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Castle e i motivi per cui lo amerò di amore infinito per tutta la mia vita

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Disclaimer: prima di cominciare, dichiaro sotto giuramento, con una mano sul cuore, che questo articolo sarà sfacciatamente di parte, implacabilmente a favore di Caskett, (da me) amati per sempre finché morte non ci separi e starei cauta a parlare di morte, perché sappiamo che il fandom è capace di andarseli a riprendere ovunque, lo abbiamo già dimostrato.

Disclaimer 2 (poi ho finito): a scanso di equivoci, il dibattito su “Ottava stagione sì-no, che ve siete fumati?”, verrà lasciato al prossimo incontro filosofico: “Che cosa nascondeva Richard Castle nelle sue maniche di sedici taglie più grandi?”, che si terrà in località segreta. Ché qui oggi solo cose belle e a Natale siamo tutti più buoni, io panettone senza uvetta e canditi, grazie.

!Caution: Caskett Feels Alert!

Vi chiederete con un sopracciglio alzato: che cosa hai ancora da dire su Castle? Non hai già parlato abbastanza? Non hai una vita? No e no, naturalmente. La verità è che, oltre a essere Natale, ho appena rivisto l’ultimissima scena che mi ha, al solito, strappato il cuore con quegli “Always” finali da accasciarsi in posizione fetale. Mi sono quindi aggirata per casa in stato confusionale, nell’incredulità che sia esistita tanta magnificenza e abbondanza nel mondo e io abbia potuto esserne testimone. E quindi quale migliore occasione di quella offerta da Telefilm Addicted per parlare di quegli show che attualmente non sono presenti nella loro forma fisica terrena? (In quanto a quella spirituale/contemplativa, i Caskett sono al primo posto, corona di alloro in testa).

Ho perciò inteso in primo luogo fare un regalo a me stessa, immergendomi senza alcuna remora e pudore nella bellezza totalizzante di questa coppia che per me ha assunto un valore archetipico/simbolico alla pari di quando si sognano serpenti (so che siete andati a vedere che cosa significa sognare serpenti). Spero che vi faccia piacere seguirmi nella mia personale amarcord!

Di seguito i motivi del mio imperituro amore. Naturalmente sono curiosa di conoscere anche i vostri!

1. Cantami, o Diva, dell’amore dei Caskett. O “Della più bella love story di sempre”.

Come tutti voi, anche io ho guardato Castle per i casi. Non è forse così? Non ho affatto spiato, registrato, analizzato, sognato, conservato, protetto ogni sfioramento casuale di mani, occhiate da svenimento, lo struggimento del povero Castle il cui cuore veniva preso a badilate una puntata sì e l’altra pure, e lui niente, sempre lì, semper fidelis, sempre con quel caffè in mano e la speranza perfino dopo che era morta, la cocciutaggine di Beckett nel non voler capire l’ovvio, o di averlo capito benissimo, ma di non arredersi all’evidenza universale che quell’uomo glielo aveva portato il Destino, santo cielo! Di quali altre prove hai bisogno?!


È una storia d’amore che si è costruita nel tempo, a passi minuscoli che hanno messo alla prova la resistenza di chiunque, a tratti è sembrata regredire invece che avanzare, ma che ci ha insegnato ad apprezzare il valore di ogni gesto, conquista, apertura, senza essere mai stata contaminata da eventi drammatici fini a se stessi, messi lì giusto per vivacizzare una storia che non è in grado di auto-sostenersi. Il percorso di avvicinamento tra i due, nonostante fosse scritto su tutti i muri (quello di Beckett incluso) è stato creato con infinita cura e pazienza, aspettando che i tempi fossero maturi.

