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British Addicted Rubriche & Esclusive

British Addicted | #29

Carissimi amici del British Addicted, siamo arrivati alla settimana prima di Natale e sapete tutti a cosa ci stiamo avvicinando: il 25 dicembre andrà in onda Twice Upon A Time, l’ultimo speciale di “Doctor Who”, e noi dovremo dire addio definitivamente a Peter Capaldi, archiviare l’era Moffat e dare il benvenuto a Jodie Whittaker, nel classico misto tra disperazione ed entusiasmo che segue sempre alla rigenerazione del Dottore. Nella sua ultima avventura il Dodicesimo Dottore si riunirà con il Primo (interpretato, come in An Adventure In Space And Time, da David Bradley) e con la sua ultima companion, Bill Potts (Pearl Mackie); al loro fianco anche Mark Gatiss nel ruolo di un capitano dell’esercito britannico durante la Prima Guerra Mondiale.

Pur mancando alla sessione Q&A dopo la presentazione dell’episodio (come era stato anche per i suoi predecessori Tennant e Smith), Capaldi ha voluto lasciare un messaggio di ringraziamento e d’addio a tutti i fans  e alla crew di “Doctor Who” che ci fa capire quanto abbia amato questo show:

“I’m sorry I can’t be there today for sharing their good humour, talent and life with me over the last four years. And particularly Steven Moffat’s, who has brought so much to Doctor Who, even more than might be realised today, but will be seen clearly in the future.

I’d like to thank everyone who loves the show for sharing it with me and sharing the boundless generosity of spirit that it embodies.

I wish Jodie [Whittaker] and the new Tardis team all the best for the future, and the past, and everything in between. I look forward to watching them journey to new and wonderful places.

For me, it’s been an amazing trip. I went to the end of time. I met fantastical creatures. And I blew them up. But now it’s over. Time I was off”

Non resta che dire che Peter Capaldi ci mancherà tantissimo e lasciarvi con l’ultimo trailer, prima di rivederci a cose fatte tra due settimane.

Passiamo ora ad un altro speciale natalizio. Anche “Victoria” infatti tornerà il giorno di Natale con un episodio dal titolo Comfort And Joy. Ma non si tratta dell’unico regalo per i fan di Jenna Coleman: questa settimana infatti ITV ha ufficialmente annunciato il rinnovo per una terza stagione. A detta dell’autrice Daisy Goodwin, quando lo show tornerà dovremo aspettarci molto più dramma: la serie ripartirà dal 1848, un periodo molto intenso per la famiglia reale e l’Europa in generale, a causa dei crescenti moti rivoluzionari in tutto il continente; ci saranno nuovi scandali, nuove crisi e nuovi personaggi che metteranno a dura prova Victoria ed Albert. Al momento non abbiamo ancora una data, ma, come sempre, continuate a seguirci e vi terremo aggiornati.

Il palinsesto british delle prossime settimane è proprio come un albero di Natale piena di pacchi da scartare e di regali da scoprire.

Il 26, 27 e 28 dicembre andranno in onda su BBC le tre puntate della miniserie “Little Woman. Come vi abbiamo già ricordato più volte nel corso di questa rubrica, il celebre romanzo di Louisa May Alcott tornerà con un nuovo adattamento per il piccolo schermo. Tra i volti noti ricordiamo Michael Gambon (“Doctor Who”, “Harry Potter”) nel ruolo di Mr Laurence, Emily Watson (“Genius”) come la matriarca della famiglia March e l’indimenticabile Signora in Giallo Angela Lansbury nel ruolo della burbera zia March.

Negli stessi giorni verranno trasmesse anche le due puntate della miniserie “The Miniaturist, adattamento del romanzo omonimo di Jessie Burton. Lo show è ambientato nel 1686 ad Amsterdam e segue le vicende di Nella Oortman, novella sposa dell’artigiano Johannes Barndt. Johannes è un “miniaturista”, ma il suo talento sembra andare ben oltre la replica perfetta degli oggetti reali, sembra coglierne l’essenza e addirittura pilotarne il destino; Nella dovrà così scoprire i misteri della sua nuova casa e della sua gemella riprodotta in miniatura. Nel cast spicca il nome di Romola Garai (“Emma”) nel ruolo della sorella di Johannes.

In queste vacanze avrete modo di fare una bella scorpacciata di serie tv, ma se fra un episodio e un pandoro dovesse restarvi un po’ di spazio, vi lascio con consiglio di Walkerita.

Grantchester” era per me quella serie che non credevo avrei mai potuto vedere. Della storia conoscevo gli elementi di base e quelli bastavano: un prete che gira per la città in bicicletta e risolve casi di omicidio in collaborazione con la polizia locale, capirete dunque che i paragoni blasfemi con storie simili si sprecavano e che per questo motivo non avessi chissà quale interesse ad avvicinarmi a una serie di cui credevo di aver già capito lo stile. Fortunatamente per me, i canali televisivi italiani dedicati principalmente alle serie tv di genere crime hanno una programmazione spesso ciclica e ripetitiva, portandomi quindi a scontrarmi così tante volte con questo show che alla fine il destino ha avuto la meglio sul pregiudizio. E il resto è storia. Ho recuperato “Grantchester” in una settimana circa, ho fatto ammenda per i miei peccati di sfiducia nei confronti dei prodotti seriali britannici e ho chiesto perdono a James Norton per i paragoni azzardati che la mia mente aveva costruito prima di conoscerlo. “Grantchester” è esattamente tutto ciò che un period drama dovrebbe essere, possiede tutti gli elementi che rendono questo genere assolutamente irresistibile e colmo di fascino e soprattutto sembra richiamare e convogliare alcuni dei tratti più caratteristici non solo dei period più celebri ma anche dei crime che negli ultimi anni hanno segnato uno standard nella televisione britannica, per farla breve l’aroma lieve ma intenso di “Downton Abbey” e “Broadchurch” aleggia, secondo me, con costanza nella serie.

