British Addicted | #11

La settimana che si sta per concludere è stata particolarmente avara di news.
Passato il periodo dei grandi ritorni e delle nuove serie da presentare, quel che ci offre il mondo albionico in questi giorni è veramente ben poca cosa, ma non per questo abbandoniamo il nostro intento di aumentare le serie in lista!
E si inizia con nientepopodimeno che col ritorno di CHUCK BASS!
I fan di “Gossip Girl” saranno particolarmente contenti di vedere finalmente di nuovo sugli schermi Ed Westwick. E devo dire con molta gioia da parte mia, si tratta di una comedy (Westwick lo vedo particolarmente bene come attore comico).

E allora eccovi “White Gold”, la nuova comedy di BBC Two di cui ancora non sappiamo nulla della data di messa in onda. Trattandosi di BBC scommetto che sarà tra una settimana o poco più, perché annunciare le cose per tempo mai.
La prima impressione è che il personaggio interpretato da Westwick sappia molto di Chuck Bass, degli anni ’80.
E infatti la serie è ambientata nel 1983, in Essex, e ci mostrerà le peripezie del venditore di doppi vetri Vincent, belloccio e molto sicuro di sé (Chuck Bass, in pratica), al quale si affiancheranno altri due compagni di vendite, interpretati da Joe Thomas (“Fresh Meat”, “Chickens”, “The Inbetweeners”) e James Buckley (“The Inbetweeners”).

Il 10 maggio, ancora una volta su BBC Two, andrà in onda il film TV “King Charles III“, adattamento dell’opera teatrale di Mike Bartlett.
Alla morte della regina (lunga vita alla Regina!), il principe Carlo diviene il nuovo re d’Inghilterra, subito chiamato a prendere importanti decisioni e firmare una legge di cui non è convinto.
Quale segno di protesta, decide fermamente di non firmarlo, scatenando il caos in patria. Ne seguiranno stravolgimenti politici e rivolte in strada.
Ad interpretare il futuro re è Tim Piggott-Smith che ci ha lasciato qualche giorno fa.
Oliver Chris (“The Office”) è il principe William, Charlotte Riley (“Mondo Senza Fine”, “Peaky Blinders”, “Jonathan Strange & Mr Norrell”) è Kate Middleton.

Vi avevo già parlato qualche settimana fa di “Jamestown”, nuova serie di Sky 1 che partirà il 5 maggio.
Period drama ambientato nel 1619, racconterà la storia di tre coraggiose donne che decidono di affrontare il lungo viaggio per il Nuovo Mondo, con un passato a tratti oscuro e ribelle.
La prospettiva di una nuova vita nelle colonie, della ritrovata libertà, della speranza di un futuro migliore sono gli elementi portanti della serie che ha quali protagoniste Sophie Rundle, Naomi Battrick e Niahm Walsh.
Tra gli altri anche quel Lorenzo de’ Medici conosciuto quest’autunno nella serie Rai, ovvero Stuart Martin.

Tra i graditi ritorni, infine, segnalo che domenica scorsa è tornata sui nostri schermi la famiglia più strampalata di Corfù: “The Durrells”. La conferma per una terza stagione, tra l’altro, dovrebbe essere ormai cosa certa.
Non solo, domenica è tornato anche il prete più affascinante della tv inglese: James Norton interpreta nuovamente Sidney Chambers nella terza stagione di “Grantchester”.

Giunti dunque prematuramente alla conclusione della sezione “news” del pezzo, vi lascio con il “consiglio della settimana” affidato a WalkeRita che ci parla di “Life of Crime”.

