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Castle Recensioni

Castle | Recensione 6×02 – Dreamworld

Il secondo tempo è sempre il migliore. È quasi un “must” che spazia tra diverse circostanze accomunate da questa particolare caratteristica: il meglio arriva sempre alla fine. Durante una partita di calcio è spesso nel secondo tempo che il risultato si sblocca; in un film al cinema è con la seconda parte che la storia affronta il suo punto di maggiore interesse. La stessa regola vale anche per gli episodi a trama unica divisi in due parti, tipici di “Castle” anche se di solito posizionati a metà stagione. Se nella première, ovvero la prima parte, il tempo è stato dilazionato tra le diverse storie personali e il caso principale, in “DreamworldDavid Grae (sceneggiatore dell’episodio) ha avuto la possibilità di concentrarsi esclusivamente sugli sviluppi dell’indagine e sugli effetti che avevano avuto in particolar modo su Castle. Il risultato non poteva che essere strabiliante.

 Il Fattore Umano. Si riprende esattamente da dove avevamo lasciato: Beckett fa appello a tutta la sua forza per confessare all’uomo che ama che ha meno di un giorno da vivere e Castle si affida ad una razionalità usata di rado per cercare la soluzione più ovvia: un antidoto. Ma come Castle ci ha insegnato fin dalla prima stagione, in ogni storia, per poter capire le conseguenze c’è bisogno di indagare le cause e per trovare un antidoto bisogna prima capire il perché del veleno. Seguendo quell’unica pista accennata da Esposito nel primo episodio, Beckett e la sua squadra collegano la prima vittima della tossina letale, un ex-militare, ad una base segreta in Afghanistan (nome in codice Dreamworld), una missione che dovrebbe quasi essere una leggenda, ma che invece diventa ogni minuto più tragicamente reale. La fortuna di non lavorare più in un ordinario distretto di polizia di New York sta nelle informazioni, rapide e precise, che permettono di ottimizzare la risorsa più scarsa e importante in questione: il tempo. A quanto sembra non era la prima volta che il nome di Dreamworld catturava l’attenzione di qualcuno e quando non è un detective a fare domande, si tratta quasi certamente di un giornalista. Brad Parker aveva provato con un suo articolo a porre l’attenzione sulla base fantasma di Dreamworld, ma il suo lavoro era stato prontamente bloccato e nascosto in qualche angolo remoto di un archivio, severamente controllato dall’occhio vigile del Segretario della Difesa. E sapete cosa si dice: quando a scomodarsi sono le persone importanti, vuol dire che hai fatto centro.

“Timidamente” intimato da una Beckett molto più detective che agente, il Segretario racconta come la base di Dreamworld facesse parte di una missione segreta (ma effettivamente non poi così tanto segreta) che aveva permesso la cattura di una delle personalità più importanti di Al-Qaeda. Il furto di una tossina più il collegamento al nemico pubblico numero uno suggerisce un solo scenario: attacco terroristico. Ma quando il sospettato principale si trasforma in persona informata sui fatti, l’istinto di Beckett e l’intuito di Castle tornano a formare quella brillante coppia di partner che rendeva il Dodicesimo distretto così efficace e ci si rende conto che dietro quella che si pensava fosse una motivazione politica si nasconde invece il più innato e naturale sentimento umano. Tutto ruota intorno a “Valchiria” (Valkyrie), nome in codice di un agente dell’intelligence statunitense, infiltrata nella casa del membro dell’organizzazione di Al-Qaeda e prontamente sacrificata in seguito all’attacco aereo della base Dreamworld. Forse la sua storia sarebbe stata insabbiata e dimenticata, ma quell’agente aveva una vita al di là della sua missione e il suo fidanzato aveva cercato inutilmente giustizia, prima con le sue parole scritte in un articolo e dopo con un gesto disperato guidato da un cieco desiderio di vendetta verso coloro che avevano ritenuto sacrificabile la donna che amava.

In una lotta contro il tempo, cercando in ogni modo di non permettere alla disperazione di prendere il sopravvento, Beckett si fida dell’ennesima intuizione di Castle e corre a salvare la vita della moglie del Segretario della Difesa nonché generale a capo della missione Dreamworld, ma più di tutto corre verso la sua ultima possibilità di salvare Castle e vivere quel lieto fine che tanto cercano di raggiungere. Determinata come lo era stata per scoprire la verità dietro l’omicidio di sua madre, Beckett riesce a fermare Parker e a proteggere l’uomo che ama, in un finale degno di un grande scrittore.

