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Glee Rubriche & Esclusive

Dalla Metamorfosi a Glee | L’alienazione sociale

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Il tema di questa settimana è qualcosa di molto legato al tipo di società in cui viviamo ai giorni nostri. E cioè una società dove l’omologazione di gruppo viene obbligatoriamente richiesta. Sia nella scuola che nel lavoro che in ambito familiare è quasi obbligatorio ‘l’essere’ in un certo modo non solo per venire accettati ma soprattutto per venire amati.

Non è raro infatti che, per ottenere un certo tipo di accettazione sociale, alcune persone si inventino personalità che non hanno o peggio, ne nascondano altre (ed è un discorso che potremmo fare su diverse tematiche: dalle preferenze sessuali all’amore per le arti a dispetto degli sport).

Parlando del telefilm che andremo un po’ a scansionare, devo ammettere che non ne sono una grande fan: o meglio. Ne ho visto con interesse un paio di stagioni, poi l’ho lasciato. Potremmo stare a sindacarmi le ragioni, ma parlando di cose personali e soggettive, diciamo solo che la troppa superficialità con cui certe tematiche venivano trattate mi ha stancato.

Che cos’è GLEE? (o forse, sarebbe meglio dire, Cosa è stato).

Ryan Murphy (grande pioniere delle diversità) ha portato in scena uno show sul diverso. Uno show in cui la diversità veniva prima emarginata e poi (dopo un duro lavoro di intermediazione caratteriale e sociale) accettata ed in qualche modo esaltata.

La prima innovazione sul tema se vogliamo tratta il concetto della diversità I ragazzi di Glee soffrono per la mancata accettazione ma non cercano (almeno all’inizio) di omologarsi per venire accettati. Anzi. La creazione del Club delle Arti serve proprio a stabilire che una vita sociale importante è fattibile anche nelle loro condizioni. Le condizioni di cui parlavamo all’inizio sono di vario tipo: quella sessuale di Kurt, quella particolare di Rachel (bruttina e figlia di ‘gente strana’), ma ci sono anche i vincenti/perdenti: come Finn, campione della squadra sportiva locale ma con segreti sogni artistici.

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Il Glee Club capitanato da un professore idealista, diventa per loro sia un rifugio contro la cattiveria di un mondo che non li accetta che una specie di manifestazione pubblica del loro disagio.

Attraverso l’arte (forse la più comune e popolare forma di comunicazione) queste persone provano ad entrare in mezzo alla società che conta così come sono. Cercando di non far spostare i riflettori sul loro essere diversi ma enfatizzando un certo tipo di talento. Talento che ovviamente tutti loro hanno: ma non è nel singolo che questo concetto di sublima, quanto nell’impatto che riescono ad avere quando sono tutti insieme.

Facciamo gruppo per salvare il mondo? Non esattamente. Il fine ultimo del Glee Club è quello di permettere ad un particolare tipo di diversi di avere il proprio piccolo mondo all’interno del primo step importante per lo sviluppo umano: e cioè il periodo scolastico. La scuola, come metafora della vita, viene vista come un terreno ostile in cui bisogna cercare di trovarsi una propria posizione con alleati.

E il Glee Club mette questi ragazzi difficili per la prima volta in primo piano: se nei corridoi della scuola vengono ancora derisi, i loro sentimenti di frustrazione ed angoscia si sciolgono poi quando si trovano al Club tutti insieme attraverso l’espressione artistica. Che in un primo momento non viene neppure notata a livelli superiori (parliamo sempre sotto il punto di vista della popolarità) ma poi, come tutte le forme di arte più pura, si espande ed i nostri protagonisti ottengono una sorta di popolarità alternativa.

Non sono più sono degli emarginati, ma diventano degli emarginati che hanno qualcosa da dire.

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A che punto siamo a livello sociale però? Questi ragazzi vengono davvero accettati grazie ad un certo tipo di espressione artistica? O saranno sempre obbligati a dimostrare di valere qualcosa come esseri umani attraverso una particolare capacità? (artistica in questo caso). In un mondo perfetto tutti gli esseri umani sono uguali e le diversità dovrebbero servire solamente a variare la specie. Non ci sono classi sociali basate su regole estetiche o indici di popolarità. Nel mondo in cui viviamo invece, la Società funziona in un certo modo, secondo regole e canoni precisi e quando ne esci (per svariate ragioni, quasi sempre non volontarie) sei solo un emarginato.

