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Bones Recensioni

Bones | Recensione 11×22 – The Nightmare within the nightmare [Season Finale]

Di “Bones” puoi fidarti. Negli anni, mentre imparavo a conoscere sempre di più questa serie e contemporaneamente ampliavo il raggio delle mie conoscenze con gli show televisivi targati USA, mi rendevo conto di quanto vera si rivelasse ogni volta questa affermazione. Per 11 anni, 11 stagioni e più di 220 episodi, Bones ha abbracciato uno “stile di vita”, ha SCELTO la sua strada nel pilot e da quel momento non ha mai cambiato idea, non si è mai “venduto” a un carattere più aggressivo e accattivante per alzare la percentuale dei ratings, non ha mai guardato altrove in cerca di qualcosa di più radicale ed eccentrico. “Bones” è rimasto fedele a se stesso e alla sua immagine, nel suo carattere unico e originale, anche contro l’evolversi dei tempi e dei gusti televisivi, anche contro l’ascesa di nuove colonne seriali che hanno rivoluzionato il volto della TV, “oscurando” il suo spazio sempre più ridimensionato. Per questo motivo, dopo 11 anni, Bones è ancora oggi una serie tv quasi di nicchia, perché questa serie fa parte ormai di un’altra generazione, appartiene a un’altra “visione” della serialità ad oggi quasi perduta. Quindi sì, di Bones puoi fidarti perché dopo undici stagioni, hai imparato a conoscere ogni segreto di questa seria, ogni sua fondamentale caratteristica, ogni sfumatura che lo colora e lo riempie, ogni genere che in qualche modo contribuisce a rendere lo show un mix straordinario di drama, crime, comedy e thriller e soprattutto conosci per davvero ogni personaggio perché Bones ha sempre trovato il tempo necessario per raccontarti le vite di quei volti che hanno assunto nel tempo uno spessore identificativo, e ciò ha permesso al personaggio di elevarsi dalla bidimensionalità della storia scritta e diventare reale, concreto e vivo almeno per quei fan che lo hanno visto crescere, che lo hanno accompagnato nella sua evoluzione. Vi dico questo perchè nonostante tutto, nonostante le sue basi così stabili, nonostante il suo resistere con tenacia alle intemperanze della tv moderna, ci sono quei momenti che persino in una serie come Bones non vedi arrivare perché in fondo, dopo 11 stagioni, credi che il meglio sia ormai passato, e per quanto amerai sempre questo show forse non ti aspetti che il miglior finale di stagione debba ancora andare in onda. E quando questo succede, la sorpresa ti travolge a tal punto da lasciarti esterrefatto.

 

THE NIGHTMARE WITHIN THE NIGHTMARE

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Credo che sia necessario analizzare questo season finale nello stesso  modo in cui le indagini sono state condotte nell’episodio, vale a dire attraverso un duplice punto di vista, psicologico e razionale, ma la prima sorpresa sta nel riconoscere quali personaggi hanno effettivamente abbracciato queste due strade complementari.

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Dal punto di vista psicologico, l’episodio si presenta quasi come un monologo, come un atto unico dedicato a Temperance Brennan, un viaggio nelle aree più recondite della sua mente, in un’atmosfera onirica più oscura ed enigmatica di quanto lo sia stata quella vissuta durante il breve coma sperimentato in passato. Anche in quel particolare precedente, che mi appare ora come un affascinante parallelismo, Temperance cercava delle risposte, delle certezze, cercava una via di fuga dalle paure che l’attanagliavano e quello scenario impossibile che oggi farcirebbe di logica e razionalità pur di inserirlo in un contesto a lei più congeniale, rappresentò invece all’epoca un momento indefinito ma luminoso, pacifico, rivelatore, nonostante fosse in fondo il risultato di un evento traumatico. Oggi le condizioni che costrinsero Brennan a fare i conti con quella parte di sé che non può controllare o spiegare tramite la sua scienza, si ripresentano in modalità opposte causando dunque un esito simile dai contorni labili e sfumati ma con tonalità e obiettivi completamente differenti.

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È infatti il momento di maggior quiete adesso a provocare in Temperance episodi onirici inediti per il suo subconscio solitamente sottomesso alla razionalità, è un senso di colpa mai sopito a gettare sulla sua quotidianità un’ombra che non riesce a vedere ma che avverte costantemente alle sue spalle, senza riuscire a scrollarsela mai di dosso.

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A parte quell’inevitabile inquietudine dalle insolite sfumature sfacciatamente horror che la storia ci trasmette fin dai primi minuti, la sensazione che si respira nella vita e nei sogni di Brennan è quella di attesa, è come se l’intero episodio fosse stato costruito come un percorso di conoscenza di sé e della sua psicologia che Temperance doveva compiere per approdare a una risposta che era sempre stata lì, davanti ai suoi occhi ma che, contro ogni logica, contro la sua stessa natura, non riusciva ad afferrare o forse in parte non voleva neanche farlo. Nonostante l’attenzione decennale che ovviamente è stata dedicata alla sua protagonista, Bones riesce, dopo tutto questo tempo, a indagare ancora più in profondità nel personaggio di Temperance Brennan, a portare a galla piccoli dettagli di questa caratterizzazione che ancora oggi sorprendono, stupiscono, affascinano e permettono di creare un legame emotivo con una donna dallo spessore reale le cui emozioni sono spesso state così controllare da risultare quasi inavvicinabile empaticamente, sia per le persone che la circondano sia per quelle che hanno imparato a conoscerla attraverso uno schermo che divide le nostre realtà.

