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Chicago Fire/Med/PD | Recensione Cross-over – One Chicago

Da cuore a cuore. Questo è stato il mio primo pensiero al termine dei tre episodi della trilogia seriale firmata Dick Wolf, questa mi sembra la definizione più adatta per l’ultimo cross-over interamente vissuto e sofferto nell’immensa Chicago, una città dai volti spesso così diversi ma soprattutto una città protagonista che rivediamo in ognuno dei nostri eroi, nelle loro gesta, nelle parole, nelle paure, nella forza di restare uniti anche di fronte all’ennesima sfida che toglie loro il fiato e a volte anche la speranza nei confronti del prossimo. One Chicago: tre mondi apparentemente così distanti annullano le loro diversità trovando l’uno negli altri una straordinaria sintonia di storie ma soprattutto di vite; le vite dei vigili del fuoco, medici e poliziotti che si uniscono in un unico fronte mentre la fredda e magnifica Chicago si staglia sullo sfondo in tutta la sua imponenza.

The Beating Heart. La caserma 51 ha sempre rappresentato l’anima più luminosa e ottimista di una città difficile come Chicago. Contro gli inganni, il crimine, la corruzione e l’oscurità che si ritrovano ad affrontare ogni giorno, gli eroi della 51 resistono stoicamente come baluardo di speranza, di gentilezza e di accettazione, tutti uniti negli stessi valori, gli stessi principi, come se i loro cuori si sincronizzassero per battere all’unisono in un unico ritmo pulsante. E il vero superpotere di questo straordinario gruppo di uomini e donne sta proprio in questa unione quasi travolgente, nella loro capacità di affrontare quasi come un branco l’avversità che li ha messi in ginocchio, chiudendosi in cerchio e proteggendo il loro cuore ferito, che si tratti del loro capo a cui giurano eterna lealtà, di un’amica a cui tutti tengono la mano o di quell’uomo che non ha mai smesso di credere nel prossimo e che proprio per questo ha pagato il suo prezzo più alto.

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Il sentimento prevalente nella prima parte di questo cross-over, quella sviluppata propriamente in Chicago Fire, è secondo me la rabbia. Come ho detto infatti, la caserma 51 è da sempre il simbolo delle seconde possibilità, della speranza di ricominciare, della fiducia nei confronti di un’umanità per cui tutti loro rischiano la vita ogni giorno, anche quando forse non ne vale la pena, anche quando tutto sembra convincerli che il loro sacrificio non sia meritato. Quando questa fiducia viene tradita così profondamente, le promesse, i valori, le scelte, vengono rimessi inevitabilmente in discussione e tra il dolore e la preoccupazione, si fanno spazio sentimenti nuovi come la rabbia, il rancore e il sospetto, nei confronti di chiunque, impedendo però in questo modo di riconoscere la luce nell’oscurità. Aver ritrovato Herrmann in fin di vita in quel bar che da sempre rappresenta una seconda casa per tutti loro, un porto sicuro in cui rifugiarsi, spinge l’intera famiglia della 51 a cercare un colpevole, a cercare qualcuno verso cui puntare il dito, qualcuno da poter accusare per il dolore provocato, loro che troppe volte purtroppo possono solo accettare la tragedia nelle loro vite come conseguenza inevitabile del loro lavoro, della scelta compiuta, della chiamata a cui rispondono ogni giorno con orgoglio. Ma questa volta è diverso, questa volta qualcuno deve assumersi la responsabilità di ciò che è accaduto, qualcuno deve pagare in nome di una giustizia in cui tutti loro credono ciecamente. Mentre Herrmann lotta tra la vita e la morte, gli uomini della 51 cercano quindi il loro colpevole che adesso però assume sembianze sempre differenti.

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Per Joe Cruz, l’“uomo nero” della sua storia ha il volto di Freddie, il giovane gangster a cui aveva teso una mano, portandolo nella sua “casa” e nella sua famiglia, credendo che meritasse la possibilità di avere di più, di essere di più, di poter scegliere il proprio destino, ma allo stesso tempo Joe vede il colpevole anche nel suo riflesso, e per qualche momento anche Severide fa lo stesso, perché proprio la fiducia di Cruz ha portato nelle loro vite un ragazzo che purtroppo aveva già scelto il suo cammino tanto tempo prima e non aveva mai davvero deciso di cambiarlo. Attanagliato dai sensi di colpa, Cruz viene perseguitato dalle sue scelte, da quella singola decisione sbagliata che adesso si mostra in tutta la sua fatalità, ma ogni membro della 51 sceglie di sostenerlo e supportarlo, primo tra tutti proprio Christopher Herrmann, l’uomo che più di ogni altro aveva fatto della bontà e della generosità i suoi punti di forza, e che adesso libera Cruz da un peso che non riusciva a sopportare, perché porgere quella mano è ciò che avrebbe fatto anche lui, ciò che ognuno di loro avrebbe fatto al suo posto.

