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A Soundtrack For… Castle Rubriche & Esclusive

A Soundtrack For… Castle

La rubrica A soundtrack for… di questa settimana tratterà della mia incrollabile passione telefilmica, Castle (sottotitolo: I Caskett).
Sì, ho anche la data dell’inizio della mia ossessione che, anche se arrivata in ritardo, è divampata all’istante, e non accenna a diminuire.

Voglio quindi avvisare che la mia visione non è neutrale, ma è quella di una shipper eternamente devota.

Venendo al tema della rubrica, Castle per me ha non una, ma ben due canzoni, che sono legate intrinsecamente alle vicende dei protagonisti.

La prima è quella che definirei più istituzionale, e si tratta di In my veins, di Andrew Belle.
Non solo è stata usata come colonna sonora di una delle scene più memorabili dell’intero telefilm (sappiamo tutti di quale Scena, maiuscolo, sto parlando), e già solo per questo ogni fan l’avrà per sempre cara, ma è stata dichiarata dai Caskett stessi, in video, con un abile occhiolino fan service da parte dello showrunner, la loro canzone. E’ come se ci avessero parlato direttamente dallo schermo, lasciandoci a terra incapaci di riprenderci. (Non è la prima volta che accade: vi ricordate quando si sono autodefiniti Caskett nella puntata ambientata negli Hamptons, 5×04, Murder He Wrote?).

Ma andiamo con ordine.

La canzone si manifesta a noi, la prima volta, nella puntata 4×23, Always, come sottofondo al discorso che Alexis, la figlia di Castle, fa il giorno del suo diploma, quando parla della malinconia delle cose che finiscono, quelle stesse cose che non vedevi l’ora giungessero alla fine, ma che, quando si è davvero sul punto di lasciarle, ecco farsi strada un’imprevista sensazione di nostalgia.
Ecco un estratto:

There is a universal truth we all have to face,
whether we want to or not, everything eventually ends.
Leaves fall, you close the book. You say goodbye.
Today we say goodbye to everything that was familiar”.

(C’è una verità universale con con cui tutti dobbiamo fare i conti,
che lo vogliamo o meno, tutto, alla fine, finisce.
Le foglie cadono, finisci il libro, dici addio.
Oggi salutiamo tutto ciò che ci era familiare).

C’è un immediato gioco di specchi con i versi della canzone:
Everything will change / Tutto cambia
Nothin’ stays the same / Niente resta uguale
People say goodbye / Le persone dicono addio
In their own special way / Nel loro modo speciale

E qui si deve fare una digressione e ci si deve immaginare il fan medio, che si trova agli ultimi minuti del finale di stagione (che, come Shonda Rhimes insegna, non è mai un bel momento, eufemisticamente), davanti a:
– i Caskett precipitati al punto più basso della loro incapacità di comunicazione, dopo un litigio piuttosto pesante, che non lasciava aperto nessuno spiraglio di riconciliazione (figurarsi il resto…);
– una Beckett in riflessione sulla altalene (uno dei luoghi del telefilm dove accadono spesso cose significative), sotto il peggior temporale che Manhattan ricordi a memoria d’uomo;
– Alexis che parla di epiloghi e la canzone che aggiunge altro carico.

Ora, cosa deve pensare il povero fan, in mezzo a tutte queste allusioni, a pochi minuti dalla fine? Niente, mette via le bandiere e si rassegna: “E anche per quest’anno, niente di fatto. Saluti a tutti”.

Il discorso di Alexis, così come la canzone, e in parallelo, la parabola dei Caskett, giunge a un’improvvisa svolta di cauto ottimismo, quando lei dichiara che le persone che contano rimarranno sempre nella nostra vita, qualsiasi direzione essa prenda. Sono il nostro porto sicuro, la nostra stella polare. (“There’s some people who are so much part of us they’ll be with us no matter what. They are our solid ground. Our North Star”).
Anche i versi finali della canzone sottolineano questa nuova direzione:

Everything is dark / E’ tutto buio
It’s more than you can take / E’ più di quello che puoi sopportare
But you catch a glimpse of sunlight / Ma catturi uno scorcio di sole
Shinin’, Shinin’ down on your face / Che brilla sul tuo viso

E la magia è scesa su di noi e non ci ha mai più abbandonato. Come sappiamo, una Beckett fradicia si presenta, dopo lunga sofferenza, alla porta di Castle, pronta a mostrargli nei fatti il suo amore (gaudio e giubilo, clacson in giro per la città), avendo finalmente ammesso a se stessa i sentimenti che prova per lui e aver capito che a questo mondo non siamo soli e che le persone che contano davvero ci saranno sempre. Castle è una di queste, Kate ha trovato la sua North Star.

La canzone è diventata quindi l’epigrafe del momento miliare in cui i Caskett hanno sublimato quattro (quattro!!) anni di desiderio, passione, attrazione e sintonia e hanno iniziato ufficialmente la loro storia d’amore (in realtà loro si sono sempre amati. Anche quando non si amavano).

