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British Addicted presenta… Criminal: United Kingdom

Ancora un po’ arrugginita e appesantita da un’estate trascorsa, sorprendentemente, a guardare più sport che serie tv, “Criminal: United Kingdom” ha rappresentato per me una sorta di “libro delle vacanze” con cui liberare gli ingranaggi della mia anima seriale dalle ragnatele e riprendere lentamente il ritmo da addicted, in vista della nuova stagione televisiva.

Sebbene sempre particolarmente avversa invece allo stile Netflix, il primo quarto [3 episodi su 12 complessivi] di questa serie antologica innovativa che la piattaforma streaming ha appena rilasciato mi ha concesso l’occasione di soddisfare principalmente il mio senso estetico da British Addicted, riunendo in soli tre episodi alcuni dei nomi del panorama britannico che più apprezzo e seguo con passione.

Ma nonostante il ritrovato entusiasmo per la novità e le aspettative ottimiste nei confronti della produzione e anche di un progetto sicuramente ambizioso e originale, “Criminal: United Kingdom”, unica parte su cui mi soffermerò proprio per “celebrare” questa nuova sezione della nostra rubrica “British Addicted, mi ha trasmesso in realtà una sensazione di fastidiosa incompiutezza, come se qualcuno [Dottore, parlo in generale ma guardo te] avesse intenzionalmente strappato le ultime pagine del copione lasciando la storia, a volte inspiegabilmente dettagliata, sospesa senza reale risoluzione e con una caratterizzazione appena accennata.

Criminal: United Kingdom

Eppure, sebbene attanagliata da questa indefinita impressione di irrisolutezza (che non va intesa come cliffhanger ma proprio come mancato compimento di un obiettivo narrativo di partenza), gli episodi che compongono “Criminal: United Kingdom” si presentano fin dal principio portatori di un fascino particolare, colmi a volte di una gran quantità di dettagli caratteriali che creano immediatamente familiarità con la storia e con i personaggi, e alimentati da una tensione quasi tangibile che riempie facilmente il ridimensionato spazio lasciato a disposizione di un’azione silenziosa, lenta, ipnotizzante, scandita spesso solo dallo scorrere dei secondi che regolano il tempo dell’interrogatorio.

L’ambientazione unica e fissa dell’azione, che ha luogo esclusivamente nella stanza interrogatori di un qualsiasi distretto di polizia e nella celebre anticamera separata dal famoso vetro a specchio, è frutto infatti di una delle idee più particolari e originali alla base della serie e apre inevitabilmente un focus mirato e direzionale nei confronti dell’aspetto più psicologico della storia e dei suoi protagonisti. Ma nonostante anche la regia appaia intenzionata ad arricchire una narrazione che sembra costantemente preparatoria di un climax drammaturgico mai raggiunto, la storia effettivamente raccontata dai tre atti di “Criminal: United Kingdomné abbraccia quella risolutezza soddisfacente di un’indagine conclusa né trasmette l’adrenalinica sensazione di un cliffhanger ben realizzato e di una mezza verità lasciata in sospeso nel dubbio dello spettatore. Ciò che ne deriva in realtà è quindi una storia che sembra non riesca a dire tutto ciò che voglia e una psicologia del momento dell’interrogatorio che non raggiunge le vette di tensione, passione e spessore caratteriale che, personalmente, da British Addicted, ho ritrovato per esempio in “Broadchurch” e “Luther”.

Citare queste due colonne del genere crime britannico mi permette quindi di soffermarmi su quella che inizialmente è stata la ragione principale che mi ha portato da “Criminal: United Kingdom” e che alla fine si è rivelata per me anche la motivazione primaria per cui questa serie andrebbe guardata, vale a dire l’all-star cast che riempie i tre episodi ambientati in Gran Bretagna. Seppure in assenza infatti non di una storia compiuta ma più che altro di un’effettiva originalità di caratterizzazione, gli artisti britannici coinvolti nella serie trasformano ben presto questo “esperimento” narrativo in una sorta di audizione individuale per un progetto più grande, eccellendo tanto da risultare nel complesso quasi “sprecati” per una storia inconcludente.

Criminal: United Kingdom Criminal: United Kingdom
Criminal: United Kingdom

Il primo episodio di “Criminal: United Kingdom” infatti porta in scena un magistrale e ammaliante David Tennant, un artista che certamente non ha bisogno di presentazioni ma che ancora una volta riesce a sorprendere e meravigliare per la sua straordinaria capacità di trasformarsi all’interno di uno stesso ruolo, conquistando in questo modo tutto lo spazio e il tempo a sua disposizione e donando generosamente alla sceneggiatura e alla caratterizzazione del suo personaggio una tridimensionalità che, con un altro interprete, avrebbe certamente rischiato di perdere gran parte del suo fascino.