È chiaro che per conto mio, potevano uscire a cena la prima puntata e arrendersi al Fato e a posto così, andate e moltiplicatevi, ma mettendo da parte la gratificazione istantanea, ho apprezzato il percorso assolutamente umano, imperfetto, e perciò assolutamente perfetto, che li ha uniti nel modo in cui i Caskett vengono uniti: per sempre. Amo le storie a lieto fine, ma qui non si tratta solo di questo (anche se abbiamo avuto l’happy ending e ci dobbiamo baciare i gomiti, ché sappiamo che cosa abbiamo rischiato). Non è romanticismo fine a se stesso per acchiappare la frangia sentimentale del pubblico. È Amore. (Questo articolo verrà scritto in numerose tappe perché devo andare un attimo a piangere in soffitta).

2. Character development, quando lo si sa fare bene.
Prendiamo una giovane donna a cui è capitata una tragedia, che ha in sé i semi di una forte spinta vitale ad andare avanti, che cerca di barcamenarsi con gli strumenti a sua disposizione e che si convince che l’unico modo che ha di sopravvivere sia quello di soffocare la sofferenza, per non scivolare nel buco nero della sua ossessione. Prendiamo la stessa donna che, numerose puntate dopo, è una persona appagata, serena, non ha paura della felicità, non si nasconde in relazioni con uomini che non ama (cit.), ha affrontato di petto le sue paure, le ha trasformate in forza grazie all’appoggio di un uomo che la ama incondizionatamente e, soprattutto, ha scavato dentro se stessa con un onesto percorso di psicoterapia, rivendicando il suo diritto di essere felice accanto all’uomo che ama (il tutto condito da eventuali altre tragedie di poco conto tipo rischiare di morire centordici volte o temere che il quasi-sposo-per-un-soffio sia finito arrosto, ma era solo per salvare il mondo dalla distruzione, ah allora va bene, Castle). Kate Beckett non è solo il simbolo di una donna che ha compiuto un enorme percorso di crescita personale, ma è anche un esempio per chiunque, un mix di forza, dolcezza, vulnerabilità, splendore e testardaggine. Poi dite: “Stavi su di notte per impedire che morisse”. Vorrei vedere!

So che, invece, qui entro in un discorso complicato, perché le opinioni sullo sviluppo di Richard Castle sono controverse. Nonostante io non neghi una certa deformazione-esasperazione del suo personaggio, non lo trovo affatto relegato al ruolo di “zerbino”. Come ho già detto tante altre volte, per me Riccardo dimostra spesso di essere il più forte e non in senso combattivo-competitivo, ma nel senso di forza di carattere, quando sa farsi da parte, sa concedere spazi, sa accettare con pazienza, sa consolare, sa aiutare, sa accogliere, sa amare. Avere a che fare con Kate Beckett è più che una sfida, è una sorta di consacrazione, e lui sa farle strada standole accanto se cade. Senza forzarla, opprimerla, colpevolizzarla, pretendere che sia diversa da quella che è. Se ripenso al cucciolone inarrestabile e combinaguai che vendeva fascino a palate e si muoveva come un uragano, direi che il percorso che ha fatto, nel diventare un uomo che fa dell’empatia la sua missione di vita, è molto più che ammirevole (rimanendo affascinante, ovviamente).

   

3. Chemistry
Non c’è proprio nessun’altra parola in grado di descrivere meglio quello strano fenomeno per cui ti si presentano questi due personaggi in scena e tu senti un coro angelico, vedi unicorni in cielo e altari sulla spiaggia e li immagini in altre faccende affaccendati, dimenticandoti perfino il tuo nome. Anche se non si guardano. Anche se sono accovacciati sopra un cadavere. Anche se lui va negli Hamptons con l’ex moglie e lei esce con BelliCapelli aka “Lui salva vite e tu fai cosa hai fatto, Castle?”. È quasi doloroso sopportare visivamente quella sexual tension di cui fingono di essere ignari. Mettetevi davanti a uno specchio e guardatevi e poi diteci se non vedete quello che vediamo noi! Il colpo è tanto più forte quando, dopo qualche tempo trascorso in una necessaria forma di distrazione-negazione, ti dici, convinto di esserne fuori: “Guardo un attimo una scena su youtube”, quindici ore dopo stai rivedendo “I just want you” per la milionesima volta (dai, non mentite!) con e senza audio – metti caso ti perdi qualcosa, tipo Beckett che mima con le labbra “Always” e tutti i segreti di Fatima in Still -, la vita ti richiama prepotentemente alla realtà, e tu hai un’epifania in cui ti rendi conto dell’orribile destino che ti è capitato, che è quello di aver assaporato il Paradiso per tanti anni e puntate, e poi dover tornare sulla Terra, alla ricerca di quella sensazione di magia sovrannaturale, totale beatitudine, ottimismo a palate che solo i Caskett sanno evocare. Ditemi se non siamo eroici.

