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Chicago Fire Chicago PD Recensioni

Chicago PD 5×01 / Chicago Fire 6×01 | Uno, nessuno e 51

Coraggio e paura sono ancora una volta protagonisti dai mille volti a Chicago e si confondono e si perdono l’uno nell’altra con le season première dei due show targati Dick Wolf, che mostrano e confermano l’esistenza dei due volti della città, così distanti e diversi eppure così complementari e indispensabili, in uno sfondo che accoglie tutte le sfumature delle sue storie e delle sue vite in un’unica, autentica ed originale identità.

 

CHICAGO PD & IL CORAGGIO DI RESTARE

Chicago torna nella nostra quotidianità con il suo aspetto più feroce, gelido e per questo motivo drasticamente realistico. Siamo nella Chicago di Hank Voight, siamo in una città che non è mai in pace e forse adesso lo è ancora di meno perché anche Voight ha perso la sua metà più umana, la parte più luminosa di sé. Richiede coraggio andare via e abbracciare l’incertezza di una nuova vita, così come richiede coraggio restare e vivere ogni giorno una quotidianità pericolosamente statica ma la sfida maggiore sta nel restare e affrontare la cinica ordinarietà senza la persona che rendeva tutto migliore, degno di essere vissuto con un briciolo di speranza. Hank Voight riparte per la prima volta senza Erin Lindsay al suo fianco, solo, in una realtà che non aspetta e che non fa sconti, ma la sua vita, vissuta ora in totale solitudine, sembra quasi rispecchiare un nuovo volto della serie, una serie in cui adesso il personaggio di Voight è ovunque, è preponderante, è assoluto, sbilanciando forse in parte gli equilibri della première, ma donando anche all’episodio quell’intensità di cui aveva bisogno.

La storia alla base di questa première è tragicamente ripetitiva, è una storia quotidiana, è la notizia che si rincorre ogni giorno e la battaglia che non trova mai fine. Quando in un conflitto a fuoco senza regole e senza limiti, Jay ferisce mortalmente una bambina di colore, la comunità nera di Chicago insorge e chiede, no, pretende che lui diventi l’emblema della condanna dell’eccessiva violenza della polizia. Le risonanze della tragedia attraversano tutti gli strati della società di Chicago, ma tutte le differenti sfumature della tematica si ritrovano proprio nei volti e nelle voci degli uomini di Hank Voight. Al di là delle mie opinioni personali sul personaggio, Jay Halstead è un poliziotto che affronta la criminalità di Chicago con estremo equilibrio, lontano da pregiudizi che possano offuscare la sua missione e la promessa di proteggere e servire equamente la sua città. Per questo motivo la sua innocenza è evidente anche nella tragica fatalità del suo operato, un operato davanti al quale Voight fa scudo, con ogni mezzo, con fiducia, con l’equilibrio e la saggezza di chi sul confine che separa l’eroe dal cattivo ci vive da sempre; ma credo che sia stato il confronto tra Kevin Atwater e Adam Ruzek a mostrare con feroce realismo quell’ostacolo che ancora non permette a quest’ombra di diradarsi.

Per la sua storia, per il suo passato, per la persona che è, Kevin vive questa ennesima tragedia ancora a metà ma sempre in prima linea, cercando il giusto mezzo tra innocenza e colpevolezza, tra criminalità e giustizia. Penso che proprio in episodi come questo diventi chiaro quanto sottovalutato sia il personaggio di Atwater, un uomo che in tutto il suo percorso ha sempre lottato duramente per cercare un punto d’incontro, per non dimenticare il suo passato e rispettare e onorare al tempo stesso il suo lavoro, in una dicotomia che solo in parte secondo me mostra quanto lacerante possa diventare questo dilemma nella vita di un poliziotto di colore. Kevin si muove con cautela, mettendo in dubbio ogni mossa, ogni decisione, ma a turbarlo profondamente non è neanche l’indagine bensì testimoniare sulla sua stessa pelle il pregiudizio che pervade chi dovrebbe guardargli le spalle e che invece diventa in quell’istante soltanto l’ennesimo sguardo sospettoso. Personalmente, credo che la posizione di Ruzek in questa storia sia inaccettabile. Ben lontano infatti dalle concrete ragioni che invece caratterizzavano la storia simile di Kim nella precedente ragione, Adam diventa con poche parole l’emblema di tutto ciò che è sbagliato in questa guerra, il simbolo di una posizione radicata nella convinzione di essere dalla parte del giusto, di essere in diritto di “chiedere perdono, anziché permesso”. La Chicago di Hank Voight vive secondo la sua giustizia, lo sappiamo, una giustizia che non è mai bianca o nera e che non può seguire le regole ordinarie, ma credo che le parole di Adam Ruzek non trovino spazio neanche o forse soprattutto in una città che vive costantemente in bilico come Chicago, e il modo in cui Hank Voight, Kevin Atwater e Jay Halstead si sono rapportati alla tragedia ne rappresenta a mio parere il fulgido esempio.

