British Addicted #36

Carissimi amici addicted eccoci tornati per un nuovo appuntamento con la rubrica più british che ci sia. Come sempre, abbiamo in serbo per voi una buone dose di news, per restare aggiornati su tutte le nuove uscite e non perdersi nessuna indiscrezione sulle serie tv che invece abbiamo ormai imparato ad amare, e un consiglio sulle serie made in UK che secondo noi non possono assolutamente mancare nella vostra collezione.

E come sempre, si comincia con la sezione news.

Per tutti i fan di Grantchester, questa è la notizia che aspettavate: la serie è stata ufficialmente rinnovata per una quarta stagione. Dove c’è il dolce però ci deve essere anche un po’ d’amaro, e purtroppo questa nuova stagione servirà anche a dare l’addio al personaggio interpretato da James Norton, Sidney Chambers. Non che la cosa non ci spezzi il cuore, ma resteremo impassibilmente ligi al dovere e cercheremo di informarvi il prima possibile non appena si avranno notizie sul casting di un nuovo vicario.

In questo caso invece saranno gli amanti di The Missing a esultare. La serie si era conclusa nel 2016, ma sia il protagonista Tcheky Karyo sia gli autori Harry e Jack Williams si erano detti disponibili a portare avanti la storia del detective Julien Baptiste e a risolvere nuovi misteri. Ora pare che il progetto stia effettivamente per concretizzarsi, non con una terza stagione della serie madre, ma con uno spin-off dal titolo “Baptiste. Lo show seguirà il detective e la moglie coinvolti in un caso durante una vacanza ad Amsterdam, ma non è detto che sarà temporalmente collocato subito dopo la conclusione della seconda stagione di “The Missing”, motivo per cui non è altresì detto che alcune questioni irrisolte troveranno una soluzione in questo nuovo spin-off.

Passiamo ora ai nuovi arrivi sui canali british.

È andata in onda la scorsa settimana sul canale Channel 4 la prima delle sei puntate di Kiss Me First”, la nuova serie firmata dal creatore di “Skins” in collaborazione con Netflix. Dopo cinque anni dalla conclusione di una delle serie adolescenziali più belle di sempre (scusate la poca obiettività), Bryan Elsley torna con un young adult drama che affronta il tema della realtà virtuale e si addentra nell’universo dei gamers – parte delle scene infatti sono interamente generate al computer. Già nel suo precedente lavoro Elsley aveva dato prova di saper dare un’interpretazione intensa e veritiera del mondo degli adolescenti, dando modo anche a giovani star di emergere e trovare la loro strada nel panorama di Hollywood. Che dite, gliela volete dare una chance?

Andrà in onda la prossima settimana su BBC 1 il primo dei cinque episodi di The Woman in White, serie tratta dall’omonimo romanzo di Wilkie Collins. La storia inizia con l’incontro tra Walter Hartright, un giovane insegnate di disegno, e una misteriosa ragazza vestita di bianco, che si rivelerà poi essere Anne Catherick, una giovane scappata da un manicomio e in qualche modo connessa alle sue pupille, Laura Fairlie e Marian Halcombe. I protagonisti di questa mini-serie saranno Ben Hardy (“Call the Midwife”), Charles Dance (“Game of Thrones”), Jessie Buckley (“Taboo”) e Dougray Scott (“Snatch”); nel trailer noterete inoltre un voto noto del cinema italiano: Riccardo Scamarcio (che già era apparso nella serie british “London Spy”).

Prodotta originariamente per Showcase Australia, sarà presto trasmessa anche da BBC la nuova serie con protagonista Natalie Dormer, la Margaery Tyrell di “Game of Thrones”, Picnic at Hanging Rock. Lo show è l’adattamento del romanzo omonimo di Joan Lindsey del 1967 e parla della scomparsa di un gruppo di studentesse durante una gita per l’appunto a Hanging Rock. Natalie Dormer interpreterà Mrs. Appleyard, la direttrice della scuola.

È in arrivo su BBC1 il nuovo drama “The Split con protagonisti Nicola Walker (“River”, “Collateral”), Stephen Mangan (“Dirk Gently”, “Episodes”) e Anthony Head (“Buffy The Vampire Slayer”, “Merlin”, “Dominion”, “Galavant”). La serie parla di una famiglia di avvocati, specializzata in cause di divorzio, e vedrà le donne assolute protagoniste, non solo sullo schermo, ma anche dietro le scene, dato che sarà prodotta e diretta da Jane Featherstone e Jessica Hobbs, già parte del team di “Broadchurch”.