[Percepisco la vostra sofferenza. È anche la mia. Abbracciamoci]

 

4. Quella levità che non è superficialità (cit.)
Nonostante l’incredibile appeal della storia d’amore, del will-they-won’t-they capace di incollarti allo schermo fino al sanguinamento degli occhi e l’incanutimento della chioma nell’attesa che si decidano, ho sempre trovato molto più che apprezzabile il tipo di umorismo assolutamente non greve, mai banalmente comico, ma sempre stimolante, raffinato, sofisticato, pensato, levigato, che diventa nutrimento per il cervello e non cibo spazzatura per riempire lo stomaco. Io in questo ho sempre sentito un grande sforzo, impegno e rispetto per il pubblico da parte degli autori (ok, lo dico, perché vi sento in sottofondo: solo fino a un certo punto temporale). Adoro i loro scambi, i battibecchi, il timing puntuale, il dosare perfettamente parti lievi con altre più drammatiche/profonde, la sensazione di potersi rinchiudere in una bolla dorata, brillante, confortevole per l’intera durata della puntata. La certezza che passare quaranta minuti nell’universo fatato di Castle ti avrebbe fatto stare bene di default (usiamo pure il tempo presente. Succede ancora così). È stato un dono. Di cui abbiamo anche visto il rovescio della medaglia, tanto più doloroso perché consapevoli della meraviglia che era stato, ma io non farei mai a cambio tra averlo avuto, amato perdutamente, e poi essermelo visto strappare impietosamente, che non averlo mai avuto.
(“Le gioie violente hanno violenta fine”. Shakespeare).

   

5. Castle fandom is different


Quante giornate trascorse a parlare, sviscerare, congetturare, scambiarsi gif, analizzare le angolature di una scena in cui si baciano, spasimare, cercare e dare conforto, stare vicini, alzarsi all’alba, guardare le puntate alle quattro del mattino, morire di ansia su uno spoiler, litigare, perfino. Quanto è stato bello ricreare quella parte di magia, quel luogo di approdo dove ritrovare e tenere in vita il bello di Castle, il rifugio perfetto in una vita frenetica, tra una puntata e l’altra. Quanti hiatus a contare i giorni e farci forza e ripercorrere per l’ennesima volta le scene per ritrovare nuovi significati su cui non eravamo mai d’accordo (la scena delle altalene della 4×01 è ancora il mio incubo. Dopo 125 anni ancora ci sono cose su cui confrontarsi).

Quante persone, quanti ricordi, quanti regali! Sono abbastanza saggia grande da sapere che la regola numero uno della vita è la sua imprescindibile impermanenza, fa parte della ruota, le belle cose finiscono (o no) e blablabla. Sono quindi grata per aver potuto godere di un profondo senso di identità comunitaria, che anche adesso in realtà si palesa. L’energia nè si crea, né si distrugge, si trasforma. Aver fatto parte del fandom di Castle è una di quelle esperienze migliorative che avercene. Accendete telefono e pc e di colpo tutto il resto svanisce, mentre trascorrete quattro ore a chiedervi dove sia finito Castle e imparare che cosa sia la dengue, di cui ora siete grandi esperti. E non importa che gli spoiler fossero (naturalmente) ingannevoli, che il 90% delle congetture non si siano mai avverate (ci sono le fan fiction per questo). Il fare e disfare teorie è il piacere della creatività fine a se stesso. Quindi, grazie, ovunque voi siate (d’accordo, faceva molta scena, ma la realtà è che probabilmente vi sto elemosinando una gif da mettere nell’articolo).

