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Castle Recensioni

Castle | Recensione 6×22 – Veritas

Come si può descrivere ciò che è successo? Come posso trasmettere con le mie parole le emozioni, le sensazioni, i pensieri e i ricordi? Mi sembra quasi riduttivo chiamare “Veritas” soltanto “un episodio”, “Veritas” è stato quel momento che aspettavamo, è stato tutto ciò che avevamo sempre voluto e anche di più, è stato il traguardo di un percorso che siamo quasi orgogliosi di aver affrontato insieme a Kate Beckett, che per noi ormai è molto più di un personaggio, è un insegnamento, è un modello di vita, è la speranza che la Verità alla fine Vince Sempre.

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Vincit Omnia Veritas

Oggi, ieri, domani o in qualsiasi momento ogni singolo fan vedrà l’episodio, si renderà conto di essere parte di qualcosa: parte di un fandom composto da tante persone diverse, ma con quel fondamentale punto in comune che ci fa sentire speciali a modo nostro; parte di un prodotto televisivo in cui niente è stato lasciato al caso, in cui cast, scrittori, registi e ogni sorta di collaboratore hanno creato in perfetta sintonia un mondo vero, vivo e travolgente; parte alla fine di una storia che non è soltanto una serie tv, ma è anche la nostra storia perché per 42 minuti noi siamo lì con loro, noi siamo in quel distretto o in quell’appartamento così spartano e così immenso, noi siamo una famiglia. E sono questi mondi che voglio raccontarvi oggi, mondi che come è successo spesso in “Castle”, hanno abbattuto le loro mura creando un unico universo dove Kate e Stana sono la stessa persona, dove Montgomery e Gates vivono nella stessa realtà, dove noi e loro mettiamo la parola fine ad un capitolo della nostra storia.

Di già al “Previously on Castle” sono riaffiorate le palpitazioni perché in quel tradizionale riassunto abbiamo rivisto o sarebbe meglio dire rivissuto tutti i momenti più importanti di quel caso, di quella storia di cui ci siamo innamorati e che nel tempo aveva reso Beckett la persona che conosciamo oggi, la donna che ha dato un nuovo significato alla parola “determinazione” e che credevo davvero di aver capito fino in fondo, ma che ho scoperto di non avere la minima idea di quanto forte potesse diventare.

Per tutto questo tempo, mentre donava agli altri quella giustizia in cui crede così fermamente, mentre si abbandonava a quella serenità che meritava da sempre, Kate non aveva dimenticato neanche per un secondo la sua Verità, quella che anche sua madre cercava e che aveva protetto fino alla sua morte, quella che era diventata per Kate l’unico punto fermo del suo cammino. Ritroviamo così Beckett nuovamente immersa nell’indagine più importante della sua vita mentre cerca di seguire gli spostamenti di colui che ha ormai individuato come il tramite tra Vulcan Simmons e il senatore Bracken, tra la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti e i fondi che la finanziano. Ma più in alto un uomo come Bracken vuole arrivare, meno ostacoli concepisce sulla sua strada e proprio quando Kate credeva di essere in vantaggio, scopre in realtà di essere giunta inconsapevolmente alla fine di una gara che vedrà un solo vincitore.