Proseguiamo con il percorso della canzone nella storia telefilm.
Nella sesta stagione, in mezzo alla confusione di estenuanti, e inutili, preparativi matrimoniali (eh… con il senno di poi…), spunta a sorpresa un episodio (6×15, Smells Like Teen Spirit) in cui i Caskett si chiedono, stupiti, come sia possibile che non abbiano la loro canzone. Come è naturale, tutti noi fan abbiamo gridato, rivolti allo schermo, che certo che avevano una canzone, perché non lo chiedevano a noi?! Pur sapendo che la canzone l’aveva sentita il pubblico, non loro, quel glorioso giorno in cui erano stati “diversamente affaccendati”.

Nell’ultima scena della puntata, a chiusura di un caso particolare (tipico di Castle) un Richard Castle in versione “cavaliere romantico” come solo lui sa essere, invita una luminosa e molto innamorata Beckett a infilarsi di soppiatto in un ballo studentesco, per dare a entrambi l’opportunità di vivere un’esperienza che, all’età giusta, non si erano concessi di vivere. (Si può amarlo di più? No, non si può).
Mentre ballano un lento, allacciati (loro) e sospiranti (noi), Rick pronuncia out of the blue un discorso così amorevole e sentito alla sua futura sposa, da lasciare molti con gli occhi a cuore, Beckett per prima, dicendole in sostanza che tutto quello che aveva fatto, scelto, o gli era capitato nella vita, era servito per condurlo esattamente a quel momento, lì con lei.
Quando ancora stentavamo a riprenderci e gli giuravamo, noi da casa, eterno amore (Castle sposa noi!!), nell’aula scolastica si sentono risuonare, inaspettatamente, le note di In my veins.
I Caskett esclamano all’unisono: “I’ve always loved this song” (Ho sempre amato questa canzone) e “Could it be we just found our song?” (E’ possibile che abbiamo trovato la nostra canzone?).
Seguono scene di isteria collettiva, la canzone impazza su twitter, In My Veins diventa ufficialmente Canon.
E’ la loro canzone. E non siamo più i soli a saperlo.

Il pezzo forte deve ancora arrivare.
Nella settima stagione, dopo lunghe e faticose peripezie, e dopo che il primo tentativo è saltato per via della non disponibilità dello sposo, causa rapimento da parte di ignoti, il matrimonio sembra poter aver finalmente luogo.
Dico “sembra” perché eravamo ancora scossi e acciaccati dopo il cliffhanger della stagione precedente, e così determinati a non dare più alcuna fiducia allo showrunner, da aver preso con molta cautela le rassicurazioni che sì, si sarebbero sposati per davvero. Mi freghi solo una volta.

Invece, abbiamo avuto un vero matrimonio in stile Caskett, forse non quello che ci eravamo immaginati, ma sicuramente quello che ha catturato l’essenza della loro coppia.
Una Beckett visibilmente emozionata, e ancora incredula, si è avviata all’altare improvvisato, avanzando verso un Castle nel cui sguardo si palesava tutto l’amore per la donna della sua vita e il desiderio di donarle il momento perfetto, quello che la sorte le aveva portato via, facendola sprofondare nello sconforto. Quello che pensava di averle rubato.
Gli occhi di lui che brillano di amore sconfinato mentre pronuncia le sue promesse con voce ipnotica e cantilenante sono l’apoteosi di un evento lungamente atteso e su cui avevamo sospirato per mesi.

Una volta dichiarati marito e moglie, e con la certezza che, questa volta, era andato tutto bene, ecco che fa la sua ricomparsa la colonna sonora che li ha accompagnati nel percorso emozionante, e spesso irto di ostacoli, del loro amore.
Castle, di nuovo, invita Beckett a ballare un lento, mentre se ne stanno in disparte, distanti dagli altri, impegnati a festeggiare. Beckett gli fa notare che non hanno la musica, visto che è stata una cerimonia organizzata all’ultimo con solo le famiglie presenti, a simboleggiare un’unione che non aveva bisogno di altro, oltre a se stessa.
Lui, l’uomo che tutte ci meriteremmo di avere nella vita anche solo per cinque minuti, estrae il cellulare dalla giacca e si sentono partire le note di In My Veins. Castle, hai vinto tu. Nessuna storia.

I versi della canzone chiudono in modo significativo una delle scene più intrinsecamente Caskett di tutte le stagioni:
Oh you’re in my veins / Mi scorri nelle vene
And I cannot get you out / E non riesco a farti uscire
Oh you’re all I taste / Sei tutto quello che assaporo
At night inside of my mouth / Di notte, dentro alla mia bocca

Le parole della sposa, a conclusione del suo matrimonio così a lungo atteso, sono anche le nostre : “It’s perfect”. E’ vero, è perfetto. Siete perfetti.