Un po’ troppo sullo sfondo mi sono apparsi i personaggi femminili della serie, la reinserita in squadra Kim Burgess, la “nuova” Hailey Upton e la veterana Trudy Platt mentre il ritorno di Antonio Dawson mi è sembrato un po’ troppo “abbozzato” nella frettolosità di una storia che era mancante di una “colonna portante” e che sentiva dunque disperatamente il bisogno di sostituirla per mantenere l’equilibrio della serie. Ma forse, forse lei mancherà sempre.


 

CHICAGO FIRE & IL CORAGGIO DI NON UCCIDERE

Audace nella sua nuova collocazione settimanale, “Chicago Fire” riporta la luce lì dove “Chicago PD” vede le ombre, in un equilibrio da yin & yang che ha sempre sostenuto perfettamente il confronto tra le serie più antitetiche del franchise di Wolf. Ciò che più mi spaventava di questa première erano le conseguenze di un cliffhanger che profumava tanto e forse troppo di dejà vu e mi paralizzava l’idea di ciò che sarebbe successo, non solo nella serie ma anche nel mio modo di rapportarmi ad essa. “Chicago Fire” è diventato in questi anni un porto sicuro, una delle poche certezze del panorama televisivo a mio parere, una realtà in cui non è tutto perfetto e in cui non hanno certamente paura di abbracciare il realistico dramma di tutti i giorni, ma è anche quella serie in cui hai sempre una possibilità in più, la possibilità di sperare, la possibilità di sorridere e la possibilità di avere ancora del tempo, di avere ancora un momento con la famiglia che hai scelto o con l’amore della tua vita. “Chicago Fire” è a mio parere, al momento, una delle serie tv più coraggiose che abbia mai visto, perché ha avuto il coraggio di voler essere una storia in grado di ispirare, una storia capace di affrontare il giovedì sera senza dover obbligatoriamente cedere alla tentazione di abbattere le sue colonne portanti, una storia tanto coraggiosa da … non uccidere.

Matthew Casey torna a casa con sua moglie, con la donna che aveva già perso troppo e non meritava di diventare l’ennesima martire della televisione, torna a casa per continuare a rappresentare l’emblema di un uomo che è costantemente portatore di luce, che cerca ogni volta, anche quando sembra impossibile, di fare la proverbiale cosa giusta, che sa sempre quali parole usare, un uomo che anche quando sa di non avere la certezza di poter mantenere la sua promessa, promette lo stesso, perché quella bugia in quel momento è tutto ciò che serve per andare avanti.

Mouch torna a casa da una famiglia che non è più disposto a lasciare, torna in una realtà che lo mette costantemente alla prova, la stessa prova che credeva di non riuscire più a superare e che invece adesso diventa il suo obiettivo principale, la sua ragione per continuare a lottare, ogni giorno. Credo che un episodio come questa première sia fondamentale per uno show come “Chicago Fire” proprio per questo motivo: per concedere quella seconda possibilità che troppe volte viene meno dall’altra parte dello schermo, per spingerci a guardare in faccia tutti quegli aspetti che vorremmo cambiare o che vorremmo rimediare della nostra vita e farlo quando è ancora possibile, senza aspettare oltre, soprattutto in un mondo come quello della caserma 51 dove ogni chiamata porta con sé la consapevolezza di poter essere l’ultima.

Ritrovare la 51 e ritrovarla col sorriso è un dono raro ma più di ogni altra cosa è intimamente rassicurante come uno show adrenalinico e intenso come “Chicago Fire” possa anche diventare una certezza, indipendentemente da ciò che riserverà il futuro, adesso, oggi, di “Chicago Fire” ci si può fidare.

 

Un circolo vizioso sembra però pronto a investire nuovamente Kelly Severide, a riportarlo indietro ad origini e abitudini che forse non ha mai lasciato del tutto, mai in maniera duratura. Più teme di diventare come suo padre, più sembra che tutti i colpi bassi ricevuti dalla vita stiano disegnando per lui proprio quel percorso. Ma nonostante la storia sembri sul punto di ripetersi, mi affascina e mi dà speranza la presenza di Stella nella sua vita, Stella che lentamente si è fatta spazio nella quotidianità di Kelly anche quando lui cercava disperatamente di tenere tutti distanti, come solo Shay era riuscita a fare prima di lei. La differenza questa volta è che Stella può davvero rappresentare per Kelly la stabilità che merita, l’amica in grado di stargli accanto così bene da aprirgli gli occhi e permettergli di vedere quanto lei possa essere molto di più.

E mentre quindi la caserma 51 recupera ancora una volta un equilibrio collettivo in grado di diventare un punto di partenza e di ritorno per tutte le sue vite, un nuovo capitolo dalle tinte oscure si apre nel finale in seguito all’incendio che travolge, e non a caso, la nuova scuola di Donna Boden.

Per una volta, oltre i dubbi, le paure e quelle parole d’addio il cui eco è stato la colonna sonora dell’estate di noi ChiHards, per una volta a Chicago “everybody lives” e va bene così.

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