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Bohemian Rhapsody: Agiografia Acchiappasoldi?

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5.413.602 euro. Questo l’incasso nei cinema italiani nei primi quattro giorni dall’uscita del film. 

Una media di 1 milione 353 mila e 400 euro al giorno.

Praticamente i pronipoti dei nipoti dei discendenti dei Queen potranno vivere di rendita, se continuano così.

Ma chiediamoci: avevano bisogno di fare un film su Freddie Mercury per ricordare al mondo che di artisti come lui ne nascono uno ogni 1000 anni? Stavano morendo di fame al punto di imbarcarsi in un’avventura che, fra registi che hanno abbandonato ed attori cambiati e poi cercati a lungo, ha portato il progetto ad essere ultimato solo ora?

Probabilmente no…in entrambi i casi. Anche perché vivere del mito dei Queen è ciò che fanno dal 1991 ad oggi per lo meno due dei tre membri superstiti della band originale.

Eppure – EPPURE – altre migliaia di fan come me si sono riversate nei cinema negli ultimi quattro giorni per poter vedere sul grande schermo il mito. L’unico, inimitabile, Freddie Mercury. E, non dico tutti e 600 mila (sì, ho contato e sono più di 600mila persone) ma sicuramente una buona parte ne è uscita emotivamente sottosopra (cit. me quando mi è stato chiesto un commento a caldo ieri sera).

“Bohemian Rhapsody” è un film che si regge per intero sulla musica della band e sul mito di Freddie Mercury. Se togliamo quello, rimane una trama a tratti stentata e parecchie modifiche alla realtà dei fatti (che i fan conoscono bene, data la quantità di biografie uscite dal ’91 ad oggi).

Personalmente l’ho trovata un’agiografia perfetta. Prendete il mito, dategli un passato, una parvenza di umanità (ma non troppa: altrimenti cade dal piedistallo il mito e nel sacrilegio lo sceneggiatore), difetti che sono tali perché la colpa è sempre di qualcun altro, inserite alcune scene a effetto e avrete “Bohemian Rhapsody”.

Una perfetta agiografia, appunto. 

Ma anche un ottimo mezzo per Brian May e Roger Taylor, per vendicarsi (loro direbbero, fare giustizia) dell’abbandono di John Deacon (il cui apporto alla band è «fare facce buffe»…e partorire “Another one bites the dust”, almeno quello!), ma soprattutto di tutti i detrattori che negli anni li hanno sottovalutati. Il personaggio del produttore Ray Foster è posto sulla graticola e ridicolizzato appositamente per questo. Bhè, anche per far dire al suo interprete Mike Meyers che «nessuno muoverà la testa al ritmo di quella canzone [“Bohemian Rhapsody”ndr.]»: chi ha visto “Wayne’s World” sa di cosa parlo. E chi non lo sa, clicchi qui.

A tutto ciò, però, bisogna aggiungere la meravigliosa cura per il dettaglio (il Live Aid è identico all’originale) che si concretizza in un casting ai limiti del paranormale:

Rami Malek in alcuni momenti sembra la reincarnazione di Marcury, i costumi, le movenze e il sentimento coinvolgono lo spettatore in un viaggio celebrativo che ti lascia col cuore rigonfio di ammirazione per una delle più grandi band della musica mondiale.

Personalmente ho trovato i momenti in cui si vedevano i Queen lavorare sulla propria creatività e portare alla luce pezzi che adoro come la parte che mi sia piaciuta di più in assoluto.

Altro pregio della pellicola, poi, è l’uso sapiente dei colori che dà un effetto ottico molto piacevole e suggestivo, quasi una fotografia d’epoca, un poster da camera.

Qualcuno ha scritto che il film è un po’ come la canzone di cui porta il titolo: un inizio a effetto, l’opera al centro e il rock alla fine e io mi sono ritrovata a concordare. C’è un motivo per cui la canzone, nonostante i suoi 6 minuti e più di durata, è una delle più amate e cantate della storia e il film le rende omaggio insieme al suo interprete.

Insomma, Bohemian Rhapsody” è la celebrazione di un mito, è una macchina acchiappasoldi, senza dubbio, ma è anche un film che ti coinvolge ed emoziona grazie a brani musicali che non smetteranno mai di essere grandiosi e un protagonista che è nell’Olimpo degli déi della musica per un motivo. 

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