L’intenzione di partenza era quella di parlarvi della prima [e forse unica?] stagione di una mini-serie comedy in tre episodi molto recente, trasmessa solo alcune settimane fa sulla rete britannica Gold, vale a dire “Henry IX”. Sta di fatto, però, che esattamente ieri sera ho avuto modo di guardare un’altra mini-serie, autoconclusiva, di stile opposto e di genere crime, andata in onda sulla rete ITV nel 2013, per uno stesso numero di episodi. Da tempo inserita nella mia Watch List, “Life of Crime” è essenzialmente il tipo di serie che mi colpisce e mi intriga, racchiudendo in sé svariati aspetti che personalmente prendo spesso in considerazione prima di imbarcarmi in una nuova avventura seriale, a partire dal genere “crime” che, se ben sviluppato, con uno schema procedurale o meno, ha sempre un fascino particolare per me, passando per una trama che mi incuriosisce e mi affascina sin dalle sue premesse, fino ad arrivare alla composizione del cast che non posso negare abbia il suo peso nella decisione iniziale di intraprendere questo percorso sconosciuto.

Come ogni mini-serie ben fatta che si rispetti, anche “Life of Crime” aveva a mio parere tutte le carte in regola per superare e anche di molto il target di tre episodi con cui l’idea è nata ed è stata sviluppata. In realtà, credo fortemente che, se il progetto fosse stato pensato su larga scala, il risultato finale sarebbe potuto essere quello di una serie suddivisa in almeno tre stagioni dal “sapore” estremamente simile a quello che si respirava nella recente “Broadchurch” perché in fondo ciò che questo numero ridotto di capitoli racconta è, di fatto, il prosieguo di tre indagini parallele ma strettamente collegate all’origine, sviluppate nel corso di ben 24 anni e facenti tutte capo alla figura di Denise Woods, protagonista assoluta.

Concentrando dunque in sole tre puntate quella che può essere definita la “linea gialla” che un tipico crime procedural svilupperebbe con parsimonia in più stagioni, l’intensità della storia fa certamente da padrona nella mini-serie e, considerato lo spazio ridotto messo a disposizione della narrazione delle vicende, il ritmo è necessariamente sempre incalzante, non avendo la possibilità e l’intenzione di occupare il poco tempo concesso con momenti vuoti dell’indagine o anche della vita privata della sua protagonista, due lati della storia che si riveleranno inevitabilmente simbiotici al punto tale da arrivare a coincidere nonostante ciò che verrà sacrificato nel percorso. Una fondamentale parte dell’esistenza di Denise Woods, infatti, vive attraverso queste indagini, arrivando a definirsi nelle sue tre fasi principali, accettando ogni sacrificio personale nel nome di un obiettivo che, fin dal principio, è apparso preponderante, intenso, letteralmente catartico. I tre casi di omicidio che Denise Woods segue rispettivamente nel 1985, nel 1997 e nel 2009, scandiscono con precisione le tappe della sua carriera, disegnano la parabola della sua ascesa nei gradi della polizia e ne mostrano anche l’inevitabile declino quando errori e segreti vengono rivelati ma soprattutto quelle indagini intorno a cui Denise costruisce la sua intera vita per 24 anni circa segnano irrimediabilmente il progressivo distacco dalla famiglia, la graduale perdita di contatto dapprima con suo marito, che sul lavoro supera in gradi ma con cui il legame matrimoniale giunge inesorabilmente al capolinea, e in seguito anche con sua figlia che in fondo “sceglie” di lasciar andare al termine del suo matrimonio compromettendo in questo modo il loro rapporto futuro.