Le condizioni di Herrmann però continuano a peggiorare e gli uomini della 51 hanno ancora bisogno di sentirsi in controllo per una volta, di credere di poter fare qualcosa pur di salvarlo. Cercando quindi disperatamente di non sentirsi impotente di fronte all’ennesimo colpo al cuore subito, Severide si guarda intorno e cerca ancora una volta un responsabile, un volto concreto contro cui combattere per proteggere la sua squadra. E la sua scelta adesso ricade sul dott. Connor Rhodes, il nuovo chirurgo del Chicago Med responsabile proprio delle cure di Herrmann. Supportato da un parere medico “rubato” (e mal interpretato) al dott. Halstead, Severide comincia a mettere in dubbio la prontezza del dott. Rhodes nel riconoscere e trattare immediatamente le condizioni di Christopher, accusandolo non troppo velatamente di aver sottovalutato la gravità della situazione. Il clima di sfiducia che Severide purtroppo genera diventa ben presto un domino di insicurezze che non solo minano alla base rapporti professionali e umani, ma che rischiano anche di causare un’inarrestabile degenerazione della situazione al punto tale da permetterle di diventare ancora più fatale.

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Ma ancora una volta, a contrastare l’oscurità delle paure e dei sospetti, ci pensano i rapporti umani, primo tra tutti quello che lega Gabriela Dawson a Christopher Herrmann. Pura luce dell’episodio, Gabby restituisce a Chris tutto l’amore e il supporto che aveva ricevuto poco prima nel suo momento più buio, quell’affetto puro e incondizionato che li unisce quasi come se fossero legati geneticamente ma che invece diventa ancora più intenso e profondo proprio perché non lo sono, perché Gabby e Herrmann si sono scelti, senza obblighi o vincoli di sangue, diventando tutto ciò che una famiglia dovrebbe essere.

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MALIGNANT. Paradossalmente potremmo dire, la quotidianità di quel lavoro quasi sacro che non permette ai vigili del fuoco della caserma 51 di fermarsi per nessun motivo, diventa anche il fulcro centrale dello sviluppo della storia, soprattutto della sua seconda parte ambientata tra i corridoi del Chicago Med. Così come la rabbia e il rancore sembravano pervadere lo spirito di Chicago Fire, il sospetto e il dubbio diventano protagonisti nelle vite dei medici del Chicago Med, impostando le basi di quella storia che avrebbe preso vita in tutta la sua forza travolgente nell’ultimo atto del cross-over.
Un “ordinario” intervento dei vigili del fuoco su un edificio in fiamme a causa di una fuga di gas, porta all’attenzione dei dottori del Chicago Med il caso di tentato suicidio della donna responsabile dell’esplosione. Mentre diversi casi paralleli proseguono contemporaneamente occupando allo stesso tempo la giornata di tutti i medici d’urgenza dell’ospedale, una strana coincidenza viene alimentata diagnosi dopo diagnosi, trattamento dopo trattamento, diventando sempre di più troppo evidente e sospetta per essere ignorata. Al centro di tutto vi è costantemente lo sguardo vigile e percettivo del dott. Charles che possiamo quasi osservare mentre per tutto l’episodio continua a guardarsi intorno, ad ascoltare i dubbi e le incongruenze di casi medici che assumono sfumature sempre più labili mentre nella sua mente iniziano a formarsi collegamenti quasi assurdi ma che diventano fatalmente l’unica spiegazione razionale. La donna responsabile della fuga di gas, un’anziana signora, una giovane ragazza vittima di un’incidente stradale, tutti i pazienti più recenti del Chicago Med sembrano accomunati da un’imponente presenza di chemio nel loro organismo ma, per qualche miracolo, il loro corpo è ormai libero da qualsiasi forma di cancro. Mentre i dottori Rhodes, Choi, Halstead e Manning intraprendono quindi individualmente le terapie più opportune per i loro pazienti, il dott. Charles continua a vegliare con discrezione su ognuno di loro, con occhio analitico, cercando una risposta o forse solo una conferma nelle vite delle tre donne, nei loro legami, nelle loro storie cliniche, conducendo in questo modo quelle prime indagini che inevitabilmente coinvolgono progressivamente anche la squadra dell’intelligence di Hank Voight.
E proprio quando i dubbi e le preoccupazioni per la salute di Herrmann riescono finalmente a dissiparsi grazie all’eccezionale lavoro del dott. Rhodes e all’arresto del giovane Freddie, un nuovo drammatico capitolo si apre purtroppo nelle vite dei protagonisti nel momento in cui quella sensazione di inquietudine e turbamento che ha pervaso tutta la seconda parte del cross-over si mostra adesso nella sua fatale verità, confermando quel piccolo atroce sospetto che il dott. Charles sapeva fin dall’inizio di non poter ignorare: tutti i pazienti trattati con l’abbondante dosaggio di chemio non avevano mai davvero sofferto di alcuna forma di cancro, ritrovandosi quindi vittime di un crudele gioco al massacro per il delirio di onnipotenza di un uomo di scienza.
NOW I’M GOD. L’ultimo atto del cross-over è a mio parere, come sempre in fondo con Chicago PD, il più cinico, il più oscuro e “freddo” potremmo dire, perché rispecchia il volto più difficile di Chicago, quella città così intensa ma a volte anche così sbagliata, la Chicago che appartiene in tutte le sue sfaccettature al sergente Hank Voight e al suo team d’Intelligence. Il primo aspetto che ho apprezzato davvero della parte conclusiva del cross-over è stata la facile armonia che si è creata immediatamente tra le storie e le vite di Chicago Med e quelle di Chicago PD. Oltre all’ovvio legame costante tra i fratelli Halstead, ho avvertito particolarmente ben riusciti gli inserimenti dei personaggi di Natalie Manning e del dott. Charles, la prima probabilmente turbata a tal punto dalle recenti scoperte da mettersi istantaneamente a disposizione del team di Voight, senza pensare troppo alle regole o alle conseguenze (proprio come piace a Voight), il secondo invece era immerso nella vicenda fin dal principio ma è stata la sua incredibile lealtà alla squadra dell’Intelligence a colpirmi per davvero. Ma proprio come affermavo all’inizio, questo cross-over è andato “da cuore a cuore”, e quindi da quello di Herrmann arriviamo improvvisamente a quello di Voight, nel preciso istante in cui il medico che aveva in cura tutte le pazienti erroneamente trattate con la chemio si rivela lo stesso che si era preso cura di Camille, la compianta moglie di Voight.

