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Cotte Telefilmiche Rubriche & Esclusive

Cotte telefilmiche | Jesse Pinkman

Breaking Bad è una di quelle serie che hanno lasciato un’impronta indelebile nei nostri ricordi di telefilm addicted. Una di quelle serie che vorremmo non finissero mai, che ci mancano da morire quando finiscono e ci lasciano con la convinzione di aver appena ammirato un capolavoro e di non aver potuto chiedere di meglio.
jesseE Breaking Bad, oltre alla sensazione di vuoto e a una cultura sui metodi di cottura di metanfetamine che renderebbe Heisenberg fiero, ci ha regalato anche Jesse Pinkman. Jesse, con i suoi “Bitch” (ormai, è diventata la sua parola), i suoi primi piani con quegli occhioni azzurri profondi, i suoi “Mr White”, e i suoi alti e bassi che ogni volta ci facevano morire di preoccupazione, s’è ritagliato un fetta del cuore di tanti di noi.
E’ riduttivo semplicemente definirlo un “ragazzo problematico”, perché è molto più complicato di così. Jesse ha iniziato ad avvicinarsi alle droghe da giovane, ha iniziato Walter White al mondo della metanfetamina, gli ha fatto fare quel primo passo che lo ha portato a diventare Heisenberg, a scoprire la parte oscura di sé, e, in quel mare di corruzione e di morte in cui si è trovato a sguazzare, è riuscito, miracolosamente, a mantenere una certa dose d’innocenza, di umanità, e proprio questo lo ha portato vicino all’autodistruzione più volte.
Io mi sono innamorata definitivamente di lui dopo un episodio della seconda stagione, Peekaboo.
Jesse si presenta nella casa di una coppia di drogati e, quando arriva a casa loro, trova un edificio fatiscente e tetro… con un bambino. Un bambino sporco, trascurato, denutrito, poco amato, che ha dei genitori incapaci di prendersi cura di lui.
Ed è lì con questo bambino, che Jesse Pinkman mostra quanto sia immenso, quanto sia grande il suo cuore, quanta compassione abbia per gli altri, quanto non possa sopportare di vedere un essere umano, così indifeso, costretto a vivere in quelle condizioni. Se ne prende cura, si preoccupa per lui, urla contro i suoi genitori perché no, non accetterà che trattino in quel modo il figlio, non lo concepisce, non riesce a rimanere indifferente. E quando si arriva al sangue lo protegge, gli copre gli occhi perché non vuole che veda altri orrori, vuole che preservi un minimo di innocenza, vuole portarlo fuori da quell’inferno con un ricordo orribile in meno.
Eccolo, Jesse Pinkman: un drogato? Un ragazzo problematico? Incapace di liberarsi completamente di una tentazione, di una dipendenza? Troppo sensibile? Sì, ma anche una persona empatica, che non riesce a rimanere impassibile davanti alla sofferenza, che è meraviglioso coi bambini. Con lui, prima, con Brock, poi, è protettivo, non tollera che vengano feriti in alcun modo, vuole che si mantengano… bambini, e che abbiano tutto quello che i bambini devono avere: sicurezza, amore, serenità, possibilità di ridere e di avere qualcuno che tiene a loro. Questa è un’altra sua caratteristica che mi ha fatta sciogliere: la sua capacità di entrare in sintonia coi bambini, perché ha una tale riserva di dolcezza, di affetto, dentro, che quando è con oro risplende in tutta la sua innocenza.

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Jesse è consapevole di quanto sia pericoloso intraprendere la strada della droga, e proprio perché lo sa e ama la sua famiglia vuole difendere suo fratello, impedirgli di iniziare a fare quello che ha fatto lui. Proprio perché ama così tanto la sua famiglia è così doloroso, per lui, perderla. Quell’ambiente gli ha tolto tutto quello a cui teneva, e perciò, verso la fine della serie, Jesse è sprofondato in un baratro di senso di colpa, di disperazione, di sofferenza.
A volte, guardando Breaking Bad, mi sono ritrovata a pensare che Jesse avesse un animo troppo tenero per stare a questo mondo. Jesse si ritrova a commettere degli errori, a uccidere, ad essere usato come pedina, a dubitare di Walter, a perdere le donne che ama, ad essere prigioniero, ad arrivare a perdere tutto e a ridursi alla condizione di prigioniero… Eppure c’è una scintilla, in lui, che non si spegne mai. Quell’umanità che si spalanca davanti ai nostri occhi in Peekaboo fa fatica ad abbandonarlo: anche quando uccide un uomo, non riesce a farlo senza rimorsi. Quell’umanità che in lui, nonostante tutto, non riesce a spegnersi, è anche la sua rovina. Muore un po’ dentro ogni volta che fa qualcosa che va contro quello che è lui nel profondo e cerca di liberarsi da quella vita, perché gli ha provocato soltanto dolore.