Si immaginava uno scenario di pericolo collettivo, si preparavano a fermare un attacco terroristico, si credeva in una vendetta politica ma la verità dietro la storia era molto più semplice e profonda di quanto pensassero. Non era una cellula terroristica a chiedere giustizia, ma il cuore spezzato di un solo uomo a cui era stata negata la possibilità di essere felice.

Gioco di Squadra

Né agente né detective. Per quanto abbia provato a mantenere estrema professionalità e lucidità, Kate Beckett ha affrontato questo caso con tutta la determinazione e la perseveranza di cui è capace perché ogni minuto che perdeva senza aver trovato una soluzione, era un minuto in meno che Castle aveva da vivere e questo countdown scandiva inesorabilmente ogni attimo del suo tempo, ogni azione e ogni decisione che prendeva. Ma il peso che l’attanagliava e il dolore di dover interiorizzare la sua preoccupazione portavano Beckett a tirar fuori quel lato di sé che spesso cercava di nascondere, quella rabbia inarrestabile che tante volte aveva mostrato nella stanza interrogatori del suo distretto. Di fronte alle bugie e ai segreti  che chiaramente leggeva nel volto del Segretario della Difesa a discapito della vita di Castle, Kate reagiva come era tipico della sua personalità, con astuzia e impulsività, faccia a faccia, senza mostrare il minimo cedimento e affrontando a viso aperto tutti gli ostacoli che osavano interporsi tra lei e il suo obiettivo. Alla fine della giornata Beckett è riuscita a rimettere in ordine tutti quei pezzi della sua vita che sembravano esser stati sconvolti dalla forza prorompente di un uragano, ma libera da preoccupazioni e ansie, ciò che resta è sempre la solita Kate, pensierosa e riflessiva, che si domanda quali, tra le scelte fatte, siano davvero quelle giuste.

Da regista a protagonista. Se ci pensate un attimo, se avesse vissuto questa storia da spettatore o analista, Castle avrebbe certamente trovato numerosi spunti per il prossimo libro di Nikki Heat e avrebbe corredato il tutto da battute ironiche e teorie improbabili. Ma per uno come lui, un uomo determinato a non crescere e a vivere ogni giorno come fosse una grande commedia, non è facile affrontare la realtà quando diventa improvvisamente così vera e difficile da accettare. Visibilmente spaventato dalla possibilità di perdere tutto quello che più ama della sua vita, Castle cerca di non abbattersi e combatte per sopravvivere, imponendo la sua collaborazione alla squadra di Beckett che in fondo già cominciava a provare simpatia per lui (e a proporsi come futuri personaggi per i suoi romanzi!). Ma quando il tempo comincia a scorrere più velocemente del solito, a Castle non resta che fermarsi, dire addio e affidare la sua vita all’unica persona in grado di salvarla.

Lealtà e intuito. L’agente speciale McCord è una meraviglia, questo è indubbio ormai. Il sostegno e la lealtà che dimostra a Beckett in questa occasione sono fondamentali per risolvere il caso, salvare Castle e impedire a Beckett di uccidere il Segretario delle Difesa e poi impazzire. Ma Rachel McCord è nata per questo lavoro e per questo capisce subito che per quanto incredibile lei sia, Beckett ha ancora bisogno di tempo per abituarsi ai quei compromessi e lati oscuri che purtroppo rimarranno tali senza possibilità di cambiamento. In fondo, dopotutto, credo che Castle la inviterà al matrimonio!

Se Rachel è il partner perfetto a Washington DC, a New York quella donna geniale che porta il nome di Martha Rodgers capisce, dall’insolita gentilezza e dolcezza di suo figlio, che qualcosa non va e quando le risposte che ottiene non sembrano soddisfarla, si precipita dalle uniche persone in grado di avere altre informazioni: Ryan & Esposito.

Ciò che mancava. Quel tassello che sembrava mancasse alla première per rendere l’episodio vivo e intenso in vero stile “Castle” è stato abilmente trovato al secondo tentativo, attirando lo spettatore (o il Castillion!) nella corsa di Beckett per trovare l’antidoto e lasciandolo senza fiato fino al momento in cui rivediamo Castle sorridere dolcemente a Kate. Thomas J. Wright (regista) si avvicina al personaggio a tal punto da farci quasi sentire tutte le paure e i dubbi finali di Beckett mentre Robert Duncan incornicia il tutto nella magica e classica colonna sonora creata per i Caskett.

 

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