Per la prima volta dall’inizio del secondo spin-off della trilogia di Chicago, ci ritroviamo trasportati nella più intima vita di Voight, lo vediamo sorprendersi come mai prima d’ora, lo vediamo ricordare e aprirsi anche solo per un po’ alla sua umanità, al lato più luminoso di sé, quel lato che probabilmente custodisce in una scatola insieme ai suoi ricordi più preziosi. A sorprendermi però non è stata solo la svolta personale delle indagini quanto invece la reazione dello stesso Voight in seguito alla scoperta. Troppo abituati a conoscere quell’uomo che di fronte alla sua famiglia, perde consapevolmente il lume della ragione chiudendosi in un mondo in cui esistono solo lui, il suo dolore e la sua rabbia, è stato straordinario secondo me vedere come anche solo il ricordo di Camille abbia cambiato Voight, i suoi modi di fare, il carattere orgoglioso e inarrestabile, la sua ira incontrollabile di fronte al puro male. E come capita spesso in questa serie, non ci sono mai davvero dubbi sul “cattivo”, la sua natura ci viene mostrata apertamente fin dal principio proprio perché l’attenzione non si concentri sull’identità o sulle sue ragioni ma esclusivamente su ciò che va fatto per fermarlo, con qualsiasi mezzo. Tramite le parole del dott. Charles, il ritratto del medico diventato celebre per aver curato un cancro mai esistito assume lineamenti sempre più marcati, evidenziando la natura psicopatica dell’uomo, spinto dalla brama di poter avere tra le mani il destino dei suoi pazienti, di poter finalmente innalzarsi a livello di Dio, decidendo chi vive e chi muore.

Di fronte alla realtà più drammatica che potesse affrontare come uomo, il dilemma che pervade Voight è quasi leggibile chiaramente nei suoi occhi, mentre lotta con tutte le sue forze tra ciò che vorrebbe fare e ciò che invece Camille vorrebbe che lui facesse. Ma fin dall’inizio dell’episodio, c’è un momento che sembra ripetersi continuamente, quasi come un messaggio per lui e per noi, e in questo momento ogni volta che Voight compie un passo nella sua storia, Erin è esattamente dietro di lui, sempre, pronta a sostenerlo in qualunque sua decisione, a frenare la sua ira come solo lei può fare, a parlargli sapendo che lui l’avrebbe ascoltata.

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Erin Lindsay rappresenta dal primo episodio di questa serie la più profonda umanità di Hank Voight, il suo lato più semplice e a volte anche il più fragile perché non c’è nulla che lui non farebbe per Erin, perché soltanto lei riesce a vedere lo stesso Voight che vedeva e amava Camille. Ancora una volta una piccola finestra sul passato ci mostra quanto Voight sia stato per Erin la sua prima possibilità, la prima chance di essere una persona migliore, la prima occasione di avere una famiglia, la prima volta in cui si è resa conto di cosa significasse avere una madre in grado di donarti amore incondizionato anche quando non ti conosce.

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Erin & Voight hanno affrontato la loro indagine come avevano fatto tante volte nella loro vita con Camille, come una famiglia, contando l’uno sull’altra, aspettando il momento migliore per attaccare, giocando secondo le regole forse per la prima volta perché questo avrebbe voluto Camille e soprattutto senza paura di mettersi in gioco completamente proprio perché il loro cuore diventa adesso la carta vincente.

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Ancora una volta, i cross-over tra le serie tv dell’impero di Dick Wolf si impongono in tutta la loro maestria, diventando un autentico evento televisivo ma soprattutto riuscendo a creare un unico mondo in cui realtà differenti convivono con intensa e sublime armonia, mentre la fredda Chicago veglia sugli eroi che le consacrano la vita.

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