L’ideatore di “Requiem”, l’australiano Kris Mrksa, sta sviluppando per ITV una serie in sei puntate dal titolo  The White House Farm Murder che porterà sul piccolo schermo il caso Bamber. All’epoca (negli anni ’80) questo caso di omicidio fu molto discusso per la sua brutalità e per il lungo processo che condannò, per l’appunto, Jeremy Bamber (che invece si è sempre dichiarato innocente) per l’omicidio dei genitori adottivi, della sorella adottiva e dei figli gemelli di quest’ultima in un casolare isolato dell’Essex, con il presunto movente di una cospicua eredità. Mrksa ha dichiarato che la serie, oltre evidentemente a trattare del complesso iter legale della vicenda, si concentrerà molto sulle dinamiche famigliari e sulla caratterizzazione dei singoli protagonisti.

Sono ufficialmente iniziate le riprese dell’adattamento per BBC de La Guerra dei Mondi di HG Wells (reso oltremodo noto dalla trasmissione radio di Orson Welles che sconvolse tutta l’America facendo credere ad una vera invasione aliena e dall’ultima trasposizione cinematografica con protagonista Tom Cruise). Il cast di tutto rispetto vede tre volti molti noti del piccolo schermo: Eleanor Tomlinson (“Poldark”, “Ordeal by Innocence”) e Rafe Spall (“Black Mirror”) saranno i coniugi Amy e George, Robert Carlyle (“Once Upon A Time”) sarà l’astronomo Ogilvy e Rupert Graves (“Sherlock”) sarà Frederick, il fratello di George.

Per la sezione news è tutto, lascio la parola a Walkerita per il British Addicted Consiglia di questo appuntamento.

Con sole quattro puntate, ho vissuto conHowards End un percorso di conoscenza e apprezzamento altalenante, partendo da aspettative piuttosto alte e definite, nonostante non abbia mai letto il romanzo omonimo di E. M. Foster da cui la serie è tratta, e arrivando alla fine, dopo aver attraversato un momento intermedio di incertezza, con un’opinione a riguardo quasi completamente differente da quella di partenza.

“Howards End, infatti, mi è apparsa come una miniserie in cui, dal punto di vista della storia, ti aspetti costantemente che succeda qualcosa di importante, qualcosa di sconvolgente, un evento che stravolga le dinamiche dell’intera trama e di tutti i protagonisti coinvolti, e personalmente nelle prime due puntate mi ha trasmesso una sensazione di costante attesa, come se ci stesse preparando per un climax che probabilmente avrebbe raggiunto il suo zenit solo nel finale. Tuttavia, mi sono resa conto dal terzo episodio in poi di quanto la storia non stesse affrontando un percorso di crescita ma di evoluzione, con una trama in cui non accade nulla di particolarmente scioccante (salvo una scena in particolare) e la cui costante luminosità è solo sfiorata da accennate sfumature di oscurità. Questo perché, a conti fatti, “Howards End” è invece un magnifico ritratto sociale, i caratteri e le psicologie dei personaggi sono delineate con tale profondità che tante volte ho dovuto fermare la riproduzione per mettere in ordine le opinioni e per capire quali potessero essere le motivazioni che sostenevano determinate scelte; ma più di qualunque altro aspetto, credo onestamente che “Howards End” sia un omaggio alla personalità di Margaret Schlegel e al suo essere un’autentica eroina in questa storia, una matriarca senza figli, una donna dalle capacità ben più vaste di quanto lei stessa immagini ma soprattutto una donna che riesce a far convivere, in passionale e impulsivo equilibrio, due anime di se stessa: ragione e sentimento, senso pratico e idealismo, spontaneità ribelle e orgoglioso decoro, riuscendo a rimanere fedele a entrambe e a unirle in una personalità fuori dal comune e una caratterizzazione assolutamente magistrale.

Una volta Jenna Coleman ha detto:I like period drama because everyone is so restrained, but they have all these emotions raging underneath e mi è tornata in mente questa descrizione proprio mentre guardavo “Howards End“, perché mi sembra che Margaret Schlegel incarni straordinariamente questa dicotomia tra apparenza e personalità, tra forma e “contenuto”. Non che inizialmente appaia chissà quanto conforme alle regole, però ciò che mi ha colpito principalmente di Margaret è che provi sempre a essere cortese, elegante, raffinata, di buona compagnia e rispettata, ma il bisogno costante di essere all’altezza del ruolo di “capo famiglia” in un certo senso la porta anche a mostrare le sue umane imperfezioni e soprattutto a tirar fuori quella personalità particolare che sembra quasi tenga “a bada” ma che credo sia fin troppo ribelle per essere controllata. Significativa da questo punto di vista mi è sembrata infatti una delle mie scene preferite della miniserie, quella in cui Margaret, seguendo esclusivamente le sue emozioni, corre dietro la carrozza di Mrs. Wilcox, una donna con cui instaura un rapporto talmente affascinante e intenso da apparire a tratti quasi “ambiguo”. In realtà credo che Mrs. Wilcox sia stata la prima a notare in Margaret, o in generale nella famiglia Schlegel, un’autenticità fuori dagli schemi e dagli ordini sociali a cui lei invece era abituata e in un certo senso quasi intrappolata.