Lista dei miei momenti top:

– Momento Tenerezza Caskett

– Momento Romantico

– Hot! Hot! Hot!

Nell’avvicinarmi alla conclusione, mi rendo conto che dovrei salire sulla sedia a canticchiare una canzone natalizia, esporre con parole semplici, ma eleganti, verità pregnanti sulla vita e sui Caskett e chiudere con una quote di Gandhi, ma la verità è che: 1. non voglio finire l’articolo perché mi sembra di non aver scritto niente, ma il conteggio delle parole non è della stessa opinione 2. non sono assolutamente in grado di racchiudere in una frase formalmente ineccepibile l’immenso amore che provo per questi due, l’enorme gratitudine per essere sempre il mio rifugio (non) segreto, la fonte di ogni meraviglia, e della Bellezza in sé.

Grazie per avermi letta. Grazie a Valeria per le gif e l’excursus del sabato sera a piangerci sulla spalla dopo la sbornia di immagini, scene, gif. È un peccato che nei commenti non le si possano postare perché sarebbe meraviglioso fare una full immersion natalizia di momenti Caskett della vostra personale top ten.

Merry Christman, Caskett fans! (*si concede finalmente di piangere a singhiozzi).

– Syl

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13 comments

Bruna 17 dicembre 2017 at 13:15

Evviva,Castle is back! Anzi,Syl is back!Invece di andare a pranzo (già tutto pronto!) mi ritaglio un momento per scriverti due parole (solo due,o tre, non ho il tuo dono!) Sono strafelice di leggere ancora articoli e non mi stancherò mai, come sempre riesci perfettamente a leggere nella mente di noi fan (la mia sicuramente!) Non aggiungo altro,approfitto solo per farti gli auguri. Bravissima e grazie!

Reply
Syl
Syl 18 dicembre 2017 at 14:03

Grazie mille, Bruna! Speravo che i fan di Castle apprezzassero l’intento celebrativo dell’articolo, per puntare ancora una volta il focus su quanto meraviglioso sia stato questo telefilm e, soprattutto, quanto ci ha dato a livello emotivo. Tanti auguri anche a te!

Reply
Manuela Viscontini 17 dicembre 2017 at 13:24

Questo, Silvia, è un gran bel regalo di Natale!
Rileggere un articolo sui Caskett, come solo tu sai raccontarceli, è stato, come sempre, emozionante e vibrante positività.
Il mio percorso con loro è iniziato sin dalla prima ormai lontanissima puntata, e ormai sono certa che non incontrerò mai più una storia che mi coinvolga come è stato (è) con Rick e Kate. Lasciamo i rimpianti per quello che non p stato o avrebbe potuto essere e godiamoci il viaggio che abbiamo fatto e che possiamo riprendere a piacimento (per fortuna esiste internet! ogni tanto penso se tutto ciò fosse avvenuto negli anni ’80 avremmo vissuto di sbiaditi ricordi e basta: no youtube, no gif, no streaming, nada de nada).
Concludo salutando quel CastleFandom che non avrei mai pensato di incontrare e soprattutto di scoprire così ricco di personalità, intelligente, ironico e autoironico quando è servito.
Ciao e Buon Natale

Reply
Syl
Syl 18 dicembre 2017 at 14:08

Ciao Manuela e grazie di essere passata! Mi fanno moltissimo piacere quelle parole “Vibrante positività”, perché è esattamente quello che sento per i Caskett e Castle. Non mi ero soffermata a pensare a come sarebbe la nostra vita se non ci fossero tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione che, in effetti, fanno sembrare che Castle sia quotidianamente presente, basta accendere un pc o rivedersi una puntata. Verissimo che il fandom di Castle è ricchissimo di ironia e autoironia, non ho mai riso tanto nella mia vita XD XD! Buon Natale anche a te!