La mattina seguente al suo appostamento, Kate scopre che la stessa persona che rappresentava la sua arma più promettente per mostrare al mondo il vero volto di Bracken era stata appena uccisa e si ritrova nella terribile sensazione di non poter rivelare alle persone che considera la sua famiglia il perché quell’omicidio rappresentasse per lei una sorta di messaggio o di mossa strategica in una partita a scacchi in cui comincia a sentire di essere prossima alla sconfitta. Bracken ha ricominciato a muovere le sue pedine e il passo successivo era quasi prevedibile: Vulcan Simmons. Così come Beckett, anche noi abbiamo imparato a conoscere Bracken e il suo modus operandi ed era inevitabile non immaginare un piano che prevedesse l’uscita di scena di Simmons e Kate nello stesso momento, nessun pericolo nessuna minaccia per il probabile futuro presidente degli Stati Uniti. Facilmente si crea il collegamento tra la vittima e Simmons, ancor più facilmente Simmons sembra uscirne pulito per l’ennesima volta e lo spirito ribelle di Beckett (esclusa dal caso proprio per i suoi precedenti, mi aspettavo quasi la scena in cui prende la giacca dalla sua sedia e lascia il distretto!) diventa una conseguenza prevista dal grande burattinaio che da troppo tempo tira le sue fila. Beckett rintraccia Vulcan in un magazzino abbandonato in cerca di risposte, ma ciò che ottiene sono soltanto altre domande soprattutto quando il mattino seguente il corpo di Simmons viene ritrovato nello stesso magazzino privo di vita. I timori più ovvi che involontariamente balenano nelle menti di Esposito, Ryan e Castle diventano dubbi quasi fondati quando si scopre che uno dei proiettili fatali per Simmons è stato esploso dalla pistola d’ordinanza registrata a nome di Katherine Beckett. Voglio porre l’accento ancora una volta sullo spazio piccolo ma fondamentale ritagliato a Tamala Jones in quanto vedere e sentire la sua Lanie tremare di fronte alla possibilità che la sua migliore amica possa vivere l’ennesimo momento infernale, è stato sinceramente emozionante.

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Non appena si diffonde l’odore di vendetta, puntuali gli Affari Interni piombano nel Distretto in cerca di gloria pretendendo la testa di Beckett su un piatto d’argento. Ma Kate è in modalità “prendetemi se ci riuscite” e ha già preso il volo dal Dodicesimo con l’aiuto di colui che rappresenta la promessa del suo lieto fine. Basta poco affinché il Senatore riesca a rendere Beckett il nemico pubblico #1, ma mentre KatEminem (concedetemela questa!) incontra Castle a quello che è diventato il simbolo del loro amore, il Capitano Gates resta al Distretto a non capirci niente. Ho amato con tutta me stessa notare come Ryan e Esposito si siano alla fine resi conto di non essere soli e mai come in questo episodio ho avuto la sensazione che Gates abbia davvero sostituito Montgomery. Kevin & Javi scelgono di fidarsi e raccontano a Gates tutta la verità sulla storia di Beckett e di sua madre, forse senza raggiungere grandi risultati ma con la consapevolezza di poter contare su un’altra amica.

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Kate è in fuga, braccata sia dai buoni che dai cattivi, ma non si arrende, non ora che nel bene o nel male sente avvicinarsi quella conclusione che ha cercato disperatamente per troppo tempo. Al suo fianco c’è l’unica persona che l’ha sempre sostenuta e che la spinge a lottare per qualcosa anche più importante del suo passato; a guardarle le spalle ci sono i suoi due angeli custodi, coloro che hanno sempre cercato di proteggerla da qualsiasi pericolo mentre di fronte a sé Kate ha un unico obiettivo che adesso diventa ogni minuto più reale e possibile soprattutto grazie al ritorno di un fantasma dal suo passato, un fantasma non poi così evanescente. In un parcheggio sotterraneo, di nuovo nell’ombra, il sig. Smith (che aveva finto la sua morte per ingannare Bracken) ritorna ad aiutare Beckett, così come aveva promesso a Montgomery e le rivela l’esistenza di un’ultima e decisiva prova che incastrerebbe il Senatore per sempre, una cassetta audio in cui Bracken ammette i suoi crimini. E così com’era arrivato, nello stesso modo Smith scompare nuovamente nell’ombra lasciando a Kate l’ultima speranza di salvezza.