I fratelli Schlegel infatti, o almeno Margaret & Helen, dato che Tibby in realtà presenta un invidiabile distacco emotivo dalla società e da tutto ciò che la riguardi, posseggono uno sguardo che definirei analitico dell’umanità e di tutti gli ambiti in cui essa si inserisce, dalla società alla politica, dalla musica all’economia, e di fronte a essi si rapportano proprio con passionale intelligenza e con destabilizzante onestà, travolgendo chiunque abbiano di fronte con una loquacità inarrestabile. Ma ancor di più, Margaret in particolar modo si rivela sempre di più come un concentrato di emozioni e sentimenti ribelli, che però lei per prima cerca costantemente di tenere sotto controllo e di analizzare proprio come fa con il resto del suo mondo.

Se l’amicizia con Mrs. Wilcox le aveva permesso di lasciare libera la parte più “dandy” di sé, il suo successivo rapporto con Mr. Wilcox diventa l’emblema invece di questa personalità così ossimorica: ne è affascinata ma non lo ama, ne è a volte infastidita ma non lo rifiuta, vede in lui la possibilità di semplificare un’esistenza che oggettivamente diventa sempre più difficile per una donna nubile con una famiglia da mantenere, nonostante riconosca le loro differenze probabilmente inconciliabili. A volte è quasi impossibile immaginarla al fianco di un uomo che con incredibile fascino e sicurezza di sé prova ad annientare la sua estrema e selvaggia indipendenza, altre volte lui sembra quasi l’unico uomo in grado di starle dietro.

Henry Wilcox ha una tale esperienza del mondo concreto e dei rapporti sociali che riesce spesso ad assumere il monopolio della discussione – sovrapponendosi alle voci altrui – e a portarla su un piano talmente razionale da risultare inevitabilmente convincente e da persuadere (o forse solo confondere) anche le personalità più caparbie come quelle delle sorelle Schlegel. I Wilcox, in questo confronto sociale, appaiono preponderanti, estremamente sicuri, al limite di una prepotenza intellettuale mascherata con modi impeccabili. Non ascoltano, non amano essere contraddetti, vivono come se possedessero la risposta giusta a ogni domanda, come se fosse impensabile per loro avere torto o perdere una discussione. Ed è proprio questo atteggiamento elegantemente invasivo che riesce a fare breccia nella famiglia Schlegel, creando però in questo modo una frattura tra le due sorelle, che cominciano infatti a credere di appartenere a mondi diversi: Margaret con i Wilcox e Helen come difensore della “causa sociale” rappresentata dai Bast.

In realtà, però, proprio la distanza che si crea tra le sorelle Schlegel permette a entrambe di affrontare la vita in maniera indipendente, di sbagliare e perdersi anche in questi errori, solo per ritrovarsi dopo e ricominciare a riconoscersi nelle persone che erano sempre state. Solo la condizione problematica e infelice di Helen, infatti, risveglia in Margaret la sua congenita passione, l’impulsività, l’indipendenza di dire ciò che pensa, di alzare la voce, di mettere FINALMENTE a tacere Henry e di farsi ascoltare da lui. E in questo modo riesce a cambiarlo come lui era invece abituato a cambiare gli altri.

Nel finale, Margaret ritorna a essere la matriarca che è sempre stata, ma questa volta è una donna completa, una donna che riesce finalmente a mettere in ordine le diverse antitesi che la caratterizzano, diventando una moglie fedele ma indipendente, senza mai smettere di vegliare sulle persone che ama.

La chiave dunque per apprezzare questa storia stava esattamente nel riconoscerla come uno straordinario dipinto della natura umana del primo Novecento; la chiave invece per innamorarsi perdutamente di questa pregiata miniserie sta, a mio parere, nella brillante sceneggiatura, nella regia che toglie il fiato di Hettie Macdonald e soprattutto nell’interpretazione totalizzante e impetuosa di Hayley Atwell che riesce a fare propria l’essenza di un period drama, celando sotto un’apparenza impeccabile passioni travolgenti.

Anche per questo appuntamento abbiamo finito, alla prossima!

Un saluto alle pagine affiliate e a rileggerci tra due settimane!

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Ingegnere e bionda, borderline per definizione. Galleggia sul mare del disagio quotidiano grazie alla passione per libri e serie TV. Il suo motto nella vita resterà sempre “Save the cheerleader. Save the world”.

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