Reply
Barbara Bruno 17 dicembre 2017 at 19:24

Wow!!! Mentre leggevo piangevo e ridevo allo stesso momento. Amo e amerò sempre Castle, i Caskett, Kate Beckett e Richard Castle presi singolarmente, e Stana e Nathan che li hanno interpretati. Ogni parola ogni gif che hai postato ha fatto riaffiorarare in me immensi ricordi di questi due personaggi che per me erano quasi reali e tangibili. Eh si lo so che sono stati scritti, e interpretati ma erano reali. Erano umani. Non c’era niente di più bello in TV e tuttora le serie attuali non mi prendono quanto lo faceva Castle. E’ un peccato sia finito, ma come hai detto le cose belle sono destinate a finire. Grazie infinite per questa full immersion nei ricordi e Buone Feste a te e alla redazione 🙂

Reply
Syl
Syl 18 dicembre 2017 at 14:12

Ciao Barbara! Grazie a te, quando ho feedback da super fan di Castle è un’enorme soddisfazione! Anche io ho la sensazione che siano (stati) reali. D’accordo, come dici tu, sono stati scritti e interpretati, ma per me sono proprio persone in carne e ossa che hanno una loro vita che adesso stanno vivendo la loro vita come predetto dal viaggiatore del Tempo, semplicemente non sotto ai nostri occhi. È stato bellissimo fare questa immersione in Castle e poterla condividere con voi! Buone Feste anche a te e grazie ancora!

Reply
appassionato 20 dicembre 2017 at 10:49

Adesso mi hai fatto venire voglia di mettermi a discutere sulla 4×01 e su quella frase di Kate all’ingresso all’ospedale da te citata, di una cattiveria che non mi aspettavo e alla quale Castle avrebbe come minimo dovuto rispondere in tono piccato. Non è nemmeno un poliziotto, eppure ti ha salvato la vita più di una volta, cosa vuoi ancora?
Pure lui ha avuto una caduta di stile notevole denigrando la casa di lei al momento del trasferimento. Mi sono sempre chiesto perché.
Va beh, basta se no non finisco più.

Non scherziamo, per me sarebbe errato anche solo domandarsi se sia lecito contrapporre il reale e la finzione. Castle è reale, senza discussioni. I Caskett siamo noi, con le nostre incertezze, crescita e l’abbandonarsi al sogno. I Caskett sono “always” per sempre ma da sempre, senza un inizio e una fine. Raccolgono e riuniscono la parte sentimentale di noi esseri umani e ce la mostrano. Suscitano emozioni che sono le nostre stesse emozioni. Siamo noi, i nostri sogni.
A volte mi chiedo cosa ne sarebbe stato di Kate se non avesse incontrato Rick ed è allora che comprendo quanto quest’uomo sia stato assolutamente necessario per la sua crescita, per farla uscire dal guscio. E m’incazzo pure quando lei gli mente con la scusa di fare il bene del suo amato. Significa che non ha capito del tutto quell’uomo, quanto lui sia imprescindibile per lei, la sua roccia sicura nel mare in tempesta, da lei voluta perché è spaventata dall’essere felice, quasi non si ritenga degna di esserlo.
Mai visto una persona così testarda come Beckett. Anche dopo essersi messi insieme, lei continua a non lasciarsi andare del tutto e spero che dopo i figli abbia finalmente raggiunto la libertà di esistere senza freni indotti dal passato.
Perché la storia continua, vero?