Sapere dell’esistenza di un prova che metterebbe fine ai suoi problemi non è esattamente come possederla così Beckett cerca di raccogliere le forze e le idee in un’anonima stanza di motel, ma è qui invece che si ritrova ad affrontare la sua paura maggiore, il suo peggior demone. Fatalmente sola, Beckett viene raggiunta da Bracken ormai consapevole del suo bluff e deciso a non permetterle più di intralciare i suoi piani. Quello a cui assistiamo non è davvero un confronto perché per quanto affascinante sia come personaggio, Bracken resta sempre un codardo, un uomo fermo immobile nella sua bolla che chiede agli altri di liberargli il passaggio, un uomo intelligente certo, ma senza il carattere di guardare negli occhi la sua più grande minaccia ed eliminarla, soprattutto quando è lei stessa che ti chiede di essere uomo per una volta e smettere di delegare. E so che può sembrare la classica descrizione del “buono vs il cattivo”, ma dall’altra parte Kate Beckett illumina per l’ennesima volta il mondo intorno a sé, con il coraggio di continuare ad alzare la testa per guardare negli occhi e sfidare il suo avversario, con l’astuzia di resistere ai tentativi di sottomissione fingendo di essere ormai giunta alla sua fine e poi, quando capisce di essere nuovamente in controllo, reagire con una forza quasi sovrannaturale e con uno sguardo privo di dubbi perché nessuno potrà mai davvero fermare Kate Beckett.

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Libera, ma ferita, l’adrenalina comincia ad abbandonarla ma giusto in tempo per permettere al suo cavaliere di trovarla e portarla in salvo.

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Mentre Castle è disposto a fuggire con lei, ancora addormentata, Beckett sogna e ricorda, mettendo insieme tutte quelle parole che continuavano ad affollare i suoi pensieri ma che alla fine ritornano a quel momento in cui tutto è cominciato, in cui la giovane agente Beckett incontrava per la prima volta il suo capitano Montgomery che le chiedeva qualcosa che non aveva avuto mai davvero senso fino a quel giorno.

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Kate si sveglia e decide di continuare a combattere, di tornare indietro al punto di partenza perché a volte la soluzione più importante è quella che è sempre stata sotto ai suoi occhi. Nell’appartamento di Kate, Beckett e Castle trovano la conferma che l’audiocassetta era effettivamente nelle mani di Johanna, ma non hanno il tempo di cercare altrove perché gli Affari Interni li riconducono al distretto come se fossero i peggiori tra i criminali.

Ma proprio lì, dove tutto è iniziato, al fianco di colui che è già la sua famiglia e che non ha bisogno di un certificato che lo attesti, Kate trova la sua soluzione in uno di quegli oggetti dal significato misterioso che campeggiano da sempre sulla sua scrivania.

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Negli elefanti che formano una famiglia, Johanna Beckett aveva nascosto la sua Verità, quella verità che avrebbe reso libera la sua di famiglia.

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Nel mettere un passo dopo l’altro per raggiungere Bracken e interrompere la sua gloriosa conferenza stampa, si possono quasi sentire i ricordi e tutte le emozioni che Kate ha provato in tutti quegli anni in cui ha cercato le sue risposte, la rabbia, la frustrazione, il dolore, la speranza, lasciano ora il posto a quel sentimento che non credeva avrebbe mai provato: liberazione. Di fronte a Bracken, Kate Beckett è impassibile e pronuncia quelle parole che sognava di dire da tanto tempo.

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Kate accompagna in manette Bracken fuori dall’edificio dove Ryan e Esposito lo prendono in custodia mentre Castle è ancora lì, SEMPRE lì ad aspettarla, orgoglioso della sua musa, mentre lei adesso si abbandona nelle sue braccia come forse non aveva mai fatto prima.

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Rob Hanning & Terence Paul Winter si prendono la responsabilità di scrivere un episodio importante tanto quanto una series finale e insieme vincono questa sfida creando una storia anche migliore di quanto avessi immaginato. Ma dall’altra parte della cinepresa c’è il solito Rob Bowman, il mio “occhio” preferito col quale guardare “Castle”, quello stile inconfondibile di regia “innamorato” di Stana Katic e appassionato di colori, sfumature e ombre che ti rapiscono e ti trasportano nel Dodicesimo Distretto insieme a tutti loro. E l’ultimo “sforzo” (vostro nel sopportarmi) è dedicato proprio a Stana Katic che ancora una volta ha tirato fuori dal cilindro un’interpretazione magistrale! Svegliati Mondo, Stana è una Stella! A incorniciare il quadro, il sempre presente Robert Duncan che per l’occasione riprende alcuni dei suoi motivi più famosi ed emozionanti.

 

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