 

http://www.youtube.com/watch?v=iYiqZemVpsQ

Il suo rapporto con Walter White è complesso e sarebbe difficile riassumerlo con una sola parola (dopo aver visto Breaking Bad, ti rendi conto che, in questa serie, niente è facile da descrivere, perché è stata scritta e interpretata così magnificamente che ci vorrebbero papiri per riuscire a spiegare personaggi, trama, e tutto ciò che di meraviglioso ci hanno regalato autori e attori), ma Jesse si preoccupa per lui, quando scopre che ha il cancro, e, dopo, cerca il suo aiuto, il suo sostegno. Iniziare a lavorare con Walter lo cambia; anche quando cucina per la prima volta i cristalli dopo aver visto Walter farlo, capisce che è cambiato qualcosa, nel suo modo di fare, e la sua vita non è più la stessa, da quando hanno iniziato a lavorare insieme. Jesse viene spesso visto come la palla al piede, perché il vero genio è Walter, e lo stesso Walter non riesce a capire i segnali di aiuto che gli manda Jesse, e lo manipola, gli mente, ma, in un modo un po’ contorto, sono legati l’uno all’altro.
Perciò Jesse, per tutta la serie, è come se seguisse un percorso inverso rispetto a quello di Walter. Mentre Walter White si trasforma in Heisenberg, e, così facendo, si libera di tutta quell’insoddisfazione che aveva addosso, scopre che gli piace quello che fa perché è bravo, e riesce a giustificare le sue scelte e a lasciarsi coinvolgere emotivamente fino ad un certo punto, Jesse si allontana sempre di più da quel mondo, perché l’innocenza che conserva sempre lo tormenta indicibilmente e un sentimento del genere, in quell’ambiente, ti distrugge.

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E il dolore finale, quello che lo abbatte, l’ultimo affronto, è la morte di Andrea e la prigionia: prima di quella, poteva avere una vaga (molto vaga) possibilità di credere di essere libero, almeno, di scappare, ma a quel punto non più. Perde davvero tutto, diventa un topo di laboratorio che esiste solo in funzione di un compito che non solo non lo appaga, ma lo ha anche lacerato nel profondo. E c’è quella sequenza, magnifica e terribile, in cui immagina di lavorare il legno (in un momento della serie dice che gli piacerebbe, quando gli chiedono cosa farebbe se potesse fare quello che vuole), ed è sereno, è soddisfatto… per poi accorgersi che è solo un’illusione, e lui si trova all’inferno. E tu, spettatore, resti lì, con la sensazione di un pugno nello stomaco, e speri che lo liberino presto, perché pensi che ne ha già sopportate abbastanza, che non vuoi che soffra più, che vuoi vederlo finalmente prendere le redini della sua vita ed essere felice, perché lui non vuole niente di tutto questo, e non lo merita. Ha fatto delle scelte sbagliate, ha commesso degli errori di cui si è amaramente pentito, non ha un passato del tutto pulito, ma è anche un uomo il cui animo non è completamente nero, un ragazzo capace di amare, che si preoccupa per gli altri, che vuole proteggere le persone che ama. Vederlo distrutto dopo la morte di Jane è stato orribile, così come lo è stato vederlo sconvolto dopo la morte dei due drogati in Peekabo. Ha una fortissima empatia, una grande sensibilità.
Jesse Pinkman è uno dei personaggi che più mi hanno ispirato tenerezza nella mia vita da telefilm addicted. Non so quante volte avrei voluto entrare nello schermo e abbracciarlo, dirgli che sarebbe andato tutto bene; quante volte gli ho inveito contro quando ha fatto qualcosa che, lo sapevo, lo avrebbe fatto sentire in colpa, che difficilmente avrebbe superato, che gli avrebbe dato un altro colpo al cuore. Aaron Paul è un mostro di bravura, capace di rendere Jesse reale, sfaccettato, autentico, sincero nel suo modo di parlare dei suoi sentimenti, dei suoi tormenti: il monologo della quarta stagione e quello in cui inveisce contro Walter, il momento in cui gli chiede di fargli compagnia e Walter non capisce che Jesse ha bisogno di conforto, mille altri momenti ancora nella serie sono da togliere il fiato. L’ho visto ferito, ma anche innamorato, dolcissimo coi bambini, capace di farsi rispettare, a volte anche divertente.

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L’ho visto crescere, cambiare, soffrire, crollare, poi riprendersi e crollare di nuovo. L’ho visto attraverso varie fasi della sua esistenza, sempre sperando che avrebbe trovato la sua pace. L’ho visto dimostrarsi, davanti ai miei occhi, molto più di un ragazzo scapestrato, ma un uomo meraviglioso, straziato dal suo stesso buon cuore. E durante questo percorso accidentato… mi ha conquistata. Ho amato il modo in cui ha saputo mostrare le sue debolezze, in cui si è mostrato vulnerabile, senza però sembrare debole, o lamentoso. Ho amato l’accanimento con cui ha cercato di proteggere la parte più pura di sé, senza lasciare che venisse contaminata. E’ tragico, per lui, che le stesse caratteristiche che lo rendono così fantastico, siano anche così pericolose per lui.
Non so voi, ma io, quando ho visto per l’ultima volta Jesse, anche se ho vissuto un trauma tremendo nel pensare che non l’avrei più visto, sono stata felice, da una parte. Perché mi sono così tanto preoccupata per lui, per la sua felicità, perché riuscisse a superare gli orrori che ha visto, perché risalisse dal baratro, che quando ho visto che sarebbe stato bene, che era riuscito a liberarsi e che era tutto finito, mi sono detta che potevo accettarlo, che anche se sarebbe stato triste doverlo salutare, almeno ero certa che sarebbe stato bene.

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