Reply
Syl
Syl 20 dicembre 2017 at 13:34

Ciao e grazie di essere intervenuto. Io credo che una delle cose positive di Castle telefilm sia averci mostrato due persone assolutamente normali, con pregi e difetti, con occasionali scivoloni e atteggiamenti meno che “corretti” in senso formale. Abbiamo anche visto “il peggio” di loro. Metto tutto tra virgolette perché non intendo dare un giudizio morale sui loro comportamenti. Intendo invece apprezzare quanta normalità e onestà sia stata messa nella loro descrizione, anche e soprattutto perché amo vedere personaggi realistici. Gli esseri umani hanno conflitti, hanno ombre – come insegna Jung – e hanno schemi inconsci che li fanno reagire senza rendersene conto. Naturalmente non significa che io giustifichi tutto quello che vedo, in base a mie preferenze personali, sono più o meno d’accordo con uno di loro, a seconda delle circostanze. Gli esseri umani sanno anche cambiare idea, scusarsi, guarirsi, fare percorsi, imparare dopo aver sbattuto la testa al muro tutte le volte che è necessario per la loro crescita. Tutto questo l’ho visto in Castle, perché c’è stato anche il tempo di mostrarcelo ed è meraviglioso avere avuto tante stagioni per seguirli. Beckett e Castle hanno caratteri diversi, pur condividendo una sintonia magica e straordinaria, e hanno fatto un percorso di avanzamento grazie alla presenza dell’altro, che ha agito da catalizzatore. Erano – ne sono convinta – le persone adatte per tirar fuori dall’altro il meglio di sé.
Sull’identificazione di noi nei Caskett, non sono sicura di aver capito cosa intendi. Per me, nella mia risposta a Barbara, sono veri nel senso che me li immagino andare avanti con la loro vita, anche se a noi è stato concesso di vederla solo fino a un certo punto. Sono veri anche perché provo affetto per loro e significa che sono stati abbastanza reali da produrre in me affetto per loro come persone, interesse per la loro vita come individui a sé, al di là di tutto quello che la loro esistenza fittizia ha prodotto in me.
Sull’impersonare caratteristiche universali, credo che tutti i personaggi letterari lo facciano. Non hanno in sé ogni caratteristica umana, perché sarebbe impossibile, ma racchiudono una parte delle caratteristiche umane, nelle quali ci riconosciamo. Possono farlo i Caskett, come Anna Karenina, come J.R. di Dallas. Credo sia proprio quello su cui si basa la letteratura, il fatto che il fruitore possa riconoscersi. Quindi, sì, riconosco la totale umanità dei Caskett, ma non più di altri personaggi che hanno avuto la fortuna di essere ben descritti. Sogni, speranze, fallimenti, aspirazioni sono quello che ci fa appassionare alle storie, perché ogni storia parla di noi. La mia sensazione della loro “realtà” è diversa dalla loro universalità. Per me loro sono persone in carne e ossa che posso incontrare camminando a Manhattan, chissà. Non sono solo simboli dell’essere umano, sono proprio persone a sé. (Questo non significa che penso davvero di incontrarli, ovviamente. Era per spiegare il concetto di esistenza reale).

Reply
appassionato 20 dicembre 2017 at 14:16

E io che ho detto?
Nessun giudizio ma solo constatazione, riconoscimento. Archetipo, inconscio collettivo, cos’altro se no? Quindi sono in noi, siamo noi e loro sono reali, come noi. Naturalmente ammesso che questa sia la realtà.

Reply
Syl
Syl 20 dicembre 2017 at 14:35

Sono noi come tutti i personaggi letterari sono l’essere umano, in qualche sua dimensione. Quindi siamo noi ovunque sia rappresentata una storia con protagonisti essere umani. Questo è già una grande qualità, perché tanto meglio dei personaggi sono descritti, tanto più riusciamo a identificarci. Sebbene però io mi identifichi con tanti personaggi, e veda tracce in loro di quelle qualità che condividiamo nell’inconscio della società a livello globale – e che mi permette di seguire anche storie di fantascienza, proprio perché siamo alle prese con, per esempio, super eroi diversi da me, ma in sostanza uguali -, la mia posizione nei confronti dei Caskett è diversa.
Naturalmente non posso pensare alla vita di Anna Karenina alla fine del libro per evidenti motivi, ma NON considero tutti i personaggi persone di cui immaginare la vita futura senza me come spettatrice. Per cui, comprendo e mi sta bene il discorso dell’universalità della fiction, e dei Caskett reali perché realistici e umani, ma non è quello che intendevo io, per questo ho specificato. Al di là di quello che loro simboleggiano, per me sono reali, cioè in carne e ossa ed esistenti. Questo, lo ripeto, non significa che io mi aspetti di andare a New York e citofonare al loft e trovarli, ovviamente.