Il concetto è: devo omologarmi a quello che la Società (di qualsiasi periodo) vuole o posso essere me stesso indipendentemente dal volere degli altri? E’ utopia pensare che si possa essere considerati tutti uguali? Mi duole dirlo ma a livello sociale ancora oggi sì. Non è vero che siamo liberali: non è vero che se sei particolarmente abile in qualcosa, viene dimenticato che sei un diverso.

Cosa ci insegna però Glee? Che, come i ragazzi d’oro della società (belli, ricchi e vincenti) si costruiscono un piccolo mondo in cui regnare, così possono farlo anche i diversi. E i due mondi non si amalgameranno completamente mai, ma in certi tipi di contesti è sempre possibile l’incontro di idee, personalità e lo scambio di momenti.

Direi che questo sia un concetto abbastanza valido ed importante nella vita.

 

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Il libro a cui ho deciso di associare questo tema è uno di quelli che ho maggiormente amato nella mia vita: e cioè l’immortale La Metamorfosi di Kafka; una storia particolarmente importante su vari livelli.

Naturalmente non serve spendere troppe parole sulla trama, vero? (io me lo auguro). In ogni caso, parliamo di una realtà comune che diventa improvvisamente e senza apparente ragione, assurda. Gregor il nostro protagonista non particolarmente coraggioso ed avventuroso, si risveglia una mattina nel corpo di un insetto disgustoso.

Da quel momento in poi la sua vita viene ‘ri-scritta’ sulla base di questo avvenimento drammatico, che chiaramente potremmo metaforizzare con una grossa disabilità e/o cambiamento radicale. Un mondo perfetto prenderebbe la vita del protagonista e la metterebbe sulla strada dell’accettazione da parte di familiari ed amici … invece Gregor non verrà mai completamente accettato e non solo. Verrà nascosto, umiliato e condannato ad una morte silenziosa.

La prima cosa importante da notare mentre si legge … è che mentre Gregor appare non essere sconvolto affatto da quello che gli capita (che se ci pensiamo un attimo è talmente assurdo e drammatico che farebbe impazzire chiunque di noi), i suoi familiari e non solo anche i lavoranti che si trovano in casa ne sono sconvolti, si vergognano, lo credono maligno. Il padre arriva addirittura a ferirlo più di una volta. Inoltre lo nascondono dagli occhi dei curiosi. Come se la tragedia fosse la loro e non di Gregor.

Ci sono tanti punti del libro (che forse è più un racconto che un libro) che mi hanno colpito, ma voglio fare uno di quegli esempi che ad istinto mi fanno sorridere tutt’oggi (dopo anni in cui non lo leggevo e dopo averne ripreso alcune parti per sicurezza mia). Una volta che la sua famiglia appare accettare almeno il fatto che lui esista in questo modo, lui quando rimane da solo inizia ad uscire ogni tanto dalla sua stanza/prigione e si diverte ad arrampicarsi sulle pareti.

Un’immagine tenera: molto straziante se pensiamo al reale significato alienante di questo concetto. Eppure, in questo contesto, in qualche modo, Gregor preferisce LO STESSO la vita rispetto alla morte. Anche a queste condizioni.

Quello che è maggiormente drammatico in tutto il racconto è che a parte la sorella, nessuno dei suoi, cerca in nessun modo di mettersi nei suoi panni terribili. Non passa loro MAI nemmeno per la testa. E il soffrire di lui è silenzioso (metaforico che anche la sua stessa voce si fosse modificata e gli fosse impossibile la comunicazione) e sconfitto.

 

Certo: la diversità qui espressa è portata agli estremi ma se pensiamo a quello che ‘ci basta’ per identificare qualcuno come diverso nella società in cui viviamo, un estremo del genere altro non è che il massimo che si potrebbe raggiungere.

 

 

 

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