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Quasi paradossalmente infatti assistiamo a un tale bisogno disperato di risposte e di conoscenza di quei pochi aspetti della sua realtà che non riesce a decifrare, da spingere Temperance a prendere in considerazione quell’unica scienza che non considera tale nel momento in cui qualsiasi altra soluzione empirica sembra fallire dinanzi a quella sensazione così pressante eppure così evanescente.
Il bisogno di affrontare da sola questa oscurità, allontanando involontariamente anche l’amore di Booth o di suo padre, riporta Brennan in una parte del suo mondo che è ancora esclusivamente sua, una “stanza” della sua intimità intellettuale che non può e non vuole condividere perché è quella zona buia che accomuna tutte le menti geniali, e nonostante tutti i suoi cambiamenti e quell’evoluzione emotiva che ha vissuto nel corso degli anni, Brennan custodisce ancora gelosamente quel piccolo spazio personale inaccessibile agli altri e ciò che adesso la turba profondamente è la consapevolezza di essere stata scossa proprio nella sua parte più celata allo sguardo ordinario, colpita da qualcuno che conosce quella zona d’ombra e lì si nasconde, in attesa che lei capisca.
La seduta di psicoanalisi a cui si sottopone, guidata quasi dalla disperazione, le permette di entrare in contatto con quell’oscurità, di mettere ordine nei messaggi che il suo subconscio le invia, catalogandoli razionalmente quasi come i messaggi che legge nelle ossa e che non hanno più segreti per lei. Applicando per la prima volta il metodo scientifico a un ambito che evade alle leggi della scienza tangibile e dimostrabile, Temperance è sul punto di sollevare il velo che nascondeva la sua verità ma proprio in quell’istante purtroppo Booth irrompe nel suo mondo cercando di proteggerla ma allontanandola nuovamente da quella solitudine in cui si era rifugiata per raggiungere una risposta che adesso le sfugge come fumo tra le mani.

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Dal punto di vista razionale, l’arrivo di Booth riesce quasi a riavvolgere il nastro dei progressi di Brennan, interrompendo il suo viaggio introspettivo e annullando quel climax di tensione che le stava finalmente mostrando il volto di quell’oscurità che la segue costantemente. Riconfermando il paradosso alla base di questo episodio quindi, credo che i personaggi di Booth, Angela, Cam, Hodgins, Wendell e Aubrey rappresentino per la prima volta l’aspetto davvero razionale di una storia immersa in ombre che purtroppo non possono capire pienamente perché quello che il serial killer rinominato “The Puppetteer” ha inviato è un evidente messaggio subliminale diretto esclusivamente all’unica donna che riconosce e condivide la sua genialità. Mentre dunque Temperance incarna adesso il lato più psicologico ed emotivo della storia, intorno a sé la sua più autentica famiglia guarda alla storia con occhio più analitico, cercando di fare propria la sua lucidità e ridimensionare l’inevitabile preoccupazione per quella tempesta che tutti loro sentono arrivare ma che, come lei, non riescono a vedere nella sua sconvolgente natura. Credo infatti che, nonostante il loro spazio ridotto in un episodio che si lascia andare alle sconosciute profondità della psicologia di Temperance Brennan, sia proprio il gruppo inteso come somma di tutte le sue componenti individuali a giungere con dilaniante sorpresa alla soluzione finale, ricomponendo con razionalità quei dati che Brennan ha offerto loro tramite il suo lavoro e le sue parole, tramite gli incubi e i ricordi. Così come il “Puppetteer” ricomponeva le ossa delle sue vittime per creare una marionetta che avesse un volto e una vita nuova, così Booth, Angela, Hodgins, Cam e Wendell, rimettono insieme tutte le conoscenze accumulate finora e utilizzandole come chiave di lettura metaforica dei sogni di Brennan, vedono aprirsi davanti a loro lo scenario più drammatico e sconvolgente a cui nessuno avrebbe mai potuto o voluto pensare.

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La particolarità degli spazi per questa volta ridimensionati dei personaggi “comprimari” di questa serie sta proprio in quella che è a mio parere la ricchezza maggiore dello show, ossia la loro costante caratterizzazione. Anche solo tramite una singola scena in cui si mostra il dolore fisico provato da Hodgins o la paura dipinta sul volto di Angela quando riconosce la diretta volontà del killer di ricreare la sua immagine personale di Brennan, “Bones” ci permette di assistere alla tridimensionalità di questi personaggi persino in quegli episodi in cui i tempi sullo schermo a loro dedicati sono inevitabilmente ridotti, perché nonostante ciò, riconosciamo perfettamente i loro caratteri e le loro personalità, avendo avuto la possibilità di vederli crescere ed evolversi davanti ai nostri occhi, episodio dopo episodio, stagione dopo stagione.

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Mentre dunque la forza del gruppo si rivela nuovamente fondamentale per ricerca di una verità inimmaginabile, Booth corre invano contro il tempo per avere la sua conferma nello stesso momento in cui Brennan apre finalmente gli occhi per guardare in faccia quell’ombra che aveva richiamato la sua attenzione a livello quasi inconscio, riconoscendo in quell’oscurità il suo allievo più degno e adesso il simbolo concreto del sottile confine tra genialità e follia.

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Senza preavviso e sorprendentemente senza sconvolgere nessuna delle sue colonne portanti, in un episodio che vede una sublime interpretazione di Emily Deschanel accompagnata da un’attenta regia di David Boreanaz, “Bones” non chiude davvero una stagione ma apre ufficialmente il suo ultimo capitolo, deciso a lasciare il suo segno indelebile nella storia delle serie tv. E quando dopo 11 stagioni, riescono ancora a proporre episodi del genere, per me, la missione è già abbondantemente compiuta perché, vi ripeto, di “Bones” possiamo fidarci.

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