British Addicted | #24

Dopo due settimane di vacanza passate negli States una sana immersione nel mondo delle news British era proprio quello ci voleva!

Lasciatemi iniziare con una première che aspettavo con ansia dalla prima volta che, proprio grazie a questa rubrica, avevo scoperto della sua futura programmazione. La scorsa domenica è andato in onda sul canale BBC One il film per la tv The Child In Time”, adattamento del romanzo di Ian McEwan Bambini nel tempo”, e come previsto il pubblico è andato totalmente in estasi per le performance eccezionali di Benedict Cumberbatch (perché qualcuno aveva per caso dubbi?) e della sua co-protagonista Kelly MacDonald. La storia ha ovviamente sciolto tutti in lacrime (raccontando appunto il dramma di Stephen, un padre a cui viene rapita la figlia), ma ha anche lasciato delle perplessità per quanto riguarda la complessa linea temporale seguita dagli eventi. E qui, da adorante lettrice di McEwan, mi permetto di inserire anche il mio modestissimo commento personale.

*Se ancora non avete visto il film, e vi consiglio vivamente di farlo, continuate a leggere sapendo che potrebbero esserci degli SPOILER *

“Il tempo presente e il tempo passato sono forse entrambi presenti nel tempo futuro. Ed il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.”

Questa citazione di T. S. Eliot è alla base della rappresentazione del tempo all’interno del romanzo e del suo adattamento televisivo: il tempo non è lineare, ma circolare, legato alla dimensione del ricordo, all’estensione della memoria del protagonista a dimensioni in cui era presente solo come possibilità (quando rivede ad esempio la madre da giovane, nell’esatto momento in cui la donna decide di portare avanti la gravidanza, e quindi nel primo istante in cui Stephen ha in un certo senso iniziato a esistere) o come alternativa a ciò che sta vivendo. La distorsione del tempo è strettamente legata al dolore di Stephen per la perdita della figlia, alla sua incapacità di andare avanti dopo un evento di tale drammaticità – e Cumberbatch regala un’interpretazione splendida, facendoci immergere a pieno nel suo tormento, nella sua incapacità di reagire e nel suo percorso di “rinascita”. Ovviamente la trasposizione per la tv non è stata del tutto fedele al romanzo, ma andare alla ricerca del confronto con ogni minimo particolare solleverebbe a mio parere una polemica inutile di fronte a un prodotto comunque ben fatto e soprattutto ben interpretato, che riesce a trasmettere il senso più profondo dell’opera – non tutto è perduto, e anche di fronte al dolore più straziante si può sempre trovare una ragione per reagire: Stephen è perso nel tempo alla ricerca di una piccola Kate che non tornerà più, solo fino a quando non capisce che tutto può tornare a scorrere e che da una nuova vita tutto può ricominciare, proprio da dove si era interrotto. Da lettrice consiglio senza dubbio di vedere “The Child in Time” e ovviamente di recuperare il romanzo, sarà tempo che ringrazierete di aver perso.

E ora passiamo alle vere e proprie news.

La BBC ha (finalmente) rilasciato il trailer della quarta stagione di Peaky Blinders”.Lo stesso Cillian Murphy ha dichiarato (forse anche in seguito alle critiche che i fan avevano rivolto alla terza stagione) che quest’autunno ci sarà un vero e proprio ritorno alle origini per la serie. Riuscirà la famiglia Shelby a ritrovare l’unione che ha costituito il suo punto di forza per le passate stagioni o le azioni di Thomas avranno avuto delle ripercussioni insuperabili? Io non vedo l’ora di scoprirlo e soprattutto di vedere il nuovo acquisto Adrian Brody (e scusate se è poco…) muoversi per le strade polverose di Birmingham. Il trailer ci regala qualche frammento su cui fantasticare per i prossimi mesi e come sempre un accompagnamento musicale da togliere il fiato con la cover di Wicked Game” dei London Grammar.

Come saprete ITV sta preparando l’adattamento del romanzo di Thackeray Vanity Fair” e il cast si sta arricchendo sempre più di volti noti. Oltre ai già annunciati Olivia Cooke (“Bates Motel”), Tom Bateman (che vedremo nel prossimo Assassinio sull’Orient Express” di Branagh) e Charlie Rowe (“Salvation”), si aggiunge alle riprese (iniziate la scorsa settimana a Budapest e che proseguiranno a Londra) anche Suranne Jones (protagonista di Doctor Foster”) nel ruolo di Miss Pinkerton. Per chi non avesse letto il romanzo o visto il precedente adattamento cinematografico del 2004 con Reese Whiterspoon e James Purefoy, la storia seguirà le vicende dell’arrampicatrice sociale Becky (Olivia Cooke) nel suo tentativo di scalare le vette dell’alta società inglese durante il periodo delle Guerre Napoleoniche.

E in attesa dello speciale natalizio che sembra sempre ancora troppo lontano, consoliamoci con qualche news connessa all’universo di “Doctor Who”.

