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Grey's Anatomy Rubriche & Esclusive

Da Grey’s Anatomy a Foglie D’erba | La Morte

E’ d’obbligo una premessa: sono consapevole di non stare per affrontare un argomento facile, anzi, una piccola parte di me non vorrebbe parlarne proprio, magari facendo finta che non esista affatto.

Ma faremo in questo modo: affronteremo l’argomento con la psicologia inversa. Considerando che la morte viene empiricamente definita la fine della vita, useremo la sua implacabilità per esaltare la vita stessa.

Come se la fine di qualcosa ne celebrasse la grandezza: un’ultima volta fissandola nell’eterno.

Oggi abbiamo scelto di provare a collegare un moderno medical drama (Grey’s Anatomy) con una poesia particolarmente ispirata.

Entrando nel merito del concetto di medical drama, è molto facile arrivare ad incontrare la morte: muoiono i personaggi che amiamo, muoiono quelli che non amiamo, muoiono i medici, muoiono i pazienti, muoiono i parenti.

In una didascalia di eventi, vediamo in essa rappresentata la nostra vita: senza entrare nella retorica, tutti abbiamo perso qualcuno. E dietro ad ogni perdita c’è stata una storia. Dei momenti. Delle emozioni. Delle persone.

Una delle cose che personalmente amo dello show (che ho seguito sin dall’inizio) riguarda la poca commercializzazione dei sentimenti drammatici: tutti i personaggi morti sono circondati da persone che li amano, ma riescono a mantenere una sorta di dignità andando incontro alla morte. E la reazione di chi rimane in vita rimanda a quella stessa dignità. Forse, in alcuni casi noi, esterni, potremmo definire questo tipo di reazioni ‘fredde’ o ‘ irreali’. Spesso non ci sono urla, non ci sono attacchi di panico, non ci sono chiusure alla vita, non ci sono cambiamenti radicali.

E non è forse lo specchio della nostra vita? La morte ci mette alla prova in una maniera assolutamente implacabile: non ci sono cure, non ci sono scorciatoie, non ci sono altre possibilità. Dobbiamo sederci, affrontarla (alla nostra maniera) e semplicemente trovare il modo di continuare a vivere.

A questo proposito voglio portare ad esempio uno dei momenti più drammatici dello show (e forse della storia della televisione): durante la seconda/terza stagione, una delle specializzande Izzie Stevens si innamora di un uomo con un grave malformazione al cuore (Danny). Il suo amore è talmente totalitario e profondo che Izzie prova anche a sconfiggere la morte per salvarlo: e quasi ci riesce.

Quasi. La morte di Danny però la riduce in un’apatia di sconforto tale da gettarla letteralmente a terra, incapace di ogni cosa.

Il video che segue racconta ciò di cui parlavo nella mia piccola intro. Come si VIVE dopo?

https://www.youtube.com/watch?v=U4IIAN8And8

Izzie non ha più alcuna forza. Nemmeno quella di alzarsi dal pavimento.

Ma quello che la spaventa maggiormente è la forza che dovrà trovare per alzarsi e fare quello che le persone si aspettano da lei: e cioè urlare, piangere, ribellarsi, cambiare qualcosa, AGIRE. Nell’avvicinarsi alla non-vita, la vita le ARRIVA addosso con una forza a cui nemmeno la mancanza di gravità potrebbe impedire di POTENZIARSI.

Un altro momento in cui la vita si riprende attivamente la sua rivincita sulla morte riguarda quello che accade dopo la morte di Mark e Lexie (tra la stagione 8 e la 9): il Seattle Grey perde il cuore e il polmone della sua vitalità, muore e rinasce come Grey Sloan Memorial.

Non è diverso ma lo è. Non ha dimenticato Mark e Lexie ma li ha dimenticati. Tutti coloro che li amavano non sono più le stesse persone ma lo sono. L’amore che ha nutrito quei corridoi e quelle ideologie si è rinnovato e trasformato.

Da una fine ha creato un inizio: inizio che non ci sarebbe potuto essere senza quella fine.

 

Da qui arriviamo alla struggente poesia di Walt Whitman (scrittore americano, dei primi dell’800).

Vivono e stanno bene in qualche luogo,
Il più minuscolo germoglio ci dimostra che in realtà

non vi è morte.
E che se mai c’è stata conduceva alla vita, e non
aspetta il termine per arrestarla, e che cessò nell’istante in cui la vita apparve.

Premetto che non sono così esperta di studi umanistici per farvi un’analisi didattica di un testo così importante, ma userò il metro con cui di solito mi avvicino a quello che amo. Quello emozionale.

In queste parole cosa ci dice il poeta? Intanto se scorrete i versi verso l’alto, tra le parole con cui Whitman descrive la vita troviamo una circolarità di sensazioni e di esperienze. Come se tutto portasse al tutto, e nello stesso momento al niente.

Limpida e dolce è la mia anima, e limpido e dolce è tutto quello che non è la mia anima.
Se manca uno, mancano entrambi, e il non veduto è
provato dal veduto.

Il titolo è chiaramente un richiamo alle origini empiriche della nostra esistenza (‘dalla terra si nasce, e lì si ritornerà’).

Ma non è la cruda e scura terra che accoglie il viaggio esistenziale del poeta, bensì lo è l’erba. Verde (come la speranza), rigogliosa, impetuosa, senza sosta, agitata dal vento e bagnata dalla pioggia.

E come l’erba si trova immersa in un percorso della natura, così lo è la nostra vita che si immola simbolicamente al cambiamento più estremo: quello della morte.

Qualcuno ha mai pensato alla fortuna di essere nato?
Mi affretto a informarli, uomo o donna che siano, che è evento altrettanto fausto morire, e io lo so.
Faccio esperienza di morte con chi sta morendo, e di nascita con il bambino appena lavato.

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