Reply
appassionato 20 dicembre 2017 at 15:53

Anche per me è così, altrimenti non mi sarei appassionato fino a questo punto, mentre al contrario non mi è mai successo con altri telefilm, anche dalla tematica vagamente simile (per esempio Bones). Non ne immagino una vita ulteriore una volta finita la rappresentazione scenica, se non per i Caskett. Poi c’è da aggiungere la loro storia, così splendida nel suo divenire e a cui ci sentiamo legati, quasi ne fossimo davvero partecipi. Perciò diventano realtà, perché la viviamo anche noi, ci siamo dentro in qualche modo.
Comunque, ho l’impressione di non essermi spiegato bene, perché concordo pienamente su tutto ciò che hai manifestato, ma nello stesso tempo mi pare che tu ti senta in obbligo (beh, non proprio in obbligo, naturalmente) di precisazioni e distinguo che per me non sono affatto necessari perché credo di averti compreso e ti assicuro che la pensiamo del tutto in modo identico su questo tema.
Caskett, dove siete?

Syl
Syl 21 dicembre 2017 at 20:24

Io capisco il tuo punto di vista, e lo condivido: ci siamo appassionati alla storia, grazie a indubbi meriti che possiamo variamente distribuire (attori, autori, possibilità di espansione della storia in tempi in cui ai telefilm veniva data un po’ di fiducia in più e altro che adesso non sto a elencare, compreso probabilmente qualche ingrediente misterioso che l’ha fatta diventare magica, mentre altri telefilm no), ci hanno coinvolto moltissimo. E concordo che sono stati rappresentati in modo realistico, al punto da farci “cadere dentro” e vivere la storia con loro.
Quello che mi preme(va) di distinguere, per amore di dibattito, perché alla fine si tratta di quello, piacere di conversare, è che tu sei intervenuto nello scambio tra me e Barbara dicendo che “certo che sono veri, rappresentano l’universalità umana”. È vero, ma non esaurisce il significato di quello che io intendo per “vero”, nella mia risposta. E siccome la risposta era mia, e non la sento spiegata per come la intendevo io, ho quindi voluto specificare.
Sono veri, per me, perché hanno quasi oltrepassato l’essere fictional. E non *solo* perché sono coinvolta e partecipo emotivamente alla loro crescita. Ma perché sono talmente vivi da aver quasi preso vita reale, in carne e ossa, oltrepassando la barriera immaginativa. Questo non esclude, perché infatti le mie risposte non sono avversative, ma solo esplicative – che siano *anche* estremamente vitali, complessi, realistici e capaci di farci immedesimare. Lo sono. Ma io vado oltre. Per me non sono solo qualcuno talmente ben descritto da riuscire a coinvolgermi e farmi immedesimare. Quello lo fa tutta l’ottima letteratura, saper rendere vivi personaggi inventati. Quello che io intendo è che, a un certo punto, non sembrano quasi più nemmeno inventati. Sono persone, non personaggi. Quindi, sì, io continuo a leggerci qualcosa di diverso, che non esclude la tua posizione, ma che non è però il motivo per cui mi sono espressa in quel modo in the first place.
Poi io amo moltissimo sviscerare, quando il tempo me lo permette, per cui non mi sento mai “in obbligo” di dire niente, anzi! Spero di aver chiarito il mio punto di vista, buona serata!

appassionato 21 dicembre 2017 at 22:12

L’avevi già chiarito, comunque grazie per l’ulteriore precisazione. Non posso che confermare che siamo in piena sintonia su questo argomento e che le motivazioni sono le stesse. Buona serata e oltre anche a te.

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