso anche Bill testimonia e prova sulla sua pelle.

Ok, non sono stata concisa, lo ammetto, ma ciò che più mi premeva dimostrare in questa fase è quanto un episodio innegabilmente ben scritto e caratterizzato da importanti sfumature di significato morale venga a giusta ragione elogiato nonostante presenti tante o forse anche troppe somiglianze con quella stagione che invece sembra quasi aver condannato la serie, a detta di molti, a un irrimediabile declino dal quale soltanto ora, a quanto pare, si sta riprendendo… ora che trasuda esperienze passate ad ogni episodio.

 

E volendo continuare su questa linea di pensiero, credo che un’altra fondamentale somiglianza tra questo episodio e la stagione d’esordio di Capaldi possa essere riscontrata nell’attenzione centrale e dominante dedicata all’evoluzione del rapporto tra il Dottore e la Companion, inserita perfettamente nella trama ma assolutamente preponderante sugli altri aspetti della puntata di cui risulta anche chiave di interpretazione.

Non spetta a me ribadire in questo contesto l’importanza della questione razziale affrontata così apertamente in questo episodio tramite poche parole dal valore universale e dal potere senza tempo, rischiando soltanto di apparire ridondante nei confronti di una sceneggiatura che ha già illustrato con magnificente chiarezza il bisogno inalienabile di ogni società e di ogni epoca di progredire, non attraverso il suo sviluppo economico, ma esclusivamente tramite un’evoluzione umana che riesca, una volta per tutte, ad annullare tutte quelle differenze che la serie, a mio parere, cerca di dissipare come ombre rischiarate dalla sua luce fin dal 1963, senza fare troppo rumore, senza insegne luminose a evidenziare un messaggio che si insinua nella nostra quotidianità in maniera sottile ma permanente. Per questa ragione dunque non mi soffermerò su quella lezione per l’umanità che l’episodio intende impartire in questo contesto ma preferisco posare il mio sguardo su come il Dottore e Bill affrontino questa fondamentale ed innata verità.

Dal punto di vista del Dottore, credo onestamente che non sia stato tanto l’inno all’uguaglianza a colpirmi profondamente quanto la sua radicata e tenace indignazione nel pronunciarlo.  Per quanto potente e immortale possa essere infatti il suo discorso sul valore di ogni singola vita senza distinzioni, è fondamentale secondo me evidenziare l’indignazione di un alieno che vive da migliaia di anni, che ha visto e vissuto ogni generazione, ogni evoluzione, ogni tempo e di esso tutti i suoi lati peggiori, ma ancora si indigna, ancora combatte anche fisicamente il bisogno di definire le diversità, non si arrende e persegue la sua missione con uno sguardo che non vede differenze. Le sue parole sono importanti per noi, certo, sono una costante lezione o un promemoria, ma sono ancora più importanti per lui e per ciò che questo significa. Ancora una volta sembra che al Dottore non importi, ancora una volta sembra che lui riesca a superare facilmente la morte e le perdite, ma in realtà ogni singola vita persa diventa per lui una ragione per continuare a combattere. E quando il Dottore combatte, il mondo cambia.

La caratterizzazione di Bill d’altro canto, nonostante sia sempre di più portatrice non solo di particolarità individuali, ma anche di messaggi universali di cui lei è l’emblema, mette radici episodio dopo episodio, si riafferma ad ogni domanda, ad ogni dubbio lecito, ad ogni timore perfettamente umano nell’affrontare e vivere il passato per la prima volta, col terrore di compiere un passo di troppo o prendere la decisione sbagliata e cadere in questo modo rovinosamente nell’“effetto farfalla”, condannando dunque il suo stesso futuro. Ma nonostante tutto, la meraviglia e l’entusiasmo di Bill di fronte a questa folle piega che la sua vita ha preso superano di gran lunga ogni riserva, ogni paura, ogni pregiudizio che inizialmente la respinge e la intimorisce. E il Dottore al suo fianco riesce a modo suo a rassicurarla, a strapparle un sorriso, a mostrarle la sua realtà attraverso i suoi stessi occhi. Il Dottore spinge Bill a non temere il passato e le decisioni che verranno prese in quel momento, perché in fondo ogni decisione è portatrice di cambiamenti, ogni scelta modifica una parte del suo futuro, indipendentemente dal tempo in cui si realizza. Ma la verità è che non è del passato o dei pregiudizi razziali vittoriani che Bill avrà paura, ma di quel lato del Dottore che presto o tardi avrebbe conosciuto.