La seconda canzone nonostante sia stata inserita senza alcuna velleità di farla diventare la colonna sonora del telefilm, o della loro vita, è diventata da subito, istintivamente, la “canzone dell’anima del fandom”. Sto parlando di Stop and Stare (One Republic).

E’ impossibile sentirla passare alla radio, senza immediatamente avvertire un tuffo al cuore, e diventare emotivamente instabili per qualche tempo, non riuscendo nemmeno ad articolare al prossimo il motivo di tale dispiego di feels. Ci è entrata dentro e per noi simboleggia l’inizio di tutto. L’inizio di anni di divertimento, risate, frustrazione, insopportabile sexual tension, batticuore, lacrime, commozione, sofferenza, qualche momento di rabbia, grida allo schermo “Basta! Mettetevi insieme!”, puro amore. E’ tutto quello che Castle ci ha dato (e continuerà a darci, speriamo, per lunghi anni a venire).

Siamo al pilot, una puntata talmente piena di feromoni, chimica e arcobaleni, da lasciarci sempre un po’ instabili sulle gambe a fine visione (e indurre il network a chiedere di dare un giro di vite alla palese attrazione dei protagonisti, o non si arrivava alla fine dell’episodio successivo senza metterli insieme).
Una giovane Beckett dai capelli corti, pungente e sarcastica, e un Castle irresistibile e irriverente, si salutano dopo aver risolto il primo caso insieme, senza sapere che quello sarà l’inizio di una avventura che cambierà le loro vite, e le nostre. Da buon donnaiolo consapevole del proprio fascino, Castle la invita fuori a cena, convinto di portarsi a casa la nuova conquista. Beckett, inspiegabilmente (e con grande orrore di noi fan), rifiuta (sei matta?! E quando ti ricapita?!).
Segue uno scambio di battute che è rimasto inciso sulla pietra.

Castle: “It’s too bad. It would’ve been great” (Che peccato, sarebbe stato fantastico)
Beckett si avvicina al suo orecchio, mordicchiandosi il labbro (primo gesto di una lunga serie) e risponde: You have no idea, si gira sorridendo e se ne va in una storica uscita trionfale, lasciandolo lì come uno stoccafisso a fissarla inebriato e incantato.

Non poteva esserci canzone più perfetta di quella scelta dagli autori, per sottolineare il momento topico e la reazione di Castle, che rimane immobile, e la fissa, incapace di fare un passo, proprio come dice il ritornello della canzone. Castle la guarda andare via e comincia a pensare di aver trovato una donna, il cui mistero non avrebbe mai smesso di voler decifrare.

Stop and Stare / Fermati e guarda
I think I’m moving but I go nowhere / Credo di muovermi ma non vado da nessuna parte

Il concetto di “sguardo” richiama fortemente anche il dna della loro storia.
Castle chiede, e ottiene, di seguirla sul campo, con la scusa, fittizia o meno, di trovare l’ispirazione per il suo nuovo personaggio, Nikki Heat. Dopo aver fatto morire il suo personaggio principale, Derrick Storm, Castle ha il blocco dello scrittore. Grazie all’incontro con Beckett, sente quel brivido che gli fa capire che la creatività è tornata a scorrere. Per farlo ha bisogno di osservare la sua nuova Musa. E lo fa, la osserva. La guarda. La studia. E quello che era iniziato come un gioco da parte di un milionario viziato non troppo cresciuto, diventa amore. Diventa sostegno, diventa rispettare gli spazi, avere la pazienza di togliere uno strato dopo l’altro, imparare a guardarla davvero.
E ci rimanda questo sguardo. Castle vuole che la “vediamo come la vede lui”. E ce la racconta. Non solo nei libri di Nikki, ma mostrandocela ogni giorno attraverso i suoi occhi, imparando ad amarla e facendola amare anche a noi. Facendoci vedere la vera Beckett, quella che lui indaga e ricostruisce, mettendo insieme i piccoli frammenti che lei gli lascia raccogliere.
Gli sguardi sono il loro modo di comunicare quando non possono parlare, di dirsi che si amano quando non possono dirlo ad alta voce, di rimettere a posto le cose, di rassicurarsi di essere sempre loro, di esprimere quanto sono l’uno per l’altra e di far tornare l’universo Caskett sui binari giusti. Always.

Qui finisce la mia analisi della colonna sonora di Castle, in attesa che arrivi presto il 21 di settembre, per ricominciare da dove eravamo rimasti e vivere una (speriamo) gloriosa ottava stagione.

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2 comments

Alice 13 Agosto 2015 at 19:58

Che bello questo commento!
Anche io sono fan di Castle e penso tu abbia colto la loro essenza alla perfezione.
Bravissima 🙂

Reply
cristalskies 4 Febbraio 2016 at 12:42

Più daccordo di così non potrei essere sulle tue analisi.
Azzeccatissime le scelte!

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