Le due anime che dunque compongono l’essenza costitutiva di “Grantchester” si caratterizzano con superba individualità, riuscendo però contemporaneamente ad amalgamarsi con una tale armonia da far scaturire una dolce dipendenza che degenera presto [almeno per me] nella fase di fatale binge-watching. L’anima poliziesca di “Grantchester” è la prima autentica sorpresa che mi ha colpito di questa serie. I casi trattati in ogni episodio sono ricchi di quel fascino misterioso che si respira nei grandi classici “gialli” degli anni ’50, ma nonostante le sfumature tipiche del genere, le storie non cadono mai negli stereotipi caratterizzandosi invece di una semplicità ordinata e lineare nello storytelling, ma anche di quello spessore emozionante e travolgente che rappresenta un po’ il marchio di fabbrica della qualità delle serie tv made in UK. I crimini, i colpevoli e soprattutto i moventi sono tante volte completamente differenti da ciò che solitamente ci aspetteremmo, riuscendo in alcuni casi ad esulare anche dai classici confini di “soldi/passione/vendetta” che spesso ritroviamo nel genere crime e andando a scandagliare, per farlo, tante altre piccole particolarità dell’animo e della psicologia umana non così scontate. Inoltre ogni indagine affrontata proietta sull’episodio un’atmosfera diversa a seconda delle sfumature del caso, attribuendo in questo modo alla serie un volto mai davvero statico in tutti gli episodi. La seconda stagione inoltre presenta una struttura narrativa doppia, unendo lo stile “procedural” e quindi verticale tipico dei “crime” statunitensi, con una storyline orizzontale che pervade in maniera sottile ma intensa tutto il secondo ciclo di episodi della serie, portando anche il grado di drammaticità della storia a un livello progressivamente sempre più alto, ma costantemente proporzionale alla qualità delle sceneggiature.

Ma senza prenderci in giro o girarci intorno, è l’anima “drama” del period a conquistare senza vie di fuga l’attenzione e il cuore di chi guarda. La profondità dei personaggi e delle relazioni che intrecciano è tale da travolgere irrimediabilmente con intenso stupore poiché, almeno per quanto mi riguarda, anche quando ormai avevo intuito quanto la serie racchiudesse “nel suo piccolo” [al momento ci sono solo tre stagioni] gli elementi più caratteristici e irresistibili di un period drama, la caratterizzazione costante e tridimensionale dei personaggi mi è arrivata episodio dopo episodio come una continua ed entusiasmante sorpresa.

James Norton è emozionante e sfaccettato nella sua inedita interpretazione del vicario Sidney Chambers. Racchiudendo in sé le debolezze e le ferite di un uomo profondamente segnato dai traumi della guerra, Sidney convive quotidianamente con la persona che la guerra ha plasmato e con l’uomo di fede che invece desidera essere, lottando per mantenere stabile un equilibrio che vive in bilico ma che resiste proprio grazie alla tenacia di una vocazione che in qualche modo riesce ogni volta a rimetterlo in piedi e a riordinare a fine giornata i pensieri, i rimpianti, i rimorsi e soprattutto quei demoni che non appaiono mai totalmente sconfitti ma solo assopiti, sotto le note di un disco jazz e sul fondo di un bicchiere di whiskey.

La sua parte più solare ma anche la più umana e passionale diventa preponderante rispetto alla sua metà spirituale accanto ad Amanda Kendall [Morven Christie], l’amica sempre presente, dal carattere frizzante e anticonformista, che ama da più tempo di quanto voglia ammettere, ma che allontana e lascia andare continuamente non ritenendosi degno di restare al suo fianco e donarle la vita che crede lei meriti, ignorando quanto invece la donna lo aspetti quotidianamente.

Sentendosi quasi obbligato a rinunciare ad Amanda, Sidney riempie la sua vita tra gli affetti familiari di Mrs “M” Maguire [Tessa Peake-Jones], un’apparentemente severa, rigida e tradizionalista figura materna, e Leonard [Al Weaver], un giovane vicario spaventato anche dalla sua stessa ombra mentre è la profonda amicizia con l’ispettore Geordie Keating [Robson Green] a rappresentare un interessante e coinvolgente filo conduttore in tutti gli episodi, diventando l’autentico cuore pulsante della serie.

Con una soundtrack dai toni cangianti a seconda delle scene ma perennemente dolci [e spesso particolarmente simili alle musiche di “Downton Abbey”] e un’ambientazione che rappresenta “la quintessenza della Gran Bretagna”, come viene definita in uno degli episodi, e che si offre dunque a una fotografia semplice ma d’effetto, “Grantchester” riesce a coprire in maniera totale tutti gli aspetti che nel complesso rendono uno show meritevole di lode, rispettando perfettamente le tonalità mystery che un crime degno deve possedere e lo spessore psicologico che personaggi e relazioni presentano in ogni period drama britannico che si rispetti.

Bene, per questo appuntamento ci fermiamo qui.

Un saluto alle pagine affiliate e a rileggerci tra due settimane!

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