Nel precedente episodio, Bill ha avuto modo di testimoniare e capire ciò che il Dottore può fare, quale sia la sua missione più autentica, quanto tante volte egli rappresenti l’unica possibilità rimanente in grado di fare la differenza, e questo l’ha emozionata, l’ha fatta sentire al sicuro. Adesso però le spetta vedere anche l’altro lato del Dottore, è costretta ad assistere a ciò che non può fare, ai suoi limiti, al suo passato drammatico caratterizzato da ombre che inizialmente non riusciva a scorgere, che nessuna compagna in fondo riesce a intravedere al principio. Per quanto ci provi, per quanto quel suo stesso volto sia stato scelto come costante promemoria della possibilità di cambiare il corso degli eventi anche solo per una persona o per una famiglia, il Dottore non è Dio, né è un supereroe, e il suo compito non è quello di salvare tutti, ma di salvare una situazione, di arrivare esattamente dove c’è più bisogno di lui per risolvere un problema, per riparare un percorso deviato, per fare la differenza un passo per volta, per “creare qualche increspatura, ma non smuovere intere maree”.

Bill impara questa lezione nell’unico modo possibile, assistendo alla prima vita persa, al primo bambino che il Dottore non può salvare, al primo limite crudele del suo “potere”, lui che ai suoi occhi appariva ormai invincibile. Ma è esattamente questo il momento catartico in cui il rapporto tra il Dottore e la Companion si rafforza, quando lei vede i suoi lati più oscuri e sceglie di accettarlo comunque perché quelli luminosi saranno sempre predominanti, quando lei impara a capire la sua apparente indifferenza, quando riesce a distinguere la sua estrema e necessaria razionalità da un crudele cinismo che non gli appartiene, ma soprattutto quando lui si mostra in tutta sincerità, rischiando anche di essere respinto ma provando ad essere sempre migliore anche per la persona che gli resta accanto, incondizionatamente.

E nel momento in cui Bill abbraccia questa consapevolezza e soprattutto questa profonda conoscenza del Dottore, ritorna a vederlo così come aveva fatto la prima volta, ma soprattutto inizia anche a vedere davvero il mondo e la realtà che adesso condividono attraverso i suoi occhi, interpretandola proprio come farebbe anche lui. Quando il Dottore difende nel suo discorso il valore di ogni singola vita, non è solo a quella umana che fa riferimento e nel momento in cui Bill si ritrova a dover scegliere se salvare o condannare la creatura prigioniera sui fondali del Tamigi ghiacciato, agisce rispettando quelle parole che poco prima aveva ammirato così tanto; e soprattutto quando capisce di non poter mettere in fuga tutti i presenti alla fiera del ghiaccio, Bill sceglie di proteggere i bambini, e in quel preciso istante capisce davvero cosa voglia dire essere il Dottore perché, anche solo per un singolo momento, lei diventa il Dottore.

In un episodio illuminante sotto svariati punti di vista, il Dottore e Bill portano dunque il loro rapporto a un nuovo livello di conoscenza mentre la serie, a mio parere, evolve e progredisce ripercorrendo paradossalmente il suo stesso passato. Il tutto mentre nel finale Nardole apre uno spiraglio su qualsiasi cosa il caveau protegga o, meglio, nasconda.

Bussano. E quando questo succede in Doctor Who, non finisce mai bene…

 

 

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