L’unico vero legame che Denise è in grado di portare avanti con impegno e dedizione nell’arco temporale che la mini-serie copre è proprio quello con il suo lavoro, ma ciò che più colpisce di questa storia e della sua protagonista non riguarda un ordinario attaccamento stacanovista alla carriera, bensì una relazione biunivoca e a tratti non salutare che la donna abbraccia con quel caso che diventa il centro della sua esistenza ma anche un vortice potenzialmente distruttivo che rischia ogni volta di trascinarla in abissi dai quali sarebbe impossibile risalire. Fin dalle prime fasi dell’indagine, infatti, quando era solo un’agente alle prime armi costantemente vessata e sottovalutata in un ambiente lavorativo all’epoca ancora fortemente maschilista e superficiale, Denise appare quasi “ostaggio” di una storia che la travolge senza riserve, una storia che riesce a toccare i suoi “nervi più scoperti” perché costante ricordo del dramma vissuto da lei stessa e lasciato inascoltato e soprattutto impunito. Più sveglia, attenta e scrupolosa dei colleghi e superiori a capo delle indagini al loro principio, Denise vede i suoi tentativi di affermarsi, ma più di tutto di portare effettiva giustizia alla prima vittima anziché accontentarsi di un facile colpevole, infrangersi sui limiti di un’investigazione approssimativa e davanti alla concreta possibilità di assistere al reiterato silenzio che aveva caratterizzato il suo dramma, Denise si abbandona totalmente a un’emotività giustificata ma anche ad una convinzione che non metterà mai in discussione, aggirando ogni legge pur di confermarla e fondando su quel gesto impulsivo e disperato la sua brillante carriera. Da agente a ispettore e infine sovraintendente, Denise non dimentica neanche per un istante il suo “errore”, eppure non appare mai neanche pentita di averlo commesso. È questo l’aspetto più intenso e profondo del suo legame quasi irrazionale con un’indagine che si ripropone per due volte a distanza di dodici anni: Denise guarda la sua vita privata andare a rotoli, è consapevole di perdere progressivamente l’amore e la fiducia di suo marito, prima, e l’affetto e la stima di sua figlia dopo, ma questo non riesce a fermarla, non basta per distoglierla da una verità che solo lei riesce a vedere e che rischia anche di compromettere la sua carriera ma che non può abbandonare, non può lasciar correre, non quando sente di essere sempre più prossima a quella svolta che cercava dall’inizio e che soltanto nel 2009, quando ogni altro aspetto della sua vita è stato sacrificato, le appare finalmente più vicina e concreta, fino al momento in cui riesce ad afferrarla.

Come ho anticipato, se si è appassionati del genere, non si può negare l’incredibile potenziale che la storia, creata e scritta da Declan Croghan, offriva anche in previsione di un progetto magari più ampio, poiché se è vero che lo schema dei tre episodi ha permesso una concentrazione mirata sul cuore pulsante della trama, è altrettanto vero a mio parere che l’indagine dipanata in tre momenti specifici nell’esteso arco temporale di 24 anni avrebbe potuto trovare un maggiore e migliore sviluppo con più episodi a disposizione.

Hayley Atwell possiede totalmente la scena e il personaggio con straordinaria passione, permettendo alla sua Denise Woods di diventare essa stessa la storia, di incorporare le indagini, la giustizia per le vittime e i sacrifici compiuti nel nome di una missione che aveva lentamente riempito ogni spazio della sua vita. Denise Woods è una donna che ha compiuto le sue scelte e non le ha mai rinnegate, per quanto difficili o impossibili apparissero. La sua caratterizzazione è dettagliata anche in quei piccoli particolari che la narrazione non ha il tempo di mostrare e raccontare con dovizia, ma che riesce ad accennare con tempi impeccabili. È un personaggio completo, complesso, e il suo estremo bisogno di conclusione e giustizia sembra quasi toglierle il fiato per 24 anni e solo nel finale appare nuovamente libera di tornare a respirare e provare a recuperare tutto ciò che aveva perso.

Anche per questa settimana è tutto, vi diamo appuntamento alla prossima, come sempre non prima di salutare le pagine affiliate:

Gli attori britannici hanno rovinato la mia vita – British Artists Addicted – Sherlock Italy – Sherlock BBC Italia – Sherlock Italia – take care of Jenna Louise Coleman Italia – » Same old, same old just Jenna Coleman & Peter Capaldi – Don’t be a warrior, be a D o c t o r ϟ – Emma Watson Fans – Downton Abbey ItaliaThe Crown ItaliaAn Anglophile Girl’s DiaryThe White Queen Italia




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Fran
Ama definirsi terrona, giurispiangente e fondamentalista Austeniana. Ha capito di essere completamente andata quando, sentendo suonare la sveglia, pensava fosse Cersei Lannister al telefono. Cresciuta a pane e period dramas, si definisce un'inglese mancata, ma le sue serie preferite sono le americane The Good Wife e Mad Men. Betty Draper è la sua eroina ma da grande vorrebbe essere come Diane Lockhart.

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