Parliamo di Moffat, non di Steven ma bensì di Peter, già autore di The Village” e Silk”, e di Jessica Reine, protagonista di Call The Midwife” ma anche volto di Verity Lambert (la donna che permise al Dottore di arrivare sui nostri schermi) nello speciale An Adventure in Space and Time”. I due uniranno le forze nel prossimo drama in sei puntate in onda su BBC One dal primo ottobre The Last Post”. La serie è ambientata negli anni ’60 in Yemen ed ispirata all’esperienza reale dei genitori dell’autore, il padre ufficiale della RMP (Royal Military Police) e la madre una donna di spirito, divisa tra le aspirazioni personali e il ruolo che invece le veniva imposto dall’esercito. Jessica Reyne interpreterà appunto Allison, moglie di un militare soffocata dalla pressione delle aspettative verso il suo ruolo; ma ricordiamoci che gli anni ’60 sono anche l’apice della rivoluzione e della liberazione sessuale, per cui non mi aspetterei che questa donna rimanga all’ombra del focolare a interpretare la brava e obbediente casalinga. Si contano già nel cast anche Jessie Buckley (War and Peace”, Taboo”), Amanda Drew (Broadchurch”), Ben Miles (The Crown”) e Stephen Campbell Moore (History Boys”, The Child In Time”).

“Allons-y, Alonso!” Esclamazione epica del decimo dottore di Tennant.

Beh sappiate che il buon Alonso Russel Tovey (Being Human”) sta per arrivare sulla CW per il prossimo mega-crossover dell’Arrowverse (Arrow”, Supergirl”, The Flash” e DC’s Legends of Tomorrow”) dal titolo Crisis on Earth-X”.  Tovey interpreterà Raymond Terrill, un reporter che, a seguito dell’esposizione a una bomba genetica, acquisirà il potere di assorbire energia e manipolare la luce per creare illusioni, diventando così il supereroe The Ray. Il personaggio di The Ray sarà apertamente gay, segnando così un altro punto a favore della comunità LGBTQ all’interno dell’universo dei supereroi.

Con lo speciale di Natale daremo l’addio definitivo al Dodicesimo Dottore, ma c’è forse la possibilità di rivedere a breve Capaldi sul piccolo schermo? Armando Iannucci (già autore di Veep” e The Thick of It”) a quanto pare sta lavorando ad una nuova comedy ambientata niente meno che nello spazio. Il progetto ha il titolo provvisorio di “Avenue 5”, verrà prodotta per il canale HBO ed inizierà le riprese a Londra nel 2018. Sul cast non ci sono ancora notizie certe, ma in un’intervista ad agosto Peter Capaldi si è lasciato sfuggire che forse avrebbe lavorato con Iannucci il prossimo anno… che sia un indizio da cogliere al volo? I due avevano già collaborato per The Thick of It” e senza dubbio, se si parla di avventure intergalattiche, si può dire che il signore in questione abbia una certa esperienza. È ancora troppo presto per esprimersi con certezza, ma non temete, vi terremo aggiornati!

Per le news direi che non c’è altro da aggiungere, per cui passo la parola a Walkerita per il consiglio di questa settimana.

Il British Addicted Consiglia di questa settimana è dedicato a una miniserie particolarmente recente e sto parlando di “Trust Me”, targato BBC con protagonista Jodie Whittaker. E adesso non esiste British Addicted che si rispetti che non conosca il suo nome! Seguendo però quest’attrice da tempi in cui la sua vita e la sua carriera non erano state ancora rivoluzionate dalle recenti rivelazioni, e prossima ormai alla crisi d’astinenza dopo l’addio a “Broadchurch” e alla sua Beth Latimer, aspettavo “Trust Me” con particolare entusiasmo, considerato che anche la trama prometteva certamente una storia quantomeno intrigante. Il mio responso alla miniserie però è stato inaspettato.

Composta da quattro episodi di circa 55 minuti ognuno, la miniserie mi sembra, a posteriori, raccontata quasi con due ritmi differenti, che almeno per quanto mi riguarda si possono riconoscere perfettamente nelle due esatte metà del percorso. Per i primi due episodi, infatti, il ritmo della storia si avverte innegabilmente lento e silenzioso, come nella migliore tradizione dei thriller psicologici. La narrazione progredisce con estrema cautela e in maniera quasi fin troppo dettagliata, mostrandoci, pensiero dopo pensiero, la decisione rischiosa e catartica della protagonista, Cath Hardacre, di assumere l’identità della sua migliore amica, la dottoressa Alison Sutton, come medico in un piccolo ospedale di Edinburgo, dopo essere stata licenziata dal suo ruolo di infermiera caposala a Sheffield mentre cercava di denunciare un caso di malasanità. La sensazione che si respira in queste prime due puntate è di pura angoscia. In una fase della miniserie in cui la trama lascia tempo e spazio alla caratterizzazione della protagonista, è quasi possibile sentire il suo respiro affannoso, i sospiri, il battito cardiaco, leggere la paura costante dipinta negli occhi, avvertire sulla tua pelle quella stessa paura, quel timore giustificato di essere scoperta da un momento all’altro, o peggio, il terrore di ferire qualcuno, con la consapevolezza di vivere una quotidiana bugia e di camminare in equilibrio su una corda sospesa a mezz’aria.