Criminal: United Kingdom Criminal: United Kingdom

In bilico tra innocenza e colpevolezza, David Tennant ci spinge ad analizzare il tono della sua voce, a scrutare la luce, o l’assenza di essa, nei suoi occhi, a studiare i suoi movimenti,
tra l’impassibile distacco emotivo della prima parte di interrogatorio e l’improvviso risveglio sofferente e afflitto di un padre col cuore spezzato, due atteggiamenti che lasciano in sospeso il giudizio sulle responsabilità di Edgar più di quanto faccia la sceneggiatura stessa. In grado di incarnare perfettamente entrambi i volti del suo personaggio, Tennant riempie con tipica maestria il primo episodio di “Criminal: United Kingdom”, un episodio che vede protagonista principalmente la componente maschile della squadra di detective chiamata a gestire e condurre gli interrogatori, con particolare focus sui caratteri e le personalità quasi antitetiche di Paul e Tony, il primo silenzioso, sicuro di sé e destinato inevitabilmente a svolgere il ruolo di “poliziotto cattivo” della situazione, il secondo più “da manuale” e insicuro ma intuitivo e arricchito da un’esperienza che lo rende un detective preciso e attento.

Criminal: United Kingdom

Il secondo episodio di “Criminal: United Kingdom” invece sposta l’attenzione sulla componente femminile del team, facendo scendere in campo il capo rispettato e temuto della squadra, Natalie Hobbs, affiancata dall’agente ancora inesperta Vanessa Warren, mentre dall’altra parte del tavolo siede ora Hayley Atwell, nei panni della sospettata di tentato omicidio Stacy Doyle.

Criminal: United Kingdom

Il confronto recitativo tra Hayley Atwell e Katherine Kelly diventa, fin dalle prime battute, l’autentico fulcro di una storia che altrimenti non brillerebbe per originalità, nonostante una conclusione più definita rispetto al primo atto. Hayley Atwell dona spessore, sfumature emotive e background a un personaggio che sarebbe potuto apparire facilmente stereotipato ma che, indossato da lei, diventa portatore di una caratterizzazione in grado di ricreare nella mente dello spettatore una realtà deviata, problematica, preda di una serie di dipendenze e di cattive abitudini che si riveleranno alla fine la chiave del crimine e delle indagini.

Criminal: United Kingdom Criminal: United Kingdom Criminal: United Kingdom

Di fronte a lei, Katherine Kelly incarna una figura femminile autorevole, decisa, esperta, una detective in grado di interpretare le parole non dette e leggere le emozioni taciute, una donna consapevole dei pregiudizi e delle aspettative che il potere comporta, soprattutto quando la sua vita privata diventa inevitabilmente di dominio pubblico. Ciononostante, Natalie non mette mai in dubbio le sue capacità e il suo istinto, ritrovando in Stacey quella verità che tanto la spaventa e costruendo con lei un rapporto empatico quando serve e distaccato quanto il suo lavoro richieda.

Criminal: United Kingdom
Hayley Atwell si conferma quindi un’attrice in grado di mettere tutta se stessa al servizio di un personaggio in fondo completamente diverso da quelli che compongono il suo background, un’attrice che “impone” la sua presenza in scena senza troppi sforzi, senza esagerazioni; Katherine Kelly risponde ugualmente con una personalità definita, riuscendo a concedere alla sua Natalie una storia e un passato che a conti fatti non ha ma che in qualche modo è facile immaginare.

Criminal: United Kingdom

Il terzo episodio di “Criminal: United Kingdom” invece, sebbene forse non presenti come sospettato un nome imponente come i precedenti due, sviluppa in realtà quel tipo di storia che la serie avrebbe dovuto presentare anche nei primi due atti, una storia più completa, più intensa, che nonostante mantenga la stessa ambientazione unica, riesce ad esulare i confini della stanza interrogatori, entrando anche negli ambiti privati delle vite e delle caratterizzazioni dei protagonisti, in questo caso del giovane detective Hugo Duffy.

Riunendo anche quei pochi elementi narrativi che fungono da storyline orizzontale, il terzo episodio di “Criminal: United Kingdom” presenta quella trama effettiva che ai primi due in parte manca e stabilizza quelle caratterizzazioni precedentemente solo accennate, lasciandoti dunque a immaginare e desiderare un futuro che purtroppo non esiste.

In definitiva, ciò che resta davvero di “Criminal: United Kingdom” è la sensazione di aver appena assaggiato quello che potrebbe essere, nelle mani della BBC, un ottimo crime drama britannico, sostenuto da un cast che merita di essere esplorato, “sviscerato” e utilizzato a 360° e rafforzato da un ensemble che possiede già gli elementi necessari per fidelizzare un pubblico che dopo “Luther”, “Broadchurch” e “Line of Duty” sarebbe ben disposto ad accogliere un nuovo crime squisitamente britannico.

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