In una prima parte della storia in cui tutto ciò che vedi in realtà è semplicemente Cath che si destreggia in bilico sull’orlo della rovina, quindi, è inevitabile che la regia si caratterizzi con uno stile fortemente introspettivo, che punta su continui primi piani in modo tale da seguire la narrazione psicologica della storia, avvicinandosi tanto al personaggio da riuscire a leggerne quasi i pensieri e le emozioni. Ma qui entra in ballo lo straordinario talento di un’attrice sublime come Jodie Whittaker che, per quanto mi riguarda, regge da sola l’intera prima parte della miniserie. In una trama, infatti, in cui inevitabilmente all’inizio tutto ruota intorno alle decisioni e alla personalità di Cath/Alison, l’interpretazione della Whittaker rappresenta per me l’ago della bilancia della serie ed esattamente come era già accaduto in “Broadchurch” o nei precedenti ruoli in cui ho potuto ammirare le sue performance, Jodie Whittaker non si tira indietro e sostiene il “peso” di una storia che al momento fa affidamento quasi completamente su di lei con intensa e travolgente maestria. E questa interpretazione realizza a mio parere uno degli obiettivi principali di questa miniserie, ossia riuscire a creare un legame quasi forzatamente empatico con il personaggio di Cath, talmente umana e fondamentalmente “buona” nelle sue motivazioni da “annebbiare” in un certo senso il pensiero razionale e il giudizio lucido su un comportamento professionale completamente condannabile se riscontrato magari nella vita di tutti i giorni.

Sorprendentemente, però, la seconda parte della miniserie sembra spingere all’improvviso sull’acceleratore non appena la verità sull’identità di Cath comincia a venire a galla, almeno per Andy, il collega medico con cui Cath intreccia una relazione sentimentale [così, tanto per aggiungere un paio di problemi alla sua condizione già precaria]. Negli ultimi due episodi, infatti, quando ormai dal punto di vista personale Cath comincia a diventare sempre di più Alison e a starci anche bene in quelle vesti, acquistando progressivamente maggiore sicurezza e consapevolezza di poterlo davvero fare, di poter davvero essere un buon medico, il focus si allontana almeno per un po’ dall’introspezione psicologica della protagonista, permettendoci di respirare ma anche di rendere la trama più entusiasmante e con un ritmo più sostenuto. L’attenzione si sposta (seppure in maniera discreta ma devo ammettere anche approfondita per quanto possibile) sui personaggi secondari, come Andy stesso, Brigitte, Karen, Charlie e Karl, ex marito di Cath, e sembra quasi che Cath riesca davvero a trovare ora il suo posto nelle dinamiche lavorative e interpersonali del South Lothian Trust, in un equilibrio però che si rivela, in maniera quasi “karmica”, non soltanto instabile ma anche in un certo senso come una trappola in cui Cath è costretta a guardarsi allo specchio e a fare i conti con la persona che vuole essere e con quella che è diventata. L’aspetto più affascinante di questa seconda parte di serie infatti sta in un dilemma a cui Cath non può più sfuggire, lei che è caratterizzata fin dall’inizio da una visione della professione medica, in tutte le sue sfumature, quasi sacra, così come dovrebbe essere, e che invece si ritrova ora a dover vivere in prima persona le “zone grigie” dell’ambiente medico, scoprendosi così intrappolata tra moralità e necessità egoistiche.

La situazione precipita inevitabilmente nelle battute finali della storia, che appaiono forse un po’ troppo “affrettate” per una miniserie che in questo modo dimostra magari un potenziale che poteva essere distribuito, volendo, su spazi maggiori. Il finale, però, è a mio parere soddisfacente e lascia, nonostante la razionale “gravità” delle azioni commesse, un sapore innegabilmente piacevole.

In definitiva, il mio consiglio è quello di recuperare al più presto questa miniserie per cominciare a rendervi conto di quanto il nostro amato TARDIS sia in “buone mani”. E inoltre, ogni volta che Cath pronuncia la frase “I’m a Doctor”, le battute si sprecano!

 

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Al
Universitaria in crisi con la passione per libri e serie TV. Le piace pensare di essere nerd-chic, un po’Blair Waldorf e un po' Jessica Day, come una versione di Downton Abbey con le spade Jedi. Vagamente svampita nella realtà di tutti i giorni, quando si tratta di telefilm è sempre super attenta a non perdere nuove uscite e news. Cita frasi di Lost come fossero il Vangelo, vorrebbe un nonno come Walter Bishop e il suo motto nella vita resterà sempre “Save the